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Satisfiction » Peste e corna
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Recensioni Autore: Massimo Roscia / Sperling & Kupfer / pp. / €

Peste e corna

Recensione di Anna Vallerugo
Peste e corