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Satisfiction » Scrittura di ricerca e scrittura sperimentale. Intervista a Marco Giovenale
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Lapislapsus 07.11.2017

Scrittura di ricerca e scrittura sperimentale. Intervista a Marco Giovenale

di

marco_giovenaleSlowforward è il più antico blog dedicato alla scrittura di ricerca, iniziato nel 2003, che oggi ha un nuovo dominio: in questo arco di tempo come si è evoluta la scrittura di ricerca italiana e internazionale?

Mi scuso fin da ora dello sguardo “in soggettiva” che avrà la mia risposta. Darò conto giocoforza di esperienze che ho potuto attraversare in prima persona.

Per rispondere e offrire un disegno non troppo infedele di alcune linee con le quali soprattutto ho familiarità (e che vedo estesissime in rete e on paper nel mondo), non credo io possa far altro che indicare, anche attraverso link e suggerimenti, alcuni autori e testi. (E: testi che rinviano ad altri testi; tutti abbondantemente rappresentati, leggibili, rintracciabili subito, già a partire da questa mia risposta, online). Non potrò diffondermi in descrizioni, purtroppo, data la quantità dei dati in campo.

Il 2003 è effettivamente l’anno di nascita di vari blog individuali (come appunto Slowforward, che a differenza di altri predilige la sperimentazione), della newsletter o meglio lettera aperiodica bina, e del blog Nazione Indiana. In quegli stessi anni erano attivi vari ‘luoghi’ e idee e iniziative fondamentali (che connettevano tra loro autori che altrimenti forse non si sarebbero mai conosciuti): penso soprattutto ad Àkusma (1998, poi 2001-2003) a cura di Giuliano Mesa; al sito Absolute Poetry a cura di Lello Voce; alla rivista on line LUlisse (nata nel 2004); al festival RomaPoesia, che nelle sue varie edizioni teneva traccia di non poche esperienze, soprattutto italiane; e penso al laboratorio in rete di Biagio Cepollaro, generoso di informazioni preziose condivise, edizioni nuove e riedizioni di materiali importanti. Si parla dunque di un contesto o momento particolarmente ricco, anche se – tolti alcuni specifici post di Nazione indiana e Slowforward, o numeri de L’Ulisse, e tolte le iniziative della Camera verde che meriterebbero un’enciclopedia a parte – quelli appena citati erano loci non in specifica sintonia con quelle ricerche letterarie che in tutto il mondo ma soprattutto in Francia e Stati Uniti sarebbero state per me e per altri ragione di studio confronto dialogo e scrittura subito e negli anni a seguire. (Intendo le ricerche che si legano ai nomi di Jean-Marie Gleize, Nathalie Quintane, Olivier Cadiot, Ron Silliman, Charles Bernstein, Jeff Derksen, Lyn Hejinian, per ricordare solo alcuni).

marco-giovenale-sibyls-aCiterei, per iniziare, specificamente l’edizione del 2005 di RomaPoesia, come forse significativa in termini di accresciuta attenzione di parte della critica ad alcuni autori che in tale occasione erano chiamati a declinare la propria versione/modalità di “ricerca” in sintonia con quanto da anni stava accadendo appunto in Francia e USA. (La rivista “Poesia”, di Crocetti, ha poi ospitato in due puntate, nel febbraio e marzo 2006, una sequenza antologica dedicata a questo festival, accompagnata da saggi).

Del 2005 è Parola plurale, va ricordato, e non di passaggio. Una ‘sistemazione’ fondamentale da cui molta critica letteraria è partita, si è basata, in seguito (anche se circoscrivendo le scritture alla poesia).

Del 2005 sono i primi post sperimentali dei miei spazi in rete differx e differx_it (ora ricompresi in Slowforward), e la nascita della collana ChapBook, presso Arcipelago, curata da Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano (con ben 27 titoli, usciti fino a pochissimo tempo fa: eccoli).

Al 2004 e 2005 vanno ricondotte due iniziative antologiche importanti, di connessione fra contesto italiano e sperimentazione in Francia: i dossier o microantologie di traduzioni Azioni poetiche. Nouveaux poètes italiens (in

“Action poétique”, 177, sett. 2004) e Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità, in “Nuovi Argomenti”, ott.-dic. 2005, entrambi a cura di Andrea Raos e Andrea Inglese (Le macchine liriche è poi uscito in due post successivi su Nazione indiana, qui e qui.

Tutto un discorso a parte meriterebbe il versante verbovisivo della ricerca, fuori d’Italia e in Italia (ma soprattutto all’estero). Credo risalga al 2006 o a qualche tratto di tempo leggermente precedente la mia iscrizione, in inglese, ad un sito particolare che fino a quel momento non aveva avuto gran séguito in Italia. L’iscrizione si doveva al mio desiderio di rimanere appunto in contatto soprattutto con autori di scritture di ricerca e anche di poesia visiva e concreta e asemic writing principalmente in USA e Canada, Francia e Finlandia (Jim Leftwich, Peter Ganick, Jukka-Pekka Kervinen, Jennifer Scappettone, Rosaire Appel, Rachel Defay-Liautard, Greg Evason, Drew Kunz, Derek Beaulieu, Angela Genusa, Erik Rzepka, Matina Stamatakis e moltissimi altri). Questo sito si chiamava Facebook.

Nel giugno 2006, con Bortolotti, Zaffarano e Alessandro Broggi (e una fugace presenza di Massimo Sannelli) nasce, dopo lunga preparazione, gammm, sito ancora oggi credo considerabile di riferimento per alcune scritture. Non c’è in Italia un sito che, come gammm, abbia svolto – per un certo tipo di scritture – la stessa quantità di lavoro, negli ultimi dieci – ormai undici – anni.

All’inizio del 2007 prende avvio presso la Camera verde la collana “felix”, che penso abbia giocato anch’essa un suo ruolo non secondario, fino al 2010, nella strutturazione di un’idea di ricerca. Mi fa piacere ricordarne qui i 17 titoli:

Michele Zaffarano, E l’amore fiorirà splendidamente ovunque, 2007

Gherardo Bortolotti, Soluzioni binarie, 2007

Alessandro Broggi, Total Living, 2007

Giuliano Mesa, 1,6,7, 2007

Jeamel Flores Haboud, Pleamor, 2007

Joe Ross, Strati, 2007

Andrea Inglese, Prati, 2007

Éric Suchère, Surfaces/Dans l’atmosphere de, 2008

Marina Pizzi, Dallo stesso altrove, 2008

Katheen Fraser, Witness/Testimone, 2008

Jennifer Scappettone, Thing Ode, 2008

Jon Leon, Diphasic Rumors, 2008

Paola Febbraro, …di piccole foglie sparse e di giardini…, 2008

Ryoko Sekiguchi, Apparizione, 2009

Carlo Bordini, I diritti inumani, 2009

Jean-Marie Gleize, In vista laterale / En face latérale, 2009

Giulio Marzaioli, Moduli di prima fase, 2010

01_2272Del 2007, se ricordo bene, è un testo fondamentale di Gherardo Bortolotti, a proposito della scena anglofona: La scoperta dell’America. È riproposto in varie sedi, in rete, e volendo anche qui. Del marzo 2008 è una lettura a Lione, presso il Centre d’études poétiques de l’ENS (a quel tempo diretto da Gleize), che vede coinvolti vari autori italiani. Di lì, un rafforzarsi del dialogo con la rivista “Nioques” (fondata da Gleize nel 1990).

Del 2009 è Prosa in prosa, volume dal titolo scopertamente gleiziano, su cui non credo sia necessario diffondersi. Esce nella prima serie della collana fuoriformato, curata da Andrea Cortellessa per Le Lettere. Alla fine dello stesso anno ho dato avvio (e spero di continuare ancora) alle uscite di lettere grosse, proprio per offrire rassegna di un certo tipo di prosa, prodotta da non pochi autori (qui tutti i fascicoli). Nel 2012 esce un numero del “verri” con una notevolissima scelta di materiali e saggi: https://slowforward.me/2012/04/02/ilverrin-48/: per leggere qualcosa in rete si può consultare il post https://slowforward.me/2014/02/08/verri48-2012/. (N.b.: “il verri” è stato ed è tutt’ora uno degli interlocutori più preziosi per i percorsi di cui si parla; così come “l’immaginazione”, èdita da Piero Manni, che dal 2012 ospita una rubrica fissa curata da gammm, dal titolo gammmatica, che fin qui ha – fra altri interventi – tradotto e pubblicato testi di Bob Perelman, Natalie Quintane, K. Silem Mohammad, Christophe Tarkos, Éric Suchère, Jean-Marie Gleize).

(Ricordo che Gleize è stato pubblicato dalla Camera verde non solo nel 2009 nella collana felix, ma anche nel 2010, con il libro – a due mani con Éric Pellet – Une histoire de la poussière – Una storia della polvere, sempre tradotto – come quasi tutti i suoi lavori – da M. Zaffarano).

È del 2011 il mio blog aggregatore du-champ, costruito con mezzi poverissimi, su piattaforma Blogspot: l’avevo pensato per tenere sott’occhio soprattutto aree di visual poetry, poesia concreta, mail art, glitch, asemic writing, ma non mancavano i siti di scrittura lineare. Ora non è più raggiungibile, per evidenti problemi di gestione: al 2013 contava già oltre 2200 indirizzi mappati, ossia blog e siti di cui offriva gli aggiornamenti/preview sia grafici che (in una riga) testuali. E va detto che – per ragioni tecniche che non sto a spiegare – mancava di dare indicazioni su migliaia di altri siti, statici e quindi impossibili da seguire con feed in tempo reale.

dada-giovenaleDaccapo del 2011 è il mio contatto con il (e partecipazione al) Text Festival organizzato a Bury (Manchester) da Tony Trehy, con la partecipazione – quell’anno – di Ron Silliman, Christian Bök, Holly Pester, Geof Huth, Márton Koppány, Philip Davenport, Rachel Defay-Liautard, Derek Beaulieu, Liz Collini, Jaap Blonk, Satu Kaikkonen, Karri Kokko e moltissimi altri. Devo dire di aver avuto modo di strutturare in grande libertà un mio intervento a tre livelli (https://textartarchive.com/guestbloggers/), ma soprattutto sottolineo di aver vissuto lì un’occasione per me nodale, che mi ha messo in condizione di vedere direttamente e apprezzare le interazioni – dialogiche, non contrastive – fra azioni di varia natura: performance, installazioni, reading/conferenze (Xenotext, di Christian Bök, potentissimo; e ricordo volentieri anche una ‘sonorizzazione’ asemantica – di un testo altrettanto asemantico, se ben ricordo – di Geof Huth).

Annoto: su Bök e il suo Xenotext la mole di materiali in rete e su carta è enorme, chiaramente quasi tutta ignota al lettore italiano (di poesia!). Selezionerei pochi link: dal sito della BBC; da quello del MIT; da un’intervista su New Scientist; e da un suo intervento in Harriet.

Sul contesto della sperimentazione non solo italiana, anzi soprattutto internazionale, il 10 luglio 2013 ho pubblicato su Slowforward un articolo che trovo utile linkare, per la quantità di riferimenti che offre sulla situazione (e sull’evoluzione della stessa, infine) (o involuzione, visto che l’Italia persevera nel non tradurre): Un errore diffuso, https://slowforward.me/2013/07/10/unerrorediffuso/ (con qualche aggiornamento postato il giorno stesso: https://slowforward.me/2013/07/10/altrilinkpernutrirelerrorediffuso/). Il pezzo è poi anche riproposto in gammm (2015): http://gammm.org/index.php/2015/10/01/unerrorediffusomarcogiovenale-2013/.

Del 2013 sono quattro mappature possibili – diciamo così – delle scritture di ricerca. Esattamente: (1) gli incontri EX.IT (poi ripetutisi altre due volte, negli anni successivi) su cui non mi diffondo, rinviando al blog https://exitmateriali.wordpress.com, che contiene una gran quantità di cose, documenti, sequenze e video e audio, a coprire tutte e tre le edizioni fin qui svolte; (2) l’avviamento del progetto Benway Series (qui i libri editi); (3) un volume, Nuovi oggettivisti, pubblicato da Loffredo e purtroppo ora non più reperibile (ma qualche link a materiali è qui); (4) la nascita – grazie all’ospitalità e generosità di Fabrizio Rossi e della sua casa editrice IkonaLíber – di una collana interamente dedicata alla ricerca italiana: “Syn _ scritture di ricerca”, i cui titoli sono qui: http://www.ikona.net/category/edizioniikonaliber/syn_scritturediricerca/.

Per “alfabeta2” on line ho poi, tra gennaio e aprile 2015, scritto una serie di interventi anche teorici, oltre che di rassegna ‘sul campo’. Se ne può trovare un indice qui, e lo trascrivo:

Un’introduzione a Gioco (e) radar, 11 gen. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/01/11/unintroduzionegiocoradar/

Gioco (e) radar #01: Kenneth Goldsmith, 18 gen. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/01/18/giocoradar-01-kennethgoldsmith/

Gioco (e) radar #02: Prime critiche (?), 25 gen. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/01/25/giocoeradar-02-primecritiche/

Gioco (e) radar #03: Glitch, alterazioni, disfunzioni [prima parte], 1 feb. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/02/01/giocoeradar-03-glitchalterazionidisfunzioniprimaparte/

Gioco (e) radar #04: Glitch, alterazioni, disfunzioni [seconda parte: addenda politici], feb. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/02/08/giocoeradar-04-glitchalterazionidisfunzionisecondaparteaddendapolitici/

Gioco (e) radar #05: Asemic writing, 18 feb. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/02/15/giocoeradar-05-asemicwriting/

Gioco (e) radar #06: Elencazioni, non narrazioni, 22 feb. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/02/22/giocoeradar-06-elencazioninonnarrazioni/

Gioco (e) radar #07: Lo spazio si verbalizza, 1 mar. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/03/01/giocoeradar-07-lospaziosiverbalizza/

Gioco (e) radar #08: Loose writing, 8 mar. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/03/08/giocoeradar-08-loosewriting/

Gioco (e) radar #09: Scritture installative [prima parte], 15 mar. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/03/15/giocoeradar-09-scrittureinstallativeprimaparte/

Gioco (e) radar #10: Scritture installative [seconda parte], 22 mar. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/03/22/giocoeradar-10-scrittureinstallativesecondaparte/

Gioco (e) radar #11: Interruzioni / arresti [Due note sui Saggi di letteratura arrestata (Essais de littérature arrêtée) di Denis Roche], 29 mar. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/03/29/giocoeradar-11-interruzioniarrestiduenotesuisaggidiletteraturaarrestataessaisdelitteraturearreteedidenisroche/

Gioco (e) radar #12: La frase nuova, 5 apr. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/04/05/giocoeradar-12-lafrasenuova/

Gioco (e) radar #13: Cambio di paradigma. Alcune annotazioni, 12 apr. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/04/12/giocoeradar-13-cambiodiparadigmaalcuneannotazioni/

Gioco (e) radar #14: Indeterminazioni e prose di due autori (in)attuali [Prima parte: Hofmannsthal], 19 apr. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/04/19/giocoeradar-14-indeterminazionieprosedidueautoriinattualiprimapartehofmannsthal/

Gioco (e) radar #15: Indeterminazioni e prose di due autori (in)attuali [Seconda parte: Joyce], 26 apr. 2015:
http://www.alfabeta2.it/2015/04/26/giocoeradar-15-indeterminazionieprosedidueautoriinattualisecondapartejoyce/

Infine, sempre per dare un’idea della situazione italiana e internazionale (e italiana legata a quella internazionale), non posso non far riferimento a tre occorrenze / iniziative del 2015 che giudico di rilievo: (1) l’inaugurazione della sezione italiana dell’archivio sonoro e video Pennsound (Università di Pennsylvania), curata da Jennifer Scappettone; (2) l’uscita di un numero monografico della rivista francese “Nioques” dedicato alle scritture di ricerca italiane, a cura di M. Zaffarano; (3) l’uscita di un numero della rivista svedeseOEI, a cura di Gustav Sjöberg, interamente dedicato all’Italia e alla “scrittura non assertiva” (in cui si parla e si propongono materiali non solo di autori giovani, ma anche di figure fondamentali nella storia della ricerca, come Gianfranco Baruchello, Emilio Villa, Nanni Balestrini, Patrizia Vicinelli). Molto sinteticamente, senza diffondermi in questa sede, qui un post breve / descrittivo: https://slowforward.me/2015/10/21/treiniziative/.

