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Satisfiction » Virginia Woolf inedita. Sulla scrittura
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Inediti 27.04.2018

Virginia Woolf inedita. Sulla scrittura

Un testo inedito in Italia di Virginia Woolf, scoperto dalla redazione culturale del quotidiano inglese The Guardian che qui proponiamo nella traduzione di Nausicaa Cerioli. La grandissima scrittrice inglese, insieme a Joyce e Svevo tra gli autori davvero decisivi nel modificare le coordinate narrative di fine ’800 cambiando le regole di scrittura e lettura traghettandole verso la modernità, in questo saggio inedito sottolinea come “Quando infine verrà il giorno del giudizio e tutti i segreti saranno svelati, non saremo sorpresi di capire che la ragione per cui ci siamo evoluti da scimmie a uomini, abbiamo abbandonato le caverne e lasciato a terra gli archi e le frecce e ci siamo seduti attorno al fuoco a parlare e abbiamo dato al povero e guarito il malato – il motivo per cui abbiamo costruito rifugi e creato la società dalla desolazione del deserto e dal groviglio della giungla, è semplicemente che – abbiamo amato la lettura”.

Gian Paolo Serino

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A questa tarda ora della storia del mondo, i libri si possono trovare in ogni stanza della casa – nella camera dei bambini, nel salotto, nella sala da pranzo, in cucina. E in alcune case sono stati talmente accumulati da dover essere riposti in una stanza tutta per loro. Romanzi, poesie, storie, biografie, libri di valore rilegati in pelle, libri in edizione economica – ci si ferma talvolta di fronte a loro e ci si chiede con fugace meraviglia: qual è il piacere che ricaviamo, o il bene che facciamo, lasciando scorrere i nostri occhi su queste innumerevoli righe stampate?

Leggere è un’arte molto complessa – l’esame più sommario delle nostre sensazioni quando leggiamo ce lo dimostra. E i nostri doveri in quanto lettori sono molti e vari. Ma forse si può dire che il nostro dovere iniziale verso un libro è quello di leggerlo la prima volta come se lo stessimo scrivendo noi. Si dovrebbe cominciare sedendosi al banco degli imputati, non salendo al seggio dei giudici. Si dovrebbe essere complici dello scrittore nel suo atto, giusto o sbagliato che sia, di creazione. Per ognuno di questi libri, sebbene essi possano differire in genere e qualità, esiste il tentativo di costruire qualcosa. E il nostro principale dovere di lettori è di cercare di capire cosa l’autore stia facendo dalla prima parola con cui costruisce la sua prima frase fino all’ultima con cui conclude il libro. Non dobbiamo imporgli le nostre visioni; non dobbiamo cercare di conformare la sua volontà alla nostra. Dobbiamo permettere a Defoe di essere Defoe e a Jane Austen di essere Jane Austen nello stesso modo in cui permettiamo alla tigre di avere la sua pelliccia e alla tartaruga di avere la sua corazza. E questo è molto difficile. Infatti una delle peculiarità della grandezza è di riconciliare in un’unica visione il cielo e la terra e la natura umana.

I grandi autori così ci richiedono spesso di fare sforzi eroici al fine di leggerli correttamente. Ci piegano e ci spezzano. Per passare da Defoe a Jane Austen, da Hardy a Peacock, da Trollope a Meredith, da Richardson a Rudyard Kipling si è sballottati e scalzati lungo un percorso tortuoso. E lo stesso con gli autori minori. Ognuno è a sé; ognuno ha un suo punto di vista, un temperamento, una propria esperienza che può essere in conflitto con la nostra ma alla quale bisogna permettere di esprimersi pienamente se vogliamo rendergli giustizia. E gli autori che più hanno da darci spesso fanno maggiore violenza ai nostri pregiudizi, particolarmente se sono nostri contemporanei, così noi dobbiamo fare appello a tutta la nostra immaginazione e comprensione se vogliamo trarre il massimo da ciò che essi possono darci. Ma leggere, lo abbiamo accennato, è un’arte complessa. Non consiste semplicemente nel trovarsi d’accordo e nel capire. Consiste anche nel criticare e nel giudicare.

Il lettore deve lasciare il banco degli imputati e raggiungere la corte. Deve smettere di essere l’amico; deve diventare il giudice. E questo secondo processo che possiamo definire come processo di post-lettura, per il fatto che spesso avviene quando non abbiamo più il libro davanti, ci porta un piacere persino più consistente di quello che riceviamo quando effettivamente giriamo le pagine. Nel corso dell’effettiva lettura le nuove impressioni soppiantano o completano in continuazione le precedenti. Gioia, rabbia, noia, riso si susseguono ininterrottamente mentre leggiamo. Il giudizio è sospeso perché non possiamo sapere cosa verrà dopo. Ma ora il libro è terminato. Ha preso una forma definita. E il libro nella sua unità è diverso dal libro preso brano dopo brano. Ha una forma, ha una vita. E questa forma, questa vita, sono trattenute dalla mente e confrontate con le forme di altri libri e misurate nel confronto.

Ma se questo processo di definizione e giudizio è pieno di piacere, è anche pieno di difficoltà. Non ci può arrivare molto aiuto dall’esterno. I critici e le recensioni abbondano, ma non ci serve a granché leggere il punto di vista di un’altra mente quando la nostra è ancora calda per un libro che abbiamo appena letto. E’ solo dopo che ci siamo formati la nostra opinione che le opinioni degli altri si rivelano illuminanti. E’ solo quando possiamo sostenere il nostro giudizio che traiamo il massimo profitto dal giudizio dei grandi critici – i Johnsons, i Drydens e gli Arnolds.

Per farci la nostra idea possiamo aiutarci prima di tutto riconoscendo il più pienamente e profondamente possibile l’impressione che il libro ci ha lasciato e poi paragonando questa impressione alle impressioni che abbiamo elaborato nel passato. Stanno appese lì nel guardaroba della mente – le forme dei libri che abbiamo letto, come vestiti che ci siamo tolti e abbiamo appeso per aspettare la loro stagione. Così se, ad esempio, abbiamo appena letto Clarissa Harlowe per la prima volta, la prendiamo e lasciamo che si presenti innanzi alla forma che rimane nella nostra mente dopo aver letto Anna Karenina. Le mettiamo una di fianco all’altra e all’improvviso i contorni dei due libri ci appaiono come il profilo di una casa (per cambiare immagine) che si staglia di fronte alla rotondità della luna piena. Mettiamo in contrasto le peculiarità di Richardson con quelle di Tolstoj. Mettiamo in contrasto la sua complessità e verbosità con l’asciutta linearità di Tolstoj. Ci chiediamo perché ciascun autore abbia scelto un così diverso modo di procedere. Confrontiamo le emozioni che abbiamo sentito nei diversi punti di crisi dei loro libri. Pensiamo alle differenze tra il diciottesimo secolo in Inghilterra e il diciannovesimo in Russia, ma non c’è fine alle domande che improvvisamente i libri suggeriscono se li affianchiamo. Così per gradi, facendo domande e rispondendo a queste, troviamo che il libro che abbiamo appena letto è di questo o quel genere, ha questo o quel grado di merito, prende questo o quel posto nel corpus della letteratura. E se siamo buoni lettori giudichiamo così non solo i classici e i capolavori dei morti, ma lusinghiamo gli autori viventi paragonandoli tra loro secondo il modello dei grandi libri del passato.

In questo modo quando i moralisti ci chiederanno cosa ci sia di buono nel far scorrere i nostri occhi su tutte queste pagine stampate, potremo rispondere che, come lettori, stiamo facendo la nostra parte per divulgare le opere d’arte nel mondo. Stiamo versando la nostra quota di funzione creativa – stimolando, incoraggiando, rifiutando, facendo sentire la nostra approvazione o disapprovazione; e stiamo così agendo come uno scacco o uno sperone sullo scrittore. Questa è una delle motivazioni per cui leggiamo i libri – stiamo aiutando a portare nel mondo i buoni libri e a rendere impossibile la fortuna di quelli cattivi. Ma non è la vera ragione. La vera ragione rimane quella imperscrutabile – traiamo piacere dalla lettura. E’ un piacere complesso e difficoltoso; varia da età a età e da libro a libro. Ma quel piacere è sufficiente. Infatti è talmente grande che non possiamo dubitare che senza di esso il mondo sarebbe di gran lunga diverso e inferiore rispetto a ciò che è. La lettura ha cambiato il mondo e continua a cambiarlo. Quando infine verrà il giorno del giudizio e tutti i segreti saranno svelati, non saremo sorpresi di capire che la ragione per cui ci siamo evoluti da scimmie a uomini, abbiamo abbandonato le caverne e lasciato a terra gli archi e le frecce e ci siamo seduti attorno al fuoco a parlare e abbiamo dato al povero e guarito il malato – il motivo per cui abbiamo costruito rifugi e creato la società dalla desolazione del deserto e dal groviglio della giungla, è semplicemente che – abbiamo amato la lettura,


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