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Satisfiction » ‘Uno in diviso’: dal romanzo al graphic novel
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Quote 19.12.2013

‘Uno in diviso’: dal romanzo al graphic novel

di

L’intervista è pubblicata da Fumettologica.

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Due gemelli siamesi vivono una vita da reclusi a Milano, dove lavorano nella Sauna Bordeaux. Un giorno, due ragazze si presentano a casa loro e, dopo averli visti, svengono. I due gemelli decidono di torturarle. Questa, in estrema sintesi, la trama -piuttosto forte- di Uno in diviso, romanzo d’esordio di Alcide Pierantozzi da cui Adriano Barone ha tratto la sceneggiatura per i disegni di Fabrizio Dori. Il graphic novel è stato pubblicato da Tunué.

“Uno in diviso” è l’adattamento a fumetti dell’omonimo romanzo di Alcide Pierantozzi (libro che, peraltro, è dedicato a Pierpaolo Pasolini). Che cosa avete provato la prima volta che avete letto il libro? 

ADRIANO: Il primo impatto è stato pensare che non fosse possibile trasporlo a fumetti. Il romanzo si regge su una prosa elaborata ed elegante, che è il vero collante di tutto. Potremmo parlare quasi di prosa poetica.
Il secondo passaggio è stato considerare come le tematiche del romanzo, prima di tutto la centralità del corpo (in particolare del corpo martoriato) nella narrazione, poi la tematica religiosa fossero in contiguità con quanto avevo scritto fino a quel momento sia in prosa sia a fumetti e che quindi questo adattamento poteva essere in effetti un’opera sulla quale per me aveva senso lavorare, in quanto naturale prosecuzione del mio percorso di narratore.

FABRIZIO: Ho pensato tre cose. Primo, che il materiale fosse esplosivo e che sarebbe stato estremamente difficile da trattare. Secondo, che la struttura narrativa del romanzo mi interessava molto e che sarebbe stato l’ appiglio dal quale avrei cominciato  ad organizzare  il mio lavoro di disegnatore, la forma del romanzo è infatti composita e priva di un punto di fuga “ordinatore”, questo elemento è molto vicino a quello che è il mio modo di “sentire”, decisi quindi che lo avrei utilizzato  come  mia personale porta d’accesso all’opera.
Terzo ,che avremmo, inevitabilmente, creato un fumetto difficile ,che non avrebbe concesso nulla al lettore, che lo avrebbe al contrario disturbato e messo in difficoltà di continuo, su più fronti e che  uscire con un lavoro del genere in un momento come quello attuale sarebbe stato tanto suicida, quanto appagante, quanto necessario.

Come avete lavorato alla trasposizione del testo in sceneggiatura e disegni? Quali sono stati i passaggi? 

ADRIANO: Come prima cosa ho selezionato tutto quanto fosse “azione”, quindi cosa fosse rappresentabile visivamente e fumettisticamente.
Poi ho cercato di “compattare” alcuni punti di trama per eliminare (o “accorpare”) dei personaggi alla cui presenza avrei potuto rinunciare senza che la trama ne risentisse.
Compiuta questa operazione di sintesi, ho creato una scaletta di massima per dividere il tutto in scene, attribuendo un numero di pagine a ciascuna di esse. Il fatto che il romanzo fosse diviso in più parti mi ha aiutato molto a identificare le sequenze.
Infine, dopo avere identificato alcune immagini ricorrenti nel romanzo, ho fatto in modo di inserirle in sceneggiatura di modo che apparissero in un primo momento come elementi dell’ambiente, come elementi di sfondo che poi prendono vita e in un secondo momento diventano delle sorte di “rime visive” che tornano più volte, con un forte significato simbolico. Del resto l’esplicitazione (e la moltiplicazione) visiva della simbologia di un testo in prosa è un modo di rimanere fedeli all’originale creando però un adattamento che acquisisca molteplicità di significati rispetto all’opera originale.

FABRIZIO: Il passaggio fondamentale è stato quello di fare un’attenta lettura critica e creativa del testo originale, assieme ad Adriano abbiamo buttato nel “paniere” tutte le idee, le suggestioni, le intuizioni e le associazioni mentali che ci saltavano in testa per poi analizzarle e capire se e come avremmo potuto utilizzarle rimanendo fedeli al romanzo.
Fatto questo, dopo aver stabilito quindi un terreno comune, un recinto concettuale entro il quale ci saremmo mossi, entrambi abbiamo potuto lavorare in autonomia e libertà, la direzione era tracciata e sapevamo che saremmo rimasti ancorati a quella, ad ogni modo, durante tutta la fase di lavorazione ci siamo sentiti spessissimo, anche perché al di là del lavoro, con Adriano siamo amici, quindi parlarci è la normalità.

Quali sono i punti di contatto e le maggiori differenze tra le due opere? Che cosa aggiunge (o elimina) dal testo originale, il fumetto?

ADRIANO: Se dovessi fare un paragone poco elegante, direi che ho trasformato in avvallamenti le alture del romanzo, e viceversa.
Se dobbiamo parlare di quello che è stato eliminato: molte digressioni filosofiche e una parte dei dialoghi (ma rimarreste stupiti di quanto è rimasto dal romanzo originale).
Direi che per il resto non è stato eliminato nulla, ma solo trasformato nella necessaria trasformazione da un tipo di linguaggio a un altro: la complessità della prosa di Alcide ha trovato un corrispettivo nella varietà di tratti usati da Fabrizio, che ha cambiato registro visivo numerose volte nel corso del fumetto, utilizzando la sua spaventosamente vasta conoscenza iconografica e artistica.

Inoltre mi sono posto in maniera ugualmente ossessiva il problema di rimanere fedele al romanzo originale, ma di scrivere un fumetto che fosse inequivocabilmente mio: quindi diciamo che mi sono attenuto strettamente alla trama, ai dialoghi e alle situazioni del fumetto, ma poi ho inserito in sceneggiatura una serie di elementi visivi che aggiungono significato a quanto raccontato senza tradirlo.

FABRIZIO: Dal mio punto di vista di disegnatore, mettere in scena, attraverso le immagini, il testo scritto significava, per forza di cose, reinventarlo, quindi il mio margine d’azione lo sentivo molto ampio e “comodo”. Ciò che ho tenuto è stata la forma composita del romanzo che ho reso attraverso un continuo cambio di registri. Altra cosa su cui mi sono interrogato è lo spazio: leggendo il romanzo, mi sono reso conto che non riuscivo ad immaginare vere e proprie ambientazioni poiché il racconto metteva in primissimo piano i gemelli ed il loro mondo interiore, quasi che il “fuori” non esistesse, ho immaginato allora uno spazio nero, totalmente interiore, in cui gli elementi del mondo comparissero, come illuminati da un fascio di luce, solo nel momento in cui entravano in contatto con I protagonisti.
Quello che ho aggiunto sono state continue citazioni visive relative al mondo dell’arte soprattutto, ma relative anche alla mitologia classica fino ad arrivare a  utilizzare qualsiasi altra cosa mi sembrasse adeguata in una determinata scena o comunque utile a “moltiplicare” il significato di uno specifico momento.

Qui la galleria di tavole tratte da Io In diviso pubblicate da Fumettologica

http://www.fumettologica.it/galleria/uno-in-diviso-di-adriano-barone-e-fabrizio-dori/


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