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Satisfiction » Witold Gombrowicz riedito, Pornografia
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Inediti 13.12.2018

Witold Gombrowicz riedito, Pornografia

Un senso del meraviglioso, come i luoghi velati che in sogno vagheggiamo senza riuscire a scoprirli e intorno ai quali giriamo con un grido che non trova modo di uscire, trafitti da una nostalgia divorante, lancinante, estatica, felice.

Scrivere di “Pornografia” di Gombrowicz (Il Saggiatore, 202 pp., 24 euro) è tanto facile quanto impossibile.

Forse per questo è spettata a me, così improvvisamente, da un momento all’altro, come la morte, come la vita. Perché non si può recensire canonicamente Gombrowicz senza cadere nell’evitabile, nel banale, nell’insufficiente e nell’egotismo intellettuale.

Possiamo essere certi di tralasciare sempre qualcosa, qualche splendore, qualche livello interpretativo(?). Una qualche rivelazione.

Gombrowicz non è solo uno degli scrittori più geniali del Novecento, un’anima fiammeggiante che beffa la propria fisicità imponendosi la morte a pochi mesi dal (probabile) Nobel per la letteratura del 1969 (premio poi vinto da un certo Beckett); è anche uno degli scrittori meno conosciuti e meno rispettati.

La storia, l’intreccio, quello che si racconta nell’oggetto-libro al primo livello di significazione, non ci interessa particolarmente. Perché? Perché Pornografia non è la storia di due signori che incontrano una coppia di adolescenti subendo il fascino della gioventù, della sua poesia, di ciò che in essa si nasconde “ultraumanamente”.

Ciò che nella carne, in una sensualità acerba eppure così succosa, chiara, luminosa e perfetta come quella che zampilla come sangue dal corpo caldo di un giovane in procinto di restituire l’anima, non è che un escamotage per far riflettere e tentare di comunicare qualcosa di più. Che poi i personaggi scoprano un delitto, incomprensibile, inaudito, e s’inventino un assassinio, assieme, confabulanti, affinché possa esplodere inconsciamente la loro carica sessuale e aleggiare al di là della morte, sotto lo strato sottile della vita e della carne: a noi non interessa.

Gombrowicz crea un collage metafisico e di “ovvietà” (per lui, certo).

La pornografia di cui parla l’Autore non è che la sensazione erotico-scrotale che deriva dalla sua percezione della vita, e dal pulsare di carne-sangue ed anima. Un titolo ironico che potrebbe sviare i lettori più frettolosi, meno curiosi e meno attenti.

Per Gombrowicz le situazioni umane sono un codice cifrato. Le cose della vita sono così incomprensibili. Quel che accadeva lì… benché terribilmente eloquente non si lasciava capire e decifrare fino in fondo. Il mondo s’era raggrumato in un nodo bizzarro.

In questo viaggio terrestre, l’Autore cerca di svelare appercezioni, abbracciando l’interlocutore, mostrando il proprio sé invisibile, attraverso la magia della parola. Comunicazione come atto rivelatore.

Era come se la nostra morte, china sopra uno specchio d’acqua, vi facesse affiorare il suo volto: l’inattualità del nostro ingresso si specchiava in quel villaggio rimasto immutato e rimbombava nel suo trasognamento.

In sole duecento pagine, Gombrowicz rende meno denso il peso del vivere (o del morire?), spennellando di vita la morte e di morte la vita, travalicandole attraverso la consapevolezza, la sessualità, trasmigrando sessualità, giovinezza, amore e politica.

Ma Gombrowicz racconta anche l’esistenza umana nel momento storico. Lui che aveva vissuto lontano dalla madre Polonia, nella lontana Argentina, rivive in prima persona- percependola in un volo extracorporeo, o extra-animico- la Polonia del ’43: attraverso l’atemporalità del linguaggio poetico raggiunge tutte le cose e tutti i tempi.

Al di sopra del corso materiale delle cose aleggiava la sfera mistica degli accenti e dei significati, come lo splendore del sole sopra un gorgo acquatico.

Gombrowicz è sicuramente vittima della propria “superumanità”, intesa come “superappercezione”, portandosi quasi a non sopportarne il peso, a non sopportare più un uomo schiacciato dal proprio ridicolo, bazzecolare, sopravvivere.

Era andato oltre la superficie delle cose. Aveva avuto accesso a un genere di visione proibita ai mortali: aveva penetrato l’essenza senza ombre della natura. Se non fosse stato sbranato dai suoi cani come un cervo, avrebbe potuto raccontare di aver visto, attraverso la nudità di Artemide-Diana, la vera realtà.

