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Satisfiction » Silvia Ranfagni anteprima. Corpo a corpo
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Inediti 11.01.2019

Silvia Ranfagni anteprima. Corpo a corpo

Fare un figlio quando non si ha un senso, sperando che quel corpo- il Corpo lo chiama la madre protagonista del romanzo di Silvia Ranfagni (Corpo a corpo, E/O, 2019, pp. 176, euro 16,00)- riempia il vuoto di senso e di segni. Lo significhi, in definitiva, inchiodando quel Corpo ad essere il figlio del vuoto, il figlio del Logos imperante. Il vuoto su cui si affaccia una vita sterilizzata e impoverita dalla depressione, che è mancanza di orizzonte e si nutre di pasticche per stare in piedi, per creare futuro. E allora per scampare a quella sterilità si dispone ad accogliere il seme di un altro che però invada il meno possibile, che entri per vie che non sono quella della penetrazione sudata e animalesca, di un corpo a corpo tra alterità, ma quella asettica dell’inseminazione artificiale che dà possibilità di scegliere tra colori, nazionalità, caratteristiche differenti e che danno maggiore garanzia di perfezione, cioè di successo- che è verbo declinato al passato e dunque meno pericoloso. E intanto quella malattia che è deprivazione si fa largo e a nulla serve il Corpo che cresce, se non a portare altra ansia, altra frustrazione, altro senso di inadeguatezza. Un continuo parlottare nella testa, il bisogno di qualcuno che dia ordine- lo psichiatra chiamato Cento Euro; la tata eritrea che ha una sua vita di stenti e di fatiche ma chissenefrega perché la voce continua a dire “io, io, io, io”… e dà conto del modo di esistere odierno, ombelicale, sperduto, annaspante e perennemente alla rincorsa. Si avverte la ferita, che è sempre assoluta, incapace di ricomposizione, ma sta sullo sfondo, non detta, mai ammessa, rabbiosa e cocciuta nel suo acquattarsi come una bestia braccata, le bestia in agguato nella giungla di Henry James che rimanda tutto a un futuro che dovrà manifestarsi ma mai si vede perché è solo paura di vivere e di amare, di farsi contaminare e sporcarsi le mani. È il differimento del futuro e quindi del presente ad libitum. Ma, quella bestia, continua a parlare. Mai a credere perché credere e pregare sono una resa. E sarebbero uno scioglimento, il respiro dell’Altro che trova vie di salvezza.

Solo a cose fatte, a vita sperperata, si concede lo sguardo che indaga, e si accorge di quel senso che è continuamente dislocato, fuori controllo, e per questo denso e finalmente presente.

Rossella Pretto

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Il figlio dà piacere, giusto? È per quello che lo hai fatto. Per goderne. Invece il Corpo chiede di più, sempre di più. Ora se n’è inventata un’altra, cammina!

Beh, “cammina” è solo una parola. Il Corpo non cammina. “Arranca”, “traballa”, “sbanda”, “tenta di avanzare”, si regge, ma per poco, sugli arti posteriori. Sono per lo più tentativi umilianti. Anziché demotivarsi, il Corpo lotta. Lottando devasta l’ambiente intorno. Crea più reazioni di una pallina nel flipper. Sedie che si rovesciano, tende che si strappano, spigoli che spuntano quando meno te l’aspetti. Cento Euro è troppo furbo: non ha fatto un Corpo, lui. È uno di quegli uomini cerulei e compiaciuti, da sempre grande amante del lattice.

Cerchi di spiegargli che delirio sia un Corpo-che-cammina. Cento Euro ti ascolta raccontare, in lungo e in largo, fattarelli di una noia mortale a dirsi, di un’emozione soffocante a viversi. Il Corpo è in grado di raggiungere tavolinetti bassi. Da qui tutto il pathos. Il Corpo raggiunge prese della luce con la stessa spensierata confidenza. È ignaro degli indici di sicurezza delle cose. Agisce continuamente. Continuamente. Continuamente.

Tenti di riprodurre, nello studio lindo e raffinato, la confusione generata dal Corpo, sia nelle cose che nei pensieri. Tutto suona ovvio e la tua sofferenza dovuta. (Paghi Elsa, così affronta lei la fatica. Questo problema è ormai risolto.) Il fatto è che non provi mai piacere, nemmeno con tuo figlio. (Solo se mangi ti senti “piena”, sennò il vuoto ti divora.) Una persona come te la vorresti morta.

«Sì, certo» dice lui. «Lei sente questo peso perché…».

«Ho capito!» lo interrompi, tanto è un disco rotto. «Non me lo ripeta! Il peso sul petto non ce l’avrei se il mio cervello fosse un altro!». Lo guardi dritto negli occhi. «Guardi che lo so io, lo so io…» qui ti viene da piangere, «…cosa sia convivere con me stessa!». Lo hai ammutolito. Rincari la dose con voce strozzata: «Ho quindici persone dentro il cervello!». Sei realmente di sperata e allo stesso tempo reciti la disperazione. «Quindici e non vanno d’accordo!» gli spieghi meglio, ma produci una reazione inaspettata.

«Quanto mi fa ridere! È divertente, lei» dice Cento Euro dondolandosi su una sedia girevole presidenziale – almeno duemila euro di divertimento folle, a giudicare dalla nappa.

Crede di essere un antico patrizio di fronte al gladiatore, e tu continui a lottare per spiegarti. «C’è come un processo interno, cioè tutti sanno che sono colpevole, pure io, ma tutti vogliono inchiodarmi alla colpa e si dilungano a provarla e a spiegarla e a ripeterla…». Non sei sicura di essere stata chiara. Aggiungi: «Faccia conto che… che qui dentro siamo a Norimberga e io sono il nazista».

«Divertente» fa di nuovo lui. Mentre ride batte anche la mano sul bracciolo di pelle, causando uno tsunami nella nappa. «Norimberga… veramente divertente» e con l’ennesima risata inopportuna si butta all’indietro sulla sedia dirigenziale, che ha un singulto, quasi pari al tuo. Allora cambi tecnica, ti fai pacata, più pacata che puoi.

«Accade, accade veramente» gli dici.

Uno dei quindici avvocati che ti porti sempre in testa ti fa eco: “Veramente! Il suo senso di realtà è a dir poco bizzarro, signori della Corte”. Per non sentirlo ti rivolgi alla compassione di Cento.

«Le giuro che farli stare tutti zitti, a questi, è un lavorone». Ormai puoi anche dirgli la tabellina del sette. Cento Euro ride. Prendi allora un tono assertivo, quasi autorevole. «Passo il giorno a fare l’avvocato difensore di me stessa… e però – mentre mi giustifico, mi analizzo, mi giudico, mi condanno e mi assolvo –mi scordo il latte sul fuoco, le chiavi a casa, i calzini dentro la…».

Manco a dirlo lui ride, non capisce che è l’accurata descrizione di un giorno qualunque, dunque una tragedia, un’odissea che non ha fine.

«Cioè, io ho un processo sfiancante, cattivo… Per smettere di processarmi devo trovare un posto nel mondo… E non è dove sto…». Per una volta i quindici avvocati non trovano nulla da ridire, nemmeno loro. «Che poi, qui dentro, questa cosa della pasticca bisognerebbe discuterne… se prenderla o non prenderla… Lei mi deve solo dire come fare pace con me stessa e basta. Come essere una, una sola. Tutto qui»


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