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Satisfiction » Stefan Zweig inedito. Breve viaggio in Brasile
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Inediti 04.12.2018

Stefan Zweig inedito. Breve viaggio in Brasile

Tradotto per la prima volta in Italia: Stefan Zweig, Breve viaggio in Brasile

Personalmente, questo viaggio in Brasile è stato per me una vera cura per l’anima. Poiché un sentimento comune di fiducia – anche condivisa con una comunità straniera – non può che elevare la nostra anima, e mi conforta enormemente la certezza che, se anche l’Europa continua ad auto-annientarsi, quei suoi germogli spirituali e culturali che ha seminato in nuce da secoli continueranno ad agire in maniera indistruttibile.

Ha un senso, oggi, scorrere ancora le pagine di quel prolifico scrittore, intellettuale, e traduttore di origini ebraiche che fu Stefan Zweig (Vienna 1881- Petròpolis, Rio de Janeiro 1942); e ha un senso scorrere quelle del bel libretto che uscirà tra qualche giorno (tradotto in Italia per la prima volta) nella collana “Le occasioni” dell’editore Passigli (Stefan Zweig, Breve viaggio in Brasile, a cura di Vittoria Schweizer e Simona Manetti Ignesti, Passigli editori, 71 pp., 8,5 euro), non solo per ritrovare la felicità della scrittura e della lettura, ma anche perché di quel breve viaggio del 1936 lo scrittore serberà un ricordo talmente intenso da scegliere il Brasile come sua ultima meta: si toglierà infatti la vita insieme alla seconda moglie a Petròpolis, forse memore del tragico gesto che l’altro grandissimo poeta tedesco, Heinrich von Kleist, (di cui scrisse in La lotta col demone: Hölderlin, Kleist, Nietzsche) condivise con l’amica Henriette Vogel a Wannsee- luogo dove peraltro si svolse l’odiosa conferenza nazista che diede inizio alla “soluzione finale” degli ebrei.

Ma in questo libricino non c’è traccia di cupezza, semmai vi si trova l’entusiasmo per una terra nuova e carica di futuro, con tutto il fascino dei tropici e il dinamismo di una realtà giovane e in crescita furiosa, che Zweig considera- forse con troppa benevolenza e un eccesso di ottimismo – il modello del pacifismo e dell’integrazione razziale.

In realtà le cose non erano così semplici neanche allora ma colpisce come lo slancio dello scrittore riesca a dar forma a uno scenario ideale (e possibile): quello della convivenza pacifica e della civiltà che non si fa turbare dai diversi colori della pelle. “È commovente”, scrive Zweig, “vedere i bambini di ogni sfumatura, caffè nero o caffelatte (come si dice qui) giocare tra di loro, così come gli adulti vivere porta a porta pacificamente”. Non era di certo pensabile, in quegli anni, lasciarsi andare a fantasie tanto rosee per l’Europa visto che lo scrittore era stato costretto (insieme a moltissimi altri) a emigrare prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti (i suoi libri erano stati bruciati dai nazisti, era considerato un intellettuale scomodo); e ci lascia pensare ancor’oggi se consideriamo l’attuale situazione del Brasile.

In Breve viaggo in Brasile, però, possiamo gustarci le splendide descrizioni di San Paolo e di Rio de Janeiro, due città con due anime molto diverse (“la musicalità che si libra attorno a quella città luminosa [Rio] e per tutta la baia di Guanabara, qui [a San Paolo]è sostituita da un ritmo forte, frenetico, simile al battito del cuore di un corridore che corre avanti, sempre avanti e che si inebria della propria velocità”); e possiamo, leggendo queste pagine, ascoltare la voce di chi, pur stretto nella morsa di un potere detestabile, sapeva ancora farsi incantare dalla bellezza della diversità.

Nel passo sotto riportato Zweig descrive l’arrivo, via mare, a Rio de Janeiro.

Rossella Pretto

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Dopo aver attraversato il groviglio di isole, finalmente scorgiamo la città. Ma non subito. Non come per esempio a Napoli, ad Algeri o a Marsiglia; qui il panorama di case non si apre al primo sguardo come un’arena aperta coi gradini di pietra. Rio de Janiero si apre come un ventaglio immagine dopo immagine, pezzo dopo pezzo, scorcio dopo scorcio, e proprio questo rende l’arrivo così emozionante, così incessantemente sorprendente. Poiché ognuna delle baie abitate, che nell’insieme costituiscono la spiaggia della città, è separata da catene montuose – sono cioè le nervature del ventaglio a isolare qui ogni immagine pur tenendole assieme. Finalmente appare la spiaggia arcuata, una visione magica: una lunga passeggiata di sabbia continuamente bagnata dalle onde, con case, ville e giardini; si distingue chiaramente l’albergo di lusso e le ville circondate dai boschi che risalgono la collina… ma è un malinteso! Non è che la spiaggia di Copacabana, una delle più belle al mondo, un nuovo sobborgo, non la vera città. Si deve ancora aggirare il Pão de Açúcar, che sbarra la vista, e soltanto allora si vede la città nella baia, bianca, compatta, rivolta verso la spiaggia, per poi disperdersi vagamente tra le alture verdeggianti. Si vedono i nuovi giardini costieri e l’aeroporto strappato al mare: stiamo quasi per sbarcare e finalmente potremo soddisfare la nostra impazienza. Ma non è così! È di nuovo un malinteso: si tratta della baia di Botafogo e di Flamengo, che la nave deve ancora una volta aggirare, sfogliando un’altra pagina di questo divino ventaglio, luminoso di tutti i colori; si deve ancora passare davanti all’isola della Marina e a quell’altra piccola con il palazzo gotico, dove l’imperatore Pedro dette l’ultimo ballo due giorni prima della sua abdicazione. E solo ora salutano le case torri, un’unica massa verticale, solo ora appaiono le banchine di attracco, solo ora la nave può approdare, e siamo finalmente in Sudamerica, in Brasile, nella più bella città del mondo!


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