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Satisfiction » Un’altra cena o di come finiscono le cose. Intervista a Simone Lisi
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Lapislapsus 06.07.2018

Un’altra cena o di come finiscono le cose. Intervista a Simone Lisi

di

Simone Lisi, Un’altra cena o di come finiscono le cose, effequ ed. 2018

G.G.: 19:21, cucina

Comunque poi il tempo, ma sì, il tempo è l’unica cosa che importa, c’è da preparare la cena e io amo cucinare.

Il racconto si svolge nell’arco di una cena, nel durante, nel prima e nel dopo. Però alcuni flashback si alternano a previsioni future, anche la presenza di un ‘diario’ tradisce la presenza di uno scorrere che incalza, interrotto da attimi dilatati di dialoghi che tornano e girano su temi molto semplici, a volte sapientemente banali, nel sottofondo vi è la temporalità seriale delle serie tv delle quali si occupa uno dei protagonisti. Il tempo è fondamentale e forse la caratteristica imprescindibile di ogni narrazione. Qui, però, le cose che accadono riportano una sorta di circolarità. Alla fine una coppia torna a casa e l’altra va a dormire. Un testacoda narrativo che però è virtuoso: i personaggi crescono, assumono ai nostri occhi un cambiamento e una verità che prima non conoscevamo. Che rapporto deve avere, secondo te, con il tempo cronologico e con l’attuale, una narrazione?

S.L.: Penso che per chi scrive prescindere dal tempo attuale sia difficile, ma sia auspicabile. Non amo i riferimenti al tempo presente nei libri che leggo, mi piace quando si intercettano degli eventi storici, ma appunto nella loro capacità di apparire sovra-storici.
Nel mio libro ho provato, per quanto di riferimenti al presente attuale ce ne siano molti, penso ad esempio al caso Regeni, che non nomino esplicitamente, ma che pure c’è, di distaccarmene il più possibile. Esempio: faccio riferimento a delle serie televisive, che naturalmente parlano di questo tempo. Tuttavia ho provato, non so con quali risultati, a nominare solo serie che si sono per così dire storicizzate, o sono diventate, nel paradosso che questo può sembrare, delle serie “classiche”.

Circa il tempo cronologico ci sono forti elementi teatrali e cinematografici nel mio romanzo e anche il filo della narrazione in parte segue l’andamento del tempo, con unità di luogo e tempo appunto. Tuttavia da questo piano io cerco in tutti i modi possibili (e non possibili, perché poi dallo scorrere del tempo se ne esce male) di allontanarmi, tramite le divagazioni o tramite una struttura che è volendo circolare, priva di uno sviluppo sostanziale.

G.G.: Lui legge ancora una riga perché, come diceva quel professore che era anche poeta, il preferito di lui e Maddalena: leggere è solo quando ogni riga e parola ti diventa incomprensibile. E va avanti col romanzo che è bellissimo, dove succedono un sacco di cose e i personaggi sono super definiti e vorrebbe sempre tatuarsi sul petto un cuore e la scritta Aнна Каренина, come omaggio a sua madre e a quel viaggio impossibile in Brasile, se non fosse per Andreas che l’ha guardato e gli ha detto, quando lui ha paventato questa ipotesi: non farlo, è veramente una stronzata assoluta. E tra l’altro il cirillico neanche lo leggi.

