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Satisfiction » Questo buio feroce
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Recensioni Autore: Harold Brodkey / Fandango / pp. 176 / € 18.50

Questo buio feroce

Recensione di Elio Grasso
Questo buio feroce

Inabissarsi. Prima che la coscienza, intesa come vedere il mondo e il nostro corpo col mondo, svanisca completamente. Brodkey non fa di sé un esperimento anatomico, bensì espone un corpo unicamente maschile invaso dal virus micidiale. La parte atomica del corpo nell’atto del disgregarsi, coscienza e tutto, raggiunto dalla follia di febbri e polmoniti, consumandosi gli organi sotto attacco da parte dell’AIDS. Aver puntato il genio creativo, quella prosa in bilico fra epica e lirismo, sul proprio centro, non fa che acutizzare la malevolenza, la feroce sostanza di un pensiero che probabilmente non vorrebbe più esser scritto. Ma non tollerando il silenzio, Brodkey ritrova intorno a sé quella parte acquatica che l’ha sempre sostenuto, come sulle rive dello Hudson a New York o sul tormentato flusso del Canal Grande a Venezia. Due primavere, due estati, un inverno e un autunno (1993-95), e la percezione del tempo gli si disfa, sciolta dentro le molecole dei medicinali. La sostanza quotidiana sta tutta nel confronto fra il medico curante e Ellen, la moglie che ancora pretende il suo amore. Sostanza che sente di odiare in ogni pagina di Questo buio feroce, ma che a tratti trasporta strani e misteriosi momenti di felicità. Tutto fuori controllo, tranne la responsabilità della sua scrittura, che continua e diventa inarrestabile fino a che mancano le forze e il respiro. Fierezza mentre il mondo si allontana. Brodkey vorrebbe far ammattire le infermiere, prelevare ogni piccolezza dei giorni quando si prende la briga di argomentare sulla morte, da ribelle, e il corpo si fa carnefice della coscienza. Il corpo che sostiene quel maledetto virus. Tornare a certi momenti del passato, o restare in certi momenti del presente, come a Venezia mentre accetta la commissione di un libro su quella città (sarà il bellissimo Amicizie profane pubblicato dal Consorzio Venezia Nuova), diventano la storia linguistica della sua vita (“io sono un tossicodipendente del linguaggio”), qualcosa di difficilmente paragonabile alla morte come stato finale. In realtà l’avvicinamento progressivo a quel momento è fatto di parti differenti, tutte ugualmente guardate dalla sua mostruosità di scrittore. Se nella prima parte abbiamo ancora descrizioni “giornalistiche” di una umanità cosmopolita, molto americana, dove anche la morte diventa una specie di invitata alla tavola della chiacchiera giornaliera (quasi un gossip striato di nero e di un grigio teatrali), nel corso dell’avanzata del tempo e della malattia vengono scoperchiati i ritmi più viscerali, con irruzione di energie e risorse a cui Brodkey fa capo per sorprenderci e bloccarci come Mosè. La lista dei farmaci sono le sue tavole della Legge, l’aspetto sociale dell’esperienza, la memoria usata come cortesia, vengono ricoperti dalla prosa folgorante che tutti conoscono fin da Primo amore e altri affanni. Ma qui l’epica si contorce bruciandosi come un foglio di carta secca, le circostanze vengono descritte al costo altissimo della lucidità. Brodkey non fa curiosare nel proprio retroscena organico, e d’altronde nessun modello ci può aiutare, visto che tutte le alterazioni dell’io sono parte integrante di queste pagine. Visioni comprese. Lui sembra dire, in ogni luogo, a sua moglie Ellen: in che razza di casino mi hai messo? E anche questo è un modo “quasi classico” di attraversare la tenebra (la Darkness del titolo) dei polmoni intasati, la debolezza corporale che gli impedisce di muoversi come vorrebbe. Ma tutti i modi classici che Brodkey ha squadernato nella sua vita di scrittore e di amante si raggrumano nell’ultima pagina di Questo buio feroce, quando guardando dritto negli occhi il lettore, con faccia scolpita nella pietra, spazza via ogni falsa coscienza: “Si può essere stanchi del mondo – stanchi dei re della preghiera, dei re della poesia, i cui rituali sono un intrattenimento umano e gradevole, ma assolutamente irritante perché non hanno alcuna realtà – mentre la realtà in sé continua a essere molto preziosa. Il desiderio è di intravedere degli squarci di reale. Dio è un’immensità, mentre la malattia, questa morte, che è in me, questo piccolo evento pedestre circoscritto entro confini tanto precisi, è semplicemente reale, privo di miracoli o di istruzioni.” Senza alcuna pace, non può esservi dentro la malattia, e nemmeno nella scrittura, Brodkey sente di stare su una zattera dalle funi spezzate, senza avere più alcuna cosa per rimpiazzarla. In direzione di una trasparenza infinita e accecante o al contrario in un opaco e sporco definitivo. Così come certe volte è l’acqua dei canali a Venezia. Dal suo punto di vista, qualcosa di poco raccomandabile, e tutto sembra arbitrario. Ciò che non lo è, finisce in questo saluto finale, privo di castità. Ne siamo circondati, così come “l’acqua arrendevole” in cui Brodkey viaggia alla fine, esclamando: “E’ tutta intorno a me”.


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