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Satisfiction » Trascurate Milano
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Recensioni Autore: Luca Ricci / La Nave di Teseo / pp. 86 / € 9

Trascurate Milano

Recensione di Barbara Tomasino
Trascurate Milano

E’ lo spirito di Dino Buzzati che tesse la trama dell’ultimo racconto di Luca Ricci, tornato alla forma breve dopo la parentesi bella e decadente del romanzo Gli autunnali, storia d’ossessione amorosa e fallimenti famigliari ambientata in una Roma color ocra che pigra si adagia tra le braccia della stagione più malinconica e perversa, l’autunno. Qui è, invece, Milano la protagonista, la stessa città che Buzzati – riecheggiato nel titolo e in esergo (“Onestamente: trascurate Milano, evitatela nei viaggi d’istruzione”) – ha cantato, amato, sfigurato, una metropoli senz’anima e conturbante, popolata da fantasmi lucidi che sfrecciano a testa bassa illuminati ad intermittenza dai neon fiammeggianti sempre accesi. La solitudine è la moneta di scambio e le arterie tentacolari dei tram e delle metropolitane i luoghi del baratto: corpi senza vita si agitano affannosamente tra lavoro, famiglia, amici, relazioni sociali e shopping compulsivo cercando di colmare un vuoto che li divora dall’interno. Sfiorare un altro corpo, sentire l’alito caldo di qualcuno sul collo, incrociare uno sguardo rubato alla tastiera del telefono, due dita che si toccano per lo spazio di un respiro nel corrimano della scala mobile mentre due destini corrono in direzioni opposte. Questo solo – forse – può dare la parvenza della vita, un fremito lungo un battito di ciglia che rianima i corpi prima di ripiombare nel buio dell’assenza dell’altro.

Nella mente dell’autore tutto questo accade nel più crudele periodo dell’anno, i giorni che precedono il Natale, la festa che liturgicamente va celebrata tra sorrisi stanchi, regali non richiesti, cene da fine del mondo e il calore posticcio di famiglie perennemente sull’orlo del baratro. Lui, un uomo di mezza età, probabilmente un dirigente d’azienda, annoiato e poco seducente, si cala nei meandri della metropolitana in cerca di quel contatto, più materico che sessuale – anche se Ricci gioca abilmente su una sottile linea di confine – che lo renda vivo, o quantomeno umano. S’immagina – e s’improvvisa – molestatore, trova nell’accalcarsi di corpi vuoti o svuotati (come il suo) una parvenza di umanità, un rantolo d’incandescenza. Lei, una giovane studentessa il cui sguardo non tradisce la dimensione della profondità, sale e scende le scale, entra ed esce dai vagoni, si tiene in equilibrio tra gli strattoni del treno, avendo smarrito persino il desiderio di cercare qualcosa. Nel “mondo di sopra” Lui si divide tra una moglie sfocata sullo sfondo, un’amante svuotata di qualsiasi pulsione erotica e un lavoro che si trascina senza intensità; Lei, al contempo, inscena la sua rappresentazione tra lo studio, la famiglia, un fidanzato assente e gli amici dell’aperitivo che si dileguano al secondo giro di spritz.

L’incontro “pornografico” tra queste due solitudini nel “mondo di sotto” richiama ancora alla mente Buzzati e il suo Poema a fumetti, dove in una Milano torbida e scomposta un Orfeo postmoderno vaga in cerca della sua Euridice, due fantasmi – appunto – privi di carne e al contempo carichi di vitale sensualità: il canto di lui come richiamo sessuale (qui le mani indecenti del protagonista che saturano i vuoti con un assalto sfrenato) e la bellezza esangue di lei che altro luogo non abiterà oltre gli inferi di una città maledetta (qui le gambe violacee di Martina esposte al gelo di dicembre e le sue guance smorte che la rendono presenza diafana ed irresistibile). Lui non riuscirà a riportarla indietro, il loro rendez-vous vivrà il tempo degli spasmi di una notte. Lei dopo il Natale si trasferirà in un “altrove”, ma il finale era già scritto: “Non voglio sapere nulla”, dichiara Lui mentre i corpi seminudi si sfiorano nel vagone affollato, “per noi ogni volta è l’ultima”, perché questo Ade di amore e tormento è un limbo tra la veglia e il sonno che non si può districare. Così come per l’Orfeo buzzantiano, che persa la sagoma di Euridice inghiottita dal buio sa che “quella città di Milano, quei rimpianti, congiure, lacrime, non erano che sogno, sogno, larva fantasima. Fantasma anche Eura”.

Ma che l’amore sia il desiderio di un’Assenza, un desiderio che non ha il suo oggetto, è un topos letterario illustre che va da Platone a Čechov e oltre: lungo questo percorso il racconto di Ricci trova il colpo d’ala che l’eleva.


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