La pornografia a cui allude Gombrowicz quindi cos’è? E’ l’atto di mettersi a nudo di fronte al proprio essere, alle proprie paure (specialmente la paura della morte), al sesso, alle perversioni, al rancore, all’invidia, alla gelosia, alla nostalgia del vivere. Travalicando tutto egli approda a una passeggera estasi. Così ci sono delle volte in cui l’oscurità può anche accecarci, non so se mi spiego…

Ripubblicato da Il Saggiatore (l’ultima edizione era quella Feltrinelli del 2005) un testo che vive di un’esistenza necessaria. Che ha da dire cose. Perciò se vi sentite toccati, chiamàti, ora, adesso; se vi sentite di dover travalicare il travalicabile: allora leggetelo, andando oltre ogni concetto e ogni parola. La decisione spetta solo a voi. Solo a te.

Sa(pete) come succede quando ci si ritrova nel vuoto, soli con se stessi… l’avrà (l’avrete) provato, no?

Francesco De Luca

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E ora voglio raccontarvi un’altra mia avventura, temo una delle peggiori. A quel tempo, eravamo nel 1943, mi trovavo nella fu Polonia e nella fu Varsavia, sul fondo più fondo del fatto compiuto. Silenzio. Con il diradato gruppetto di colleghi e amici del fu caffè Zodiak, Ziemiańska e Ips ci riunivamo ogni martedì in un appartamento di via Krucza dove, sbevazzando, tentavamo di continuare a fare gli artisti, gli scrittori, i pensatori… riprendendo le nostre vecchie fu chiacchiere e fu discussioni sull’arte… Accidenti! Ancora mi pare di vederli, seduti o semisdraiati in una nube di fumo, uno un po’ scheletrito, l’altro un po’ acciaccato, ma tutti urlanti e sbraitanti a più non posso. Uno che grida: «Dio!», l’altro: «Arte!», il terzo: «Nazione!», un quarto: «Proletariato!» e giù a discutere come pazzi, sempre la stessa solfa: Dio, l’arte, la nazione, il proletariato; finché un bel giorno ecco arrivare un tipo di mezz’età, magro, olivastro, il naso a becco. Si presentò a tutti noi uno per uno, rispettando a puntino le formalità del caso, dopodiché non disse più nulla o quasi.

Ringraziò assai compitamente per il bicchierino di vodka offertogli e con non minor compitezza chiese: «Potrei avere anche un fiammifero?», indi prese ad attendere il fiammifero… Aspetta e aspetta… quando infine l’ottenne, procedette ad accendersi una sigaretta. Intanto la discussione ferveva: Dio, proletariato, nazione, arte; e intanto l’aria sapeva di chiuso. Qualcuno chiese: «Qual buon vento, signor Federico?»; al che egli si affrettò a fornire questa esauriente risposta: «Ho saputo dalla signora Eva che Piętak capita spesso da queste parti, e così gli ho portato quattro pelli di coniglio e una suola da scarpe». E per non indulgere al vaniloquio esibì alcune pelli involtate in un pezzo di carta.

Gli fu offerto del tè. Lo bevve, ma poiché sul piattino era avanzata una zolletta di zucchero, tese la mano per cacciarsela in bocca; ma subito colto dal dubbio che il gesto non fosse abbastanza giustificato, prestamente la ritrasse. Il ritrarla gli parve però un atto ancor meno giustificato, per cui di nuovo allungò la mano e si mangiò la zolletta di zucchero. Non per il piacere, presumo, ma solo per comportarsi correttamente… verso lo zucchero? verso di noi?… Desideroso di cancellare quell’impressione tossì; indi, per giustificare la tosse, estrasse il fazzoletto ma non osò più soffiarsi il naso e quindi si limitò a spostare una gamba. Lo smuovere la gamba, però, si rivelò fonte di nuove complicazioni, per cui tacque e infine s’immobilizzò del tutto. Questo strano comportamento (poiché in verità egli non faceva altro che «comportarsi», senza tregua «si comportava») suscitò subito la mia curiosità e fece sì che nei mesi seguenti prendessi a frequentare quell’uomo che doveva rivelarsi non privo di savoir faire nonché di una certa esperienza in campo artistico (un tempo s’era occupato di teatro). Come spiegare… come spiegare…? Basti dire che mettemmo su insieme una piccola impresa commerciale che ci dava da vivere.


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