imagesAncora moltissimo ci sarebbe da dire, su questi anni. Per esempio sulla partecipazione degli autori di gammm ad alcune esperienze (e alla storica mailing list) di flarf, all’inizio degli anni Zero; sull’edizione italiana di Thing Ode, di Jennifer Scappettone (La camera verde, 2008); sul lavoro della stessa autrice, a più riprese, su autori come Amelia Rosselli (cfr. qui e qui) ed Emilio Villa (cfr. qui); sul n. 7 della rivista “Aufgabe” (qui il pdf completo); su varie letture di italiani in Québec e negli USA (2005 e 2009); sul dialogo gammm / dusie.org (e su una lettura del 2007 che ha visto insieme a Roma vari italiani e francesi e statunitensi, tra cui Susana Gardner, founder & editor del sito Dusie); sull’uscita di un fondamentale libro di saggi di Gleize, Sorties (2009); sulla centralità di un autore come Francis Ponge (cfr. qui e qui); sulle letture organizzate a Roma per i dieci anni di gammm, presso il Teatroinscatola, tra dicembre 2015 e giugno 2016; sulle letture di Gleize – con autori italiani – a Villa Medici (sempre a Roma) il 15 settembre 2016; sull’adozione/discussione di Prosa in prosa o del volume EX.IT 2013 in alcuni corsi universitari, a Firenze, Milano, Bologna e Roma; su un convegno a Tuscania (2017) in cui Sebastiano Triulzi ha dedicato una relazione al lavoro di gammm; sull’antologia Poeti degli anni Zero (2011, a cura di Vincenzo Ostuni); sul sostegno costante che Renato Barilli e la sua rassegna RicercaBo hanno offerto a Prosa in prosa; sulla positiva attenzione che molti critici e sodali hanno dedicato con costanza nel tempo alle scritture di alcuni italiani; su Poesia13, a cura del collettivo EscArgot, che ha visto per tre giorni, nel maggio 2013, a Rieti, molti autori leggere e confrontarsi anche e non solo sul tema della ricerca letteraria (e… molti di loro, palesemente, non avevano però alcuna idea di quanto scritto, elencato & linkato fin qui: nemmeno l’ombra di un’idea).

Estendere i margini di un quadro già così ampio rischia di essere a dir poco vessatorio per chi legge. Mi interrompo.

Ora.

dada-giovenaleA fronte di tutto il lavoro e di tutti i libri e testi in rete e offline segnalati, devo dire che la mia impressione sul passato è fortemente positiva, e negativa invece sul presente, cioè sul tratto di tempo più vicino al 2017. Nonostante l’apparente diffusione italiana e la reale diffusione fuori d’Italia di tutto il lavoro nominato, constato una testarda impermeabilità di lettori e autori nel nostro Paese al numero abissale di contesti e mondi su cui gammm ha aperto e offre appena uno spiraglio.

E, volendo osservare il quadro anche delle aree non di ricerca (neo-neorealismi, esperienze frontalmente o latamente politiche, lirica), più che esempi iper-assertivi di epigonismo rispetto a esperienze novecentesche, mi sembra di vedere proprio pessima qualità di scrittura e ingenuità inverosimili. Il mainstream, infine, mai uscito col naso dalla porta della casetta Italia, produce quel che può, sa di chiuso. Sui fronti della ricerca, e delle attività per promuoverla, personalmente sono in posizione di attesa e di ridotta quantità di lavoro rispetto agli scorsi anni, per motivi extraletterari che non mi permettono i ritmi che mi imponevo fino a circa tre anni or sono. Del resto possono essere altre le voci (le generazioni), altri gli autori, a lavorare nelle e per le aree fin qui indicate.

Ci sono decine di migliaia di testi in cui affondare le mani, da tradurre, da studiare, da mettere a confronto. Ma insisto: non in direzione di una generica “ricerca”, o spandendo l’inverificabile (perché falso) luogo comune che “tutto è ricerca” (magari, di male in peggio, specificando che “tutta la poesia è di ricerca”), ma piuttosto sondando i veri e propri continenti di materiali che per esempio e solo “per esempio” – daccapo – sono qui segnalati in numero giocoforza circoscritto.

