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Satisfiction » Praz
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Recensioni Autore: Raffaele Manica / Italo Svevo Edizioni / pp. / € 12.50

Praz

Recensione di Giuseppe Giglio
Praz

Ha sempre amato la luce degli specchi, Mario Praz. La luce che gli specchi riflettono. Forse perché di quella luce – che, nel restituire le immagini, si fa a volte arabesco, a volte capriccio, a volte bizzarria – si nutriva la sua inesauribile e divagante curiosità, nel vivere e nello scrivere. E quella stessa luce la si ritrova nel Praz di Raffaele Manica, uscito per gli eleganti tipi di Italo Svevo Edizioni (€ 12.50). Un piccolo e prezioso volume, dove, in appena ottanta pagine, si squaderna con leggerezza l’inimitabile caleidoscopio di Mario Praz, ovvero l’universo conoscitivo di uno dei maggiori critici letterari e della cultura del Novecento, di un uomo che per oltre mezzo secolo (dagli ultimi anni Venti fino al 1982, quando morì) ha fatto di una sterminata conoscenza un pratico viatico: per accompagnare i lettori – con felice libertà: dal tempo, dalle imposizioni, dalle mode; e raccontando sé stesso – dentro l’essenza delle cose. Armato sempre della sua specialissima chiave: una prodigiosa e rabdomantica memoria analogica, che dai libri mirabilmente balzava su un quadro o su una scultura, su un mobile o su un colore, sul dettaglio di un paesaggio o su una stranezza; e affidandosi a quella sua «deliberata volontà di vedere altro» (così Montale, a proposito di Penisola pentagonale, del 1926: quel viaggio per libri che si fa vaghezza di indagare una Spagna decantata come genuina e profonda), tra luci e ombre. Per tornare, alla fine, ritrovandolo, sempre a lui: a quel personaggio che a ciascuno di noi può somigliare, con la sua normalità, ma anche con i propri tormenti. E se è vero, come è vero che Manica è un lettore scelto da Praz, in questo librino egli inforca con felice esito gli “occhiali” dell’autore de La casa della vita (quell’«autobiografia per interposte stanze» del 1958, che è, anche, la sua casa-museo romana). Per allestire una conversazione, à la Praz, appunto, tra alcune, e fondamentali, delle partiture del gran repertorio praziano; e soprattutto per coinvolgere, in questa conversazione, i lettori.

Ne viene fuori un nuovo viaggio (veloce, di scorcio, ma rivelatore) per bizzarrie, per capricci, per analogie: inseguendo e riscoprendo frammenti, ritagli di verità per reinventare questo nostro presente, per rileggervi il passato: «perché il passato esiste e conta solo se raccontato da un presente che lo revisiona. È nel presente che il passato si inventa e attiva, vive», ricorda Manica lasciando parlare Praz. E ridando voce anche a quell’Agostino Lombardo biografo del grande romano: che ne rammenta il senso profondo della precarietà dell’esistenza, «un vero e proprio sgomento di fronte alla perdita di quelli che Conrad chiamava “les valeurs ideales”». Per non dire della famiglia di saggisti da cui discende Praz: da Montaigne, a Debenedetti, fino all’amatissimo Charles Lamb: i cui Saggi di Elia un ancor giovane Praz introduceva, già nel 1924. Quel Lamb «creatore del saggio autobiografico moderno», dal fine umorismo, cui era molto cara la «categoria di persone dotate d’intelligenza imperfetta». È lo stesso Praz che sente di appartenere alla genia di questi uomini, che «si contentano di frammenti e di ritagli della Verità» (in Voci dietro la scena, uno degli ultimi suoi libri). Lui che, pieno di ironia e lontano da dogmi e sistemi, frammenti di verità ha sparso lungo una prosa volutamente non teoretica, non sistematica. Che si tratti dell’elzeviro, dell’articolo che si fa saggio, e poi libro, tra capriccio e conversazione: per una nuova esplorazione del presente; o del resoconto di viaggio, in cui il piacere si fa massimo quando lo spazio illumina il tempo, la vita, eliminate le zavorre del luogo comune. Che si tratti de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, il libro della fama mondiale, quello che più di ogni altro rivela l’aleph di Praz, e il suo rinascere per nuovi lettori; o delle pagine (nelle due serie di Panopticon romano, 1967 e 1977) su Roma: quella città per la quale lo stesso Praz – che la restituisce per attualizzanti metafore: il traffico e il sorpasso – avrebbe potuto scrivere quel che Borges diceva di Buenos Aires: risiedevo già qui, poi vi sono nato. Quel Borges, a riprendere Manica, come Praz capace di far uscire l’universo della conoscenza da un dettaglio erudito.

E di dettagli eruditi Manica (ripescandoli dalla bottega praziana, oltre che dalla propria) ricama questa sua godibilissima e rifondante conversazione: a lasciar prendere corpo – capitolo dopo capitolo, e riportandola all’oggi – a quella «storia della propria mente» che Praz ha disseminato tra i libri che man mano componeva. Compreso il capolavoro, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (1930), quasi subito (1933) tradotto in inglese con un titolo emblematico: The Romantc Agony. Un libro che già alla sua uscita suscitò scandalo e turbò le acque forse troppo tranquille di certi crociani, arrivando addirittura a provocare il fastidio di don Benedetto (che nella sua Storia d’Europa, del 1932, nettamente distingueva tra romanticismo e decadentismo, l’uno «buono», l’altro «cattivo»). Il quale non volle o non seppe ascoltare la musica prazzesca (è di Edmund Wilson, l’aggettivo), dentro quel «libro sul disfacimento e sul vizio», nel «girone infernale dell’età romantica», precisa Manica (che nella distinzione di Croce – lo stesso Croce di Poesia e non poesia – coglie la chiave giusta per capire le riserve e gli affondi del filosofo contro Praz). Dentro quel libro, cioè, di perversioni e trasgressioni che danno vita ai suoi personaggi, ai suoi miti, rivisti da Praz lungo lo specialissimo fil rouge di quel tempo: la sensibilità erotica, le sue tante declinazioni attraverso la carne e il sesso, il sangue e la morte. E mentre la bellezza medusea rivive in Shelley o in Baudelaire, in Novalis o in D’Annunzio, mentre Satana riprende le sue mille forme tra le opere di un Tasso e di un Marino, di un Milton o di un Byron, mentre l’ombra lunga, lunghissima, del Divin Marchese continua ad agitarsi tra passato e futuro, Praz, in mezzo alle ossessioni dei suoi autori, si affida all’aneddoto, al dettaglio: a cercare quel «fondo umano e universale che traspare pur dai loro parossismi». Il solito dettaglio, dove si annida il buon Dio (chiosa Manica – che dell’ironia e dell’analogia prazzesche ha raccolto in sé suggestioni e agguati – in chiusura del suo ritratto). O forse il diavolo. E intanto Praz continua a stupirci.

Giuseppe Giglio

*uscito su “La città”, 1 dicembre 2018


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