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Satisfiction » Rachel Kushner, Mars Room
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Recensioni Autore: Rachel Kushner / Einaudi / pp. 330 / € 20

Rachel Kushner, Mars Room

Recensione di Paolo Latini
Rachel Kushner, Mars Room

Rachel Kushner è un’autrice destinata a dividere e polarizzare, e per gli stessi motivi: c’è chi la stima per la sua vicinanza a stili e temi DeLilliani, e chi la critica per una sua eccessiva somiglianza a vezzi e topoi DeLilliani. Resta una delle autrici più ambiziose che ci siano in America: in una recente intervista con TLS, quando le hanno chiesto quale fosse il miglior consiglio ricevuto, ha risposto “Confrontati con gli autori morti, non con quelli vivi.”  Ambizione che ha dato i suoi frutti: due volte finalista per il National Book Award, attualmente nella longlist del Man Booker Prize, autrice dell’introduzione per l’edizione inglese di Underworld di Don DeLillo e di quella per l’edizione americana de La pelle di Curzio Malaparte, ma soprattutto una lettera di complimenti ricevuta da Don DeLillo in persona in occasione del suo primo libro, Telex from Cuba.

Il confronto con un’idea classica di letteratura è ben presente su The Mars Room, ossia una prison novel sulla scia di Memorie di una casa morta di Dostoevskij, di Falconer di John Cheever, di Animal Factory di Edward Bunker e di Jack Henry Abbott di In the Bully of the Beast (citato nel libro). Ma si possono aggiungere riferimenti cinematografici—Papillon e Down by Law, per esempio—e fotografici: già per The Flamethowers Rachel Kushner aveva tratto ispirazione dalle fotografie di The Destruction of Lower Manhattan di Danny Lyon, specialmente per le descrizioni newyorkesi. The Mars Room sembra invece un commentario a margine a un’altra serie di fotografie di Danny Lyon: quelle scattate a condannati a morte di sei prigioni del Texas poi raccolte nel volume Conversation with the Dead. 

Analogamente al realismo estremizzato del “fotogiornalismo immersivo” di Lyon, The Mars Room è un romanzo realista che cerca di fotografare quella parte invisibile e sommersa della natura umana e che teniamo rigorosamente separata e nascosta. Se su The Flamethrowers si poteva avvertire una preoccupazione quasi post-moderne (l’arte contemporanea che si sovrappone alla storia e la racconta trasfigurandola), su The Mars Room sono invece molto vive preoccupazioni più classiche e moderne, vicino al realismo. Quella che si ha è in un certo senso una reazione a tutte le forme letterarie che tendono ad apporre un qualche prefisso o aggiungere un qualche aggettivo qualificativo al “realismo” e finiscono per trasformarlo nel suo opposto, tra cui alcune forme di realismo magico, o molta recente letteratura europea che pur partendo da ancoraggi realisti approda in luoghi di epifanie e profezie mistiche. Qui Rachel Kushner si limita a mostrare, a illuminare e anche (in molti esempi di violazione del principio dello show-don’t-tell ormai sterile e scolastico) a dire l’orrore che noi tutti, come società, tendiamo a separare dal mondo normalizzato. 

Quell’orrore ha qui la forma di un carcere femminile, il finzionale Stanville, ricreato sulla base di alcune carceri esistenti, tipo il CCFW di Chowchilla (ricostruito grazie al contributo di Therese Martines, una ex-detenuta amica di Rachel Kushner) e ha il volto delle sue recluse e soprattutto della protagonista, Romy Leslie Hall, ragazza madre, ex-spogliarellista del Mars Room (un vero e squallido locale di lap-dance a Market Street a San Francisco, ormai chiuso) e condannata a due ergastoli per omicidio. Un paragone con Orange is the New Black viene naturale, se non altro perché Jenji Kohan ha avuto la stessa idea di Rachel Kushner (che a sua volta ha avuto la stessa idea di Piper Kerman autrice del memoir alla base della serie),  e se non altro perché in effetti i meccanismi di fondo sono i medesimi: raccontare le prigioni, le scelte individuali, la predestinazione sociale, la difficoltà di operare scelte corrette in un’ecologia di dubbia moralità attraverso i volti e le vite di chi dalla vita ha subito una sconfitta. A ben vedere poi, le cose che nel libro funzionano poco o male sono proprio quei pochi frame stereotipati e televisivi che ha in comune con la serie tv.  OITNB è, nei fatti, un intrattenimento, una di quelle forme di realismo modificato che diventa il suo opposto, e la sua realtà è una realtà a volte surreale, quasi sempre esagerata, ironizzata, teatralizzata e per questo adulterata. La realtà di The Mars Room è cruda e essenziale, ha dei momenti di black humour ma è totalmente priva di ironia, è una realtà che rifiuta ogni forma di artificio cosmetico o deformazione. Fin dall’inizio del libro, dove le detenute vengono trasportate verso il complesso carcerario di Stanville e l’autobus percorre l’autostrada che separa Magic Mountain a sinistra e le prigioni a destra, si ha la dicotomia portante: da una parte il bello normalizzato, l’intrattenimento, il mondo reale posto in bella vista, dall’altra l’orrore nascosto sotto il tappeto. La stessa immagine ritorna quando Romy vede l’immondizia di materassi (l’orrore) sotto i bellissimi alberi di pepe rosa, o nelle stesse bellissime descrizioni di San Francisco, che per molti “non era la San Francisco delle bandiere arcobaleno o della poesia Beat o delle ripide strade curve ma di nebbia e Irish pub e negozi di liquori da qui alla Great Highway dove un mare di vetri rotti scintilla sull’infinita distesa di Ocean Beach,” ossia quella parte di San Francisco che era invisibile “se abitavi in altre, più apprezzate parti della città.” 

