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Satisfiction » Tra il Mito dei Nibelunghi e il bigolo di Pinocchio c’è Ken Russell
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Extravaganze 15.04.2014

Tra il Mito dei Nibelunghi e il bigolo di Pinocchio c’è Ken Russell

di

Se nell’Olimpo dei Registi, caracolla baldanzoso un Dio rubizzo, con l’aria di un maturo Fauno dipinto dal Rubens, questi non può che essere Ken Russell… Il fin troppo rimosso papà di “Donne in Amore”, “I Diavoli”, e delle più scatenate (ed irresistibili) biografie che la storia del cinema mai abbia visto, sapeva benissimo di essere una Divinità pagana. Non a caso, prima di abbandonare questa Lacrimarum Valle aveva lasciato ben precise indicazioni sulle proprie esequie che- per Toutatis- manco i figli della perfida Albione hanno voluto rispettare. Ken Russell sognava un “funerale vichingo”: tre giorni di orge si sarebbero dovute succedere attorno alla propria salma addobbata come il Dio Bacco; la bara, indi, sarebbe stata posta in un carro funebre di forma fallica seguito da un corteo di otto nani travestiti da Hitler e svariate drag-queens urlanti a mo’ di prefiche. Una “summa” quasi teorica del suo opus Magnum, Santabarbara di pellicole di epilettica possanza, invise ai “benpensanti” (notoriamente una delle razze più pericolose dell’urbe terracqueo) e ai critici togati, come la severa Pauline Kael del “New Yorker” che proprio lo odiava (ma la Kael detestava pure Fellini, quindi i conti tornano). E pensare che il destino “bigger than life” del Sommo Ken era scritto nelle stelle come dimostra “A Britsh Picture”, la sensazionale biografia (ovviamente inedita in Italia) che ci ha lasciato. Henry Kenneth Alfred Russell nacque nella città costiera di Southampton il 3 luglio del 1927: la sua infanzia fu contrassegnata da cinetiche epifanie e deflagrazioni wagneriane: il super-otto che i genitori gli avevano regalato, a causa del nitrato d’argento, presente nelle pellicole “pionieristiche” esplose e si incendiò, anzi, per un pelo, l’intera casa avita non venne avviluppata dalle fiamme. Agli occhi del piccolo Ken tali lingue di fuoco avevano lo stesso fascino di quelle che devastano Roma (mentre Nerone strimpella la lira) in un Kolossal di Cecil B. De Mille… E poi c’era l’adorata cugina Marion, la “stramba della famiglia”, uno scricciolo abbozzato da Lewis Carroll, con cui trascorrere indimenticabili pomeriggi nelle sale cinematografiche del paese a costruire castelli in aria, più sfarzosi ed impossibili di quelli architettati da Ludovico di Baviera. In uno di quei pomeriggi dedicati al culto onirico della celluloide, il piccolo Ken assistette al “Siegfried” la prima parte del dittico “I Nibelunghi”, sontuosa epopea germanica- già cantata dell’Aedo di Bayreuth- portata sullo schermo da Fritz Lang, meglio noto come l’Architetto delle Ombre. Nel momento in cui entra in scena il drago Fafnir, giusto per essere ucciso dal possente spadone di Sigfrido, figlio postumo di Sigmundr, il ragazzino capì avrebbe dato ogni stilla del proprio sangue per la più giovane delle arti. Fritz Lang, con la sua grandeur astratta, gli aveva indicato la strada. Fafnir, con le sue spire squamate, au contraire, gli aveva palesato le ossessioni falliche, che accompagneranno per tutta la vita il Nostro. Racconta candidamente lo stesso Ken nella sua biografia, parlando sempre di visioni da Bildungsroman: “Da ragazzino andai a vedere “Pinocchio”. Non mi ero mai goduto così un film. E quando vedevo quel sottile naso puntuto che si ingrossava, la mia gioia cresceva con lui. Al pari del mio pisellino.” Che Fauno erezionale, il Sommo Ken.

 


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