Esiste, se esiste, una differenza sostanziale tra scrittura di ricerca e scrittura sperimentale?

e253c1bc6d2b24d59abfda10c65ec7a0Di scrittura di ricerca si parlava ovviamente anche negli anni ’80 e ’90 a ridosso delle esperienze del gruppo 93. Così come già negli anni ’50 si parlava di “sperimentalismo”, con le storiche distinzioni rispetto alle scritture d’avanguardia (l’interminabile track “Pasolini sperimentale versus Sanguineti avanguardista”). Continuare a utilizzare questi termini può essere fonte di confusioni, penso, se se ci si astrae da una dimensione storica, certo; ma è più pericoloso ancora (e noioso) se si ripercorre e ripete ed eredita e reincarna daccapo la vicenda ormai consunta del conflitto tra Officina e Novissimi. (Molti giovani e meno giovani, [de]formati da manuali di letteratura che non arrivano a parlare nemmeno della coda del XX secolo, sembrano inchiodati al secondo dopoguerra, in una specie di oleografia guareschiana immodificabile deprimentissima).

Però è anche vero che si tratta di etichette del dialogo comune, banale, che – per quanto respinte oppure disturbate da sovrascritture – hanno una loro vaga utilità. In verità può capitarmi, confesso, di usare entrambe come facendo riferimento a una loro sinonimia di fondo. Pigrizia? Semmai do per scontato (e tristemente so che scontato non è) il set di collegamenti e riferimenti non italiani di cui si diceva sopra, in risposta alla prima domanda.

Non farei distinzione, insomma, almeno stando ai criteri statunitensi, fra scrittura sperimentale e scrittura di ricerca. Mi preme però sottolineare l’impossibilità (a mio personalissimo avviso) di far rientrare nella “ricerca” la parola “poesia”. Intendo: nella ricerca (mai troppo lo sottolineeremo e ripeteremo) intesa secondo “il set di collegamenti e riferimenti non italiani di cui si diceva sopra, in risposta alla prima domanda”. In quel senso, in quella accezione (e volendo precisare: seguendo Gleize, in particolare), ha poco senso reintrodurre a piè pari il termine “poesia”. (Anche se, daccapo in riferimento agli USA, “poem” e “poetry” sono parole passepartout che coprono letteralmente ogni cosa, ormai, e nessun letterato e autore statunitense o canadese o inglese avvertito segnalerebbe come strana tale estensione semantica. Ma daccapo: l’evaporazione del peso semantico delle parole ne evidenzia in altro e altrettanto chiaro modo l’inconsistenza). (Nella “ricerca”, sia chiaro).

Sul piano della frequenza di (mio) uso, mi sembra di parlare soprattutto di “scritture di ricerca” (al plurale). Intendendo movimenti testuali centrifughi rispetto alla tavola dei generi letterari, specie in un terreno dove un’idea di “prosa in prosa” ha iniziato a revocare fortemente in dubbio non solo i generi, ma anche la possibilità di far rientrare in un genere la medesima prosa in prosa.

Aggiungo, per chiarezza, che – mettendo a fuoco ancora più strettamente il mio percorso personale (e date per acquisite alcune distinzioni: https://slowforward.me/2013/07/23/chiarimentisutestiuscitiinreteefuori/) – ogni volta che ne ho l’occasione rammento quel che segue: una parte di mia scrittura è ancora interessata a (e felicemente malata di) linee di Novecento, ed è quella che si esprime per esempio nei versi delle sezioni prima e terza di Strettoie (Arcipelago Itaca, 2017), o nelle poesie di Maniera nera (Aragno, 2015), e si tratta di una parte che difficilmente entrerebbe nel perimetro (e nei post) di gammm; e allo stesso tempo una parte forse ormai maggioritaria e quantitativamente debordante di quel che scrivo è più vicina alle sezioni centrali, in prosa, dei due libri appena citati, ossia entra nel disegno della “ricerca” fin qui tratteggiato (o, per esempio, analizzato dalla postfazione di Paolo Zublena al mio Quasi tutti, leggibile qui: https://www.academia.edu/12773269/Post_it_postfazione_a_Marco_Giovenale_Quasi_tutti_. Quasi tutti, insieme a Il paziente crede di essere, è il libro che ‘prepara’ Oggettistica, direi, e se ne possono ascoltare alcuni brani – frutto di googlism, uno degli stili presenti nel testo – letti nell’edizione di RicercaBo del 2009, dove usavo il titolo silk, immagini umane: https://youtu.be/x1MNkdXu3Q).

Andando qui possiamo leggere un tipo di scrittura che ricerca la non-assertività della prosa, o meglio della prosa in prosa: come funzionano questi testi?

Non c’è e credo non possa esserci in effetti una rigida o facilmente categorizzabile descrizione del modo di funzionamento di queste pagine. Si spostano spesso tra una qualche efficacia orale dovuta alla loro esecuzione in pubblico (efficacia che almeno a me sembra di aver testato più di una volta e con ascoltatori anche assolutamente estranei alle letture di poesia) e una aderenza a inclinazioni o cànoni letterariamente (apparentemente) più stabilizzati come ad esempio il modo/mood consistente nel procedere per sillogismi o concatenazioni logiche. Queste modalità, unite al lavoro con l’iterazione, erano già proprie di quel modo di scrittura che Ron Silliman alla fine degli anni Settanta definiva new sentence. (Un altro nome che potrebbe esser fatto è ovviamente quello di Christophe Tarkos).

Una nota, poi, fulminea, brevissima. Quando si parla di prosa in prosa spesso si parla di materiali costruiti pensati nati nella linea di scrittura appena nominata: ma, n.b., talvolta (cfr. Bortolotti o buona parte del mio Oggettistica, appunto) non hanno assolutamente nulla a che vedere con il cut-up.

Che differenza c’è tra scrittura installativa e scrittura asemica?

Sulla seconda ossia sulla scrittura asemica o asemantica andrebbe fatta una lunga premessa per cercare di distinguere, soprattutto sotto il profilo storico, la definizione di asemic writing come immaginata negli Stati Uniti, soprattutto negli scritti di Jim Leftwich, e come a mio avviso è decifrabile per il modo in cui si è sviluppata non solo all’interno del movimento “Asemic Writing” tra USA, Australia, Canada, Italia e altri paesi negli anni Zero, ma anche in maniera circoscritta in Italia e in particolare nei decenni scorsi, già negli anni Sessanta-Settanta (una breve nota sul tema può essere letta qui).

Tra gli articoli del 2015 in “alfabeta2”, citati sopra, ci sono interventi precisamente dedicati alle scritture installative e a quelle asemantiche. Credo che la distinzione appaia evidente. Le prime possono essere senz’altro testuali; le seconde sono grafismi, glifi, graffi, scrizioni senza riferimenti a scritture alfabetiche note. Le prime riguardano la rarefazione della possibilità di una lettura lineare; le seconde disgregano la possibilità di qualunque lettura.

In esergo, sul tuo sito, c’è scritto “entropia gratis”: credi che un disordine crescente possa sistemarsi in nuove forme di linearità?

Il sottotitolo del sito è ovviamente un po’ ironico e strizza l’occhio allo sfilacciarsi dei temi e al disperdersi dei molti rivoli degli argomenti che la scrittura di ricerca in qualche maniera moltiplica. È evidente che la stessa idea di disintegrazione della tavola dei generi letterari porta con sé una quantità di strettoie e vicoli ciechi, oltre che la (lieta) improponibilità di un ipotetico ritorno all’ordine.

Allo stesso tempo, non vedo alcun problema nel considerare fra le punte della scrittura di ricerca proprio quella letteralità, quella limpidezza e quella linearità che sono proprie del lavoro di molti autori francesi (daccapo Tarkos, e poi Quintane, Fiat, Hocquard, Gleize, …), che non accedono a nessun tipo di magma linguistico, di complessità laborintiche, di intrecci fonosemantici, e anzi li rifiutano, essendo semmai particolarmente attenti alla disgiunzione dei segmenti che compongono le opere, e alla costituzione di materiali che potremmo definire opus mixtum, portatori oltretutto di un valore aggiunto di oggettività/oggettivismo molto forte. In tutto questo io non vedo entropia ma uno spettro ampio di possibilità di osservazione materialistica del reale.


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