La dicotomia tra bellezza apparente e orrore nascosto rispecchia quella esistente al livello del sistema giudiziario. Le aule dei tribunali sono aperte al pubblico, e in un certo senso offrono uno spettacolo teatrale, un intrattenimento, mentre le prigioni no: sono enormi edifici chiusi immersi negli angoli campestri alla periferia della vita sociale dove si tengono nascoste cose che nessuno vuole o dovrebbe vedere. Immagine che ritorna quando nel libro si nota come gli orrori vengano nascosti o addolciti anche in televisione: “in tv c’erano delle riprese di una città conquistata dalle milizie sciite, uomini e ragazzi con delle maschere bianche che sfrecciavano davanti alla telecamera a cavallo di vecchi scooter, ammassi di detriti che bruciavano indifferenti sullo sfondo. Qualcuno chiese al barista di cambiare canale sul baseball… La guerra era privata. Era una cosa tra un uomo e il suo computer.”

Lo stesso contrasto  bello/brutto—visibile/nascosto la vede Gordon Hauser, uno dei personaggi più affascinanti del libro: un professore di letteratura che non è riuscito a ottenere i risultati accademici sperati e si ritrova a insegnare a Stanville. Gordon alloggia in una capanna vicino la prigione, nei boschi ai piedi della Sierra Nevada, immerso nella quiete della bellezza, ma circondato anche da “teschi di animali, bossoli di proiettile, un’antica discarica di vecchie bottiglie, alcune ancora integre.” 

Questo serve anche per costruire un’altra opposizione che dovrebbe illuminare la peculiare complessità di ciò che è umano. Gordon abita in un capanno isolato nei boschi, come Thoreau, ma anche come Ted Kaczynsky. Rachel Kushner ha costruito quest’immagine su uno spunto datole dall’amico regista James Benning, che ha costruito una replica esatta del capanno di Thoreau e una replica esatta del capanno di Kaczynsky, in una sorta di memento della ricchezza contraddittoria della natura umana. Per Thoreau quell’isolamento era frutto per meditazioni, trascendentalismo, civilizzazione, e ha scritto tutto nel Walden. Per Ted quell’isolamento invece è stato la culla per misoginia e sociopatia, e ha scritto tutto in una serie di diari segreti scritti in codice (alcune pagine strategicamente riprodotte su The Mars Room): da una parte una natura umana che si mostra al mondo, dall’altra una parte della natura umana che si vuole nascondere. In entrambi i casi un’incarcerazione volontaria in un esilio  spontaneo.

Ma “Perché Thoreau era Thoreau mentre Kaczynsky era Ted?” Cosa ci rende chi siamo, cosa rende un essere umano un potenziale detenuto e cosa no? È l’interrogativo che indugia tra le pagine del libro: “quell’unica vera domanda, impossibile da rispondere. Il perché lo hai fatto. Come. Non il come pratico, l’altro come. Come hai potuto fare una cosa del genere. Come hai potuto.”  Come mai un laureato a Harvard finisce per diventare Unabomber e persone di origini umilissime restano oneste persone deboli? In altre parole: come mai l’umanità è così vasta, multiforme e irregolare? Sono domande alle quali non ci si aspetta una risposta, ma il problema del libro è che quelle domande non sono state poste nemmeno in modo esauriente. Rachel Kushner aveva in mano tutti gli ingredienti per poter creare qualcosa di grandioso ed è un peccato che si sia voluta accontentare di un libro alla fine poco più che discreto. Apprezzabile il realismo, puntuale, serrato e preciso, costruito su scrupolose osservazioni dirette, apprezzabile il palco di personaggi, a partire da Gordon Hauser e Romy Hall, ma anche Doc (il poliziotto corrotto finito in prigione), Kurt Kennedy (vera incarnazione di un male amorale), ma le detenute restano comparse promosse solo saltuariamente al ruolo di protagoniste occasionali di alcuni bei bozzetti: Betty LaSalle, Laura Lipp, Conan e Serenity, Button Sanchez, Sally Fernandez potevano avere tutte un ruolo più ampio e dare vita a un romanzo corale capace di mostrare appieno la vita nelle carceri dove più che sorvegliare e punire si segregano e trascurano le persone fissandole in un solo aspetto del loro carattere e del loro passato.

Romy Hall dà una risposta ingenua: la causa della sua incarcerazione non è la sua assenza di moralità, frutto di assenza di cultura, frutto di assenza di una reale pari opportunità di partenza (“You have to start from where you’re at”), ma il sistema che non si è preso cura di lei come avrebbe dovuto. La risposta che invece dà il libro, in un inciso che ha per protagonista un ignaro Nixon, appena accennato ma vivido, è che un’attitudine alla violenza è presente e nascosta neanche tanto bene nella natura umana. La musica country, dice Nixon presentando il Grand Ole Opry, “riflette i valori che sono essenziali al nostro carattere.”  Seguono canzoni che parlano di un camionista che distrugge una birreria sulla strada perché il barista lo aveva chiamato bifolco, di come un altro camionista fantastica di abusare sessualmente della donna seminuda raffigurata su un cartellone sull’autostrada, di come Mr. Jones abbia ucciso la prima moglie e stia avvertendo la seconda che potrebbe fare la stessa fine. La musica country è il catalizzatore della parte nascosta della natura umana, quella descritta anche da Johnny Cash che racconta di come un uomo abbia sparato a un altro uomo a Reno, solo per vederlo morire. “All good bound to bad, all made bad. All bad.”

 

[Recensione originariamente uscita su www.americanorum.wordpress.com]


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