È una bella coincidenza: proprio nel VI capitolo, Dedicato ai metafisici, del Viaggio intorno alla mia camera, Xavier de Maistre racconta questa distrazione per cui, mentre stiamo leggendo un libro, può capitare che la nostra anima si attacchi a un’idea più attraente delle altre e gli occhi continuino a leggere automaticamente, finché non ci accorgiamo di aver scordato o di non aver capito quello che abbiamo letto. Questo perché, scrive De Maistre, noi siamo corpo e anima, bestia e anima. Il corpo continua a fare cose mentre l’anima pensa ad altro: nel tuo libro ci sono animali, ci sono corpi che partoriscono, che fanno rumori, che si pettinano, che bevono, che camminano, che appaiono deformati, che invecchieranno: È la non consistenza del corpo, che nell’acqua appunto sembra squamata, impermeabile, ma solo e soltanto a noi. Però c’è anche il corpo della casa, il fatto cioè che le azioni si distribuiscano in tempi e spazi alternati, quasi che il bagno e la cucina intrattengano un dialogo. C’è il mistero della casa di fronte, quella lucina che ricorda tantissimo, almeno a me, quel fantastico racconto di Antonio Moresco, La lucina, appunto, ma c’è pure la pianta della casa in cui si svolge la cena, molto ricorda Perec, La vita, istruzioni per l’uso, c’è pure questo grande topos della cena, del mangiare, come momento massimo del godimento, dell’oralità. Nel tuo libro appare, a un certo punto, il fantasma di Lacan: questo amico di Lorenzo andava in analisi da un analista molto bravo, anzi da una analista. Lacaniana, c’è pure il fantasma di un inquilino, e forse anche il fantasma di un bambino che non vuole nascere e che invece l’altra coppia d’amici invitati a cena ha messo al mondo e forse come genitori non sono il massimo di responsabilità domestica, insomma c’è anche un fantasma fallico, diciamo, e la tavola intorno a cui ruota tutta la storia, il buco intorno a cui si sublimano le aspirazioni, le frecciatine… ma torniamo a Lacan che, nel Seminario V appunto, spiega il termine commedia dicendo che la parola ‘commedia’ è accostabile al banchetto dove il pasto viene offerto agli dei, cioè agli Immortali del linguaggio (nel tuo lavoro la questione del linguaggio c’è e come! il discorso sul racconto: bene, quello che voglio dire è questo, il primo grado del racconto di fantascienza sarebbe composto di cuccioli di cani e gatti che non diventano mai grandi; oppure quando scrivi che il linguaggio privato non esiste; c’è il discorso sulla traduzione dei sottotitoli, quindi il passaggio dall’orale inglese allo scritto italiano delle serie TV: Sottotitoli che invece di tradurre, creano; appare lo scrivere come veicolo del proprio desiderio: Sarebbe stato come scrivere un diario più profondo, un diario dei tuoi desideri;) e c’è anche il godimento elementare del cibo, e si sa quanto sia importante il cibo e il suo rapporto con il corpo della madre, d’altra parte ‘comer’ significa anche ‘allattamento’. Il tuo lavoro assume, a volte, i caratteri di una commedia, e il tema trainante di tutte le storie è l’amore, l’amore attuale, quello coniugale, quello per la ex (l’exità, le ex fidanzate, ecc.). Ho trovato tutti questi stimoli nel tuo lavoro: però tu che ci puoi dire del rapporto che esiste tra corpo e desiderio nella tua scrittura? tra mente e anima, tra reale e apparente. Come hai orchestrato le vari contraddizioni esistenziali?

S.L.: Wow, che bellissime considerazioni e riflessioni che fai Gianluca, ti ringrazio. Sono molto interessato alle cose che dici, ad esempio su Lacan, perché io lo conosco sì, ma solo di riflesso, per certe cose che ho sentito dire da Recalcati.

Per provare a rispondere alla tua domanda, io sento che per me scrivere è spesso e volentieri infrazione e desiderio, che poi forse vanno anche di pari passo. Per me scrivere è dire ciò che non si può dire, ciò che è rischioso. Raccontare la vicenda del canarino, per esempio, che è successa davvero, seppur in modo un po’ diverso da come ne parlo, è per me interessante perché so che mi causerà dei problemi con le persone a cui questa cosa si riferisce. So che mi incasinerò la vita, ed è per questo che mi viene di farlo.

Mi interessa molto il rapporto tra ciò che c’è di vero e ciò che c’è di non vero in ciò che racconto perché mi sembra che sia lì che stia la letteratura.

