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Satisfiction » Quinta vez
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Recensioni Autore: Maria Pia Quintavalla / Stampa 2009 / pp. 96 / €

Quinta vez

Recensione di Vincenzo Di Maro
Quinta vez

Val la pena di credere, in poesia, a quelle genealogie spirituali che si impongono per ineffabile filiazione e, quasi, per avi inconsapevoli, così come occorre, in questo nostro tempo, credere solo ai poeti rabdomanti, a coloro che recano alla luce acqua e filoni aurei.

A questa genìa di poeti negromanti, che evoca trapassati non per divinare, ma per suscitarne vita ulteriore e picaresca, appartiene Maria Pia Quintavalla: la quale ci invia Quinta Vez, sua ultima fatica, dal sanguigno, umbratile universo che ospita la sua vitale e ormai emblematica schiatta: la stirpe che ha come capostipite la madre Gina-China, figura ricorrente e spina dorsale nella poetica dell’autrice parmense.

Così, nella prima sezione di prose, Pre-Natale, l’evocazione materna ha il suo deliberato inizio. Per questo, la figura della madre assume forma fluttuante: essa viene invitata gentilmente a manifestarsi come meglio desidera, perdendo i connotati della corporeità e dunque della biografia, per far posto a un peculiare e insolitamente ristretto in luogo dell’io: un che dovrà concretizzarsi, attraverso le sezioni del libro, in una riconoscibile costellazione parentale per poter essere progressivamente drammatizzato.

(…)Nessuna immaginazione sul tuo corpo mi era di ostacolo, né mi indicava una tua necessità; anzi pensavo di non darti costrizione alcuna per non spaventarti, o umiliare coi legami del mondo.(…) (pag. 15)

Immagine che, a ben guardare, diviene agevolmente allegoria della trance poetica.

Così ho sentito che ti spostavi liberamente e che potevo farti dei cenni, circondarmi della tua aria, perché è quanto vado cercando di te, un luogo per accoglierti. (…)” (ivi)

Questo l’innesco della vicenda che si svolge tra le pagine del libro. Pre-Natale, sezione iniziale della Quinta vez, Quinta volta-evocazione del personaggio-chiave China e preambolo della sua inopinata rinascita in terra di Castiglia, va consumandosi per accensioni e allusioni liriche, attraverso un tessuto linguistico che, tra finissimi richiami di allitterazioni e consonanze, evoca giaculatorie, ma anche i Vangeli e le formule magiche.

Resurrexit. E, Mangiate e bevetene, era lo scopo. Ma il volto, il volo interrotto ne parlava.” (pag. 20)

E ancora:

Incalcolabili fili di una vista squisita ne stormivi: le ripartenze delle rondini, e tu ignara, senza più tempo atteso né alfabeti ragnatela, nei sogni del mio sonno, mi cercavi – quel pigolare chiaro di pensiero e anima incantavi.” (pag. 21)

Il barocco insito nella poesia di Quintavalla, più avanti suggerito dalla terra di Spagna da cui proviene e a cui torna il mito della madre, si manifesta vivido, nella seconda sezione del libro, “Mater” attraverso il gioco di specchi che gemina la figura filiale, Sara: la quale, pur restando concretissima, duplica inconfessabilmente i suoi alter ego, oppure dà corpo a una cervantesca fusione delle identità, riverbera il futuro nel passato.

(…)Lei è cresciuta/ non parla la tua voce. Presa per mano ti guardava tornare, e poi andare,/ mi seguitava il corpo, ne assecondavo/ il suo respiro, due sono una / ora è uno e uno.” (pag. 43)

In “Mater II” la sublimazione del materiale biografico sembra frustrata, l’aspra dialettica familiare non può cicatrizzarsi. Così è per una volta China a ri-creare oscuramente corpo e voce narranti:

Intanto m’alzo; lei alza la voce/ mi descrive il corpo, lo ri significa/ cancella, ingombra/ inizia da due dita in gola mi sommerge(…)”

Una ricomposizione del vulnus famigliare sembra poi aver luogo nel numinoso spaziotempo della poesia: è in Quinta vez, o del ritrovamento, sezione che dà titolo al libro, che l’impasto linguistico e stilematico,, già così peculiare nelle altre sezioni, assume una densità pari alla pirotecnia dell’invenzione e dell’ambientazione: in un castigliano semi-inventato, infiorettato di reminiscenze dal volgare letterario, la Spagna-Sefaràd, allestita con tipicità assoluta dal narratore appare quale colossale e un po’ farsesca quinta teatrale per una nuova e plausibilissima China-Quixote, ebbra di senso e vitalità, come un bizzarro e lucidamente incongruo Duende. (pag. 63)

(…)Recomparve, no resurrexit. De su alma querida e [tormentosa/ solamente larmas amorosas replicavano gli oselli,/ i ninos fortifianti e belli, incantatori replicavano agli uccelli/ variegati dell’essere,/ un destino di finale musica e beltà soave dopo caracollante/ essere di caballero stanco; Recomparve,/ giovane hermosa oh bella colomba, fresca amorosa [della vita/ vita nuova creata per sé sola, a sé misma estrana,/ ai più sconosciuta,/ volontaria straniera della pace.”

Qui l’ispirazione, malgrado tutto più serena e distesa, appare nei toni accorata e benevola, pur nella compiutezza di uno scenario esotico e cangiante:

Belle le estati, o pie stagioni/ in cui China seduta ricordava/ di oscure gesta, sensazione di cavalieri /darsi alla macchia, alla loro gloria o fuga,/ come stazioni della sua stagione(…)” (pag. 71)

In limine a un’opera che ibrida generi e linguaggi attorno al nucleo incandescente della poesia, si dipana un sorprendente dramma in tre atti, Sorelle, dai laceranti risvolti biografici; se ovvio appare sin dal titolo richiamare alla mente Cechov, dal piano espressivo e tematico tralucono alla lettura altri avi: Ibsen e, crediamo, almeno un paio di russi, tra cui addirittura Dostoevskij.

Ma c’è di più: in questo come in libri precedenti ( fra tutti “China”, 2010), Quintavalla si rivela l’autrice italiana più prossima a Marina Cvetaeva: con la quale condivide l’assiomatica dedizione a un ostinato e vitalissimo nucleo di senso, l’assidua riflessione sul vissuto familiare e la sua incandescente trasfigurazione.

Insomma, attraverso un’ ibridazione lessicale e di genere, in Quinta vez, Maria Pia Quintavalla mitiga la possibilità irrealistica del poema, caro all’autrice forse per naturale contiguità geografica all’ Attilio Bertolucci de “La camera da Letto”, e lo traduce nel suo paradossale rovescio spirituale: il pastiche lirico-esistenziale, la demiurgica creazione di una post-vita che, emancipata e vivida, senza teoremi, vaticina la fusione – sempre irrealizzata, sempre imminente – tra esistenza e parola.


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