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Satisfiction » ANTEPRIMA Seamus Heaney, Eneide. Libro VI
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Inediti 07.12.2018

ANTEPRIMA Seamus Heaney, Eneide. Libro VI

L’ultima fatica di Seamus Heaney: Eneide, Libro VI esce per Il Ponte del Sale

Rimo per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.

(Seamus Heaney, Elicona personale, in Morte di un naturalista, 1966)

Un desiderio a lungo accarezzato, quello di Seamus Heaney, poeta e premio Nobel 1995, definito dall’amico Derek Walcott “il maestro del quotidiano”, che per tutta la vita fu attraversato e ispirato dalla musa virgiliana- per la suggestione georgica, legata alla terra, e, cosa che qui ci interessa, per quella sua famosa discesa nell’Oltretomba-, se consideriamo che fin dal liceo, in quel lontano 1957, fu rapito dal dettato del gran cantore di Roma. Racconta infatti, nella “Nota del traduttore” inserita nel volume da poco uscito per Il Ponte del Sale (Seamus Heaney, Eneide, Libro VI, Il Ponte del Sale, 120 pp., 17 euro), di quel suo insegnante di latino al St Columb’s College, padre Michael McGlinchey, che sospirava desolato perché nel programma di maturità di quell’anno era stato scelto il canto IX e non il VI.

Heaney si ripromise di porvi rimedio e ne scrisse a varie riprese (ne “Il ramo d’oro” contenuto in Veder cose, 1991). Fu questo il modo che trovò per riaccostarsi idealmente al padre, scomparso nel 1986: con la guida di Virgilio che, proprio nel Libro VI, faceva incontrare nell’Averno Enea con l’ombra del padre Anchise.

L’occasione per la ‘restituzione’ completa giunse però nel 2007 a seguito di una silloge concepita come benvenuto alla vita in onore della nipotina appena nata: era la volta di “Linea 110”, contenuta in Catena umana.

Dopo la silloge si fece ancor più forte l’impellenza di dialogare, e in maniera approfondita, con il Libro VI, a cui il poeta pose mano dal 2007 fino al 2013, anno della morte, e che può, a ragione, farci pensare a una forma di meditatio mortis, stando alle parole di Alessandro Fo che, nella prefazione al volume, scrive: “Poi subentrano maturità e sera dell’esistenza, ed è altrettanto naturale che si inizi a meditare meno sporadicamente ciò che può attenderci ‘dopo’, nelle tenebre. Credo che la conclusiva, sistematica interrogazione condotta da Heaney nei riguardi del libro VI sia anche un poco legata a simili inquietudini, a questi ineliminabili soprassalti, e forse a una sorta di tentato incantesimo per disinnescarne il potenziale destabilizzante, addomesticarne il pensiero ed esorcizzarli”.

Il poeta che “cavava” le parole come il padre e il nonno vangavano la terra (nel link Heaney declama “Digging”, celebre poesia inclusa in Morte di un naturalista, 1966. https://www.youtube.com/watch?v=KNRkPU1LSUg), per estrarre il senso più profondo e “buono” dell’essere umano, non solo della fedeltà al testo si preoccupava, nel tradurre il libro VI: “Il ritmo, il metro e la scansione dei versi, la voce e la sua cadenza, il bisogno di una dizione sufficientemente decorosa per Virgilio e tuttavia non tanto ‘antica’ da suonare stonata in rapporto a un idioma più contemporaneo”, erano questi i suoi pensieri, scrive sempre nella “Nota”.

Non facile dunque il lavoro dei traduttori italiani, Leonardo Guzzo e Giovanna Iorio, che hanno dovuto fare i conti con una traduzione della traduzione; e non solo a un poeta hanno dovuto guardare, ma a due: Virgilio e Heaney. Bravi loro, che l’hanno intesa come una ritmica avventura, e fortunati noi che abbiamo la possibilità di riavvicinarci a Virgilio (grazie anche al lavoro di Marco Sonzogni- già curatore del Meridiano-, Alessandro Fo e a una nutrita squadra di esperti) attraverso l’ultima fatica di quel grande poeta che fu Heaney.

Rossella Pretto

#

Altrove Anchise

con fare di padre, assorto, girava nel fondo di una valle erbosa

scrutando e passando in rassegna le anime adunate in quel luogo,

pronte a passare alla luce del mondo di sopra.

Proprio allora, volle il caso, prendeva nota

dell’intera sua discendenza: sorti e imprese,

tratti e qualità dei posteri a lui cari;

ma vide Enea giungere attraverso l’erba

e subito gli tese entrambe le mani, in segno

di avida gioia, gli occhi pieni di lacrime,

e diede un grido: «Infine! Sei giunto infine?

Sempre confidai che il tuo senso di giustizia

prevalesse e ti guidasse a questo esito.

E ora mi è concesso di vedere il tuo volto,

figlio mio, di sentirti parlare e parlarti a mia volta?

Questo immaginai, ansioso sperai

mentre contavo i giorni; e la mia fede non era malriposta.

Pensare alle terre, ai mari estremi

che hai percorso, figlio mio, per ricevere questa accoglienza…

Dopo quanti pericoli! Ho temuto che l’Africa

fosse la tua rovina». Ma Enea rispose:

«Più e più volte, padre, mi sei apparso,

la tua ombra triste è comparsa e mi ha spronato

a questo esito. Le mie navi stanno all’ancora nel mare tosco.

Lascia, padre, che ti prenda la mano, e non sottrarti,

te ne prego, al mio abbraccio». Parlava e piangeva.

Tre volte provò a gettargli le braccia al collo.

Tre volte lo spettro, stretto invano, gli sfuggì

come brezza tra le mani: un sogno alato.

#

Elsewhere Anchises,

Fatherly and intent, was off in a deep green valley

Surveying and reviewing souls consigned there,

Those due to pass to the light of the upper world.

It so happened he was just then taking note

Of his whole posterity, the destinies and doings,

Traits and qualities of descendants dear to him,

But seeing Aeneas come wading through the grass

Towards him, he reached his two hands out

In eager joy, his eyes filled up with tears

And he gave a cry: ‘At last! Are you here at last?

I always trusted that your sense of right

Would prevail and keep you going to the end.

And am I now allowed to see your face,

My son, and hear you talk, and talk to you myself?

This is what I imagined and looked forward to

As I counted the days; and my trust was not misplaced.

To think of the lands and the outlying seas

You have crossed, my son, to receive this welcome.

And after such dangers! I was afraid that Africa

Might be your undoing.’ But Aeneas replied:

‘Often and often, father, you would appear to me,

Your sad shade would appear, and that kept me going

To this end. My ships are anchored in the Tuscan sea.

Let me take your hand, my father, O let me, and do not

Hold back from my embrace.’ And as he spoke he wept.

Three times he tried to reach arms round that neck.

Three times the form, reached for in vain, escaped

Like a breeze between his hands, a dream on wings.


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