G.G.: «Sarà mica che I Ching invece di consigliarmi stiano semplicemente descrivendo la mia situazione abituale?»

C’è un romanzo di P.K.Dick, La svastica sul Sole, in cui vari personaggi utilizzano il Libro dei Mutamenti che probabilmente è stato utilizzato dallo stesso P.K.Dick per la stesura del romanzo. Nelle tue storie quanto c’è di casuale e quanto di studiato. Come lavori ai tuoi racconti?

S.L.: Parto da un evento o da un’idea. Se c’è una storia è come se emergesse di fronte a me. Se riconosco nel mondo o nei miei pensieri una storia, è come se emergesse dall’acqua. Poi a quel punto gli devo dare una forma. Questo solitamente avviene in maniera abbastanza brutale, per quanto riguarda la prima stesura, e poi parte tutto il lavoro di riscrittura e perfezionamento. Lavoro così, lavoro in parte per suggestioni e in parte tramite la disciplina, inchiodandomi alla sedia quasi ogni giorno.

G.G.: Esiste solo la vita borghese ha detto Andreas, dopo una serie di frasi che ci giravano intorno, circa il senso di fare un mutuo trentennale per comprarsi la casa.

Cosa è borghese e cosa non lo è?

S.L.: Io parlo di borghesia nei termini di tramonto dell’ideologia. Di qualsiasi ideologia, sia la politica, la religione, la fuga in paradisi artificiali o reali.

Un mondo dominato dal capitale, in cui lisciamo i capelli perché lo vuole il Capitale, in cui la nostra vita è regolata da imperativi sistemici e noi non abbiamo nessuna via d’uscita o alternativa possibile, perché non l’abbiamo da un punto di vista teorico. In questo senso tutto è borghese, anche aprire il cinema Altrove, seppur i protagonisti non siano sicuri di volerlo fare, o andare con i punk-a-bestia nelle tende del Decathlon, sotto i ponti di Roma. O scappare nella casa in Maremma. Le alternative alla vita borghese che i protagonisti propongono, sono delle non soluzioni.

Ad alcune presentazioni del libro, o alle cene borghesi che a queste presentazioni hanno fatto seguito, alcune persone mi hanno criticato questa posizione. Penso a Lucia e a Ilaria. Mi è stato detto che una vita artistica, una vita parallela a quella del lavoro, sia un’alternativa, che la mia stessa vita sia la conferma che questa alternativa c’è. Ma il punto è che io non penso a borghese come una parola negativa o positiva. Le parole grondano morale, per citare un filosofo, ma per l’uso che ne faccio io no, non gronda affatto morale.

G.G.: «Alcuni. La maggior parte sono dei completi dilettanti, gente sinceramente appassionata di una serie, ma che per lo più non serve a niente, anzi peggio, fa soltanto danni. Lo sai che esistono teorie che affermano se oggi la lingua italiana viene parlata male è colpa di come sono stati doppiati male i film negli ultimi quarant’anni di televisione? Esistono teorie, non dico di cospiranoici, parlo di gente che studia all’Università. Linguisti».

Nel tuo libro è molto presente la riflessione sul linguaggio, lo abbiamo già detto, e la planimetria della casa in cui avviene la cena, con il nome delle stanze, mi ricorda molto la cittadina di Dogville, il film di Lars Von Trier, con quella caratteristica disposizione degli spazi disegnati per terra. Inoltre il protagonista del tuo libro è un sottotitolista, (si dice così?), e nella tua vita ti occupi di cinema, se non sbaglio: che rapporto hai con l’immagine e con il linguaggio filmico? Credi sia più immediatamente fruibile rispetto a quello scritto?

S.L.: Penso che il mezzo espressivo principe con cui io sono cresciuto sia il cinema. Temo di riconoscergli una priorità, sì, di fruibilità, rispetto al peso che ha la letteratura oggi tra i nostri contemporanei. Lo dico a malincuore, forse, lo dico anche anti-utilitaristicamente essendo io uno scrittore, seppur mi sia capitato di lavorare anche a prodotti filmici video, e sempre di scrittura si tratta.

Il cinema, ma anche le serie, oggi riescono ad arrivare ad un pubblico più ampio. Sono un argomento, rispetto alla letteratura, ancora vergine, io credo, con grandi possibilità.

Detto questo io sono una persona all’antica, amo leggere e non ho televisione a casa. Con la mia compagna andiamo solo al cinema, non guardiamo neanche le serie tv. Quindi su questo punto sono abbastanza contraddittorio, rileggendo quello che ho detto.

G.G.: Che faccio? Intendi che faccio di lavoro? Non ho più voglia di parlare del mio lavoro, non voglio farlo più. Fa differenza? Dici per i soldi? Certo, il giorno in cui passa il bonifico, il dieci del mese.

Nel tuo libro compare spesso il termine ‘lavoro’. Molti temi, la solitudine, la famiglia, le scelte della vita, lo scorrere del tempo e l’avere o non avere figli, e… il lavoro. Tratti questi temi cruciali trattai in modo molto poco ideologico e declamatorio, semplicemente, cosa molto difficile, tra l’altro, mostrando una conversazione fatta di presente, discorsi interrotti, idee, ricordi e aneddoti. Una piacevole serata costruita, quasi in modo da sembrare una sceneggiatura, secondo un incastro a scatole cinesi, il che dona al lettore una levità e una predisposizione alla riflessione che non può, secondo me, non apprezzare anche il lavoro di cesello, di costruzione minuziosa, di pause e discorsi abilmente interrotti e ripresi, fraintesi e miscelati con momenti di dialogo intimo, come nel diario, di infingimenti e di bugie svelate. C’è un lavoro, insomma, di lima, come si dice. Ma invece, per quanto riguarda l’altro lavoro, quello appunto che si fa per il giorno in cui passa il bonifico, che ne pensi? Come vedi la situazione dei giovani e degli adulti di questo periodo storico?

S.L.: L’altro lavoro, per quanto io lo voglia negare o tenere sullo sfondo, è duro, è come acciaio liquido che cola dentro il mio corpo; è sacro anche, e al contempo oggetto di bestemmie sentitissime. Il lavoro è un tema affascinante, che mi interessa tantissimo perché vi si dedica purtroppo tanto tempo, tante energie e ore passano in quegli uffici che saranno spazzati via dal vento del capitalismo. Penso sul futuro cose poco ottimistiche, penso che la situazione peggiorerà, che la condizione dei giovani e meno giovani si andrà radicalizzando in negativo. Ma penso anche, in senso zen, che a volte cose che sembrano negative siano positive, e viceversa. Non sono preoccupato, penso che sia così. Un giorno penso scriverò del mio attuale lavoro (le poste private nell’epoca della fine della carta), ma oggi che ancora questo lavoro dura, non sarebbe carino.

G.G.: Ci sono dei dialoghi in queste spiagge del Sud che mi

piacerebbe sottotitolare.

Sono dei dialoghi perfetti, che io non riuscirò mai a ricreare,

nelle mie stringhe. Siamo noi due che parliamo della vita,

cambiarla, o della struttura della coppia, impossibile, ma

come fare a dirlo bene? Parliamo a grandi linee di noi, mentre

l’elicottero della forestale vola sullo sfondo e si abbassa per

prendere acqua dal mare, e spegnere l’incendio.

È uno dei passi più… poetici della tua prosa. Non saprei spiegarti bene il motivo. E tu? che rapporto hai con la poesia?

S.L.: Per me la poesia è l’altro da me. L’alterità. Io sono assolutamente prosa, o almeno così mi immagino, quindi il mio rapporto con la poesia è qualcosa di seduttivo, incompreso, misterioso. La poesia è la compagna che ho accanto, che fondamentalmente io non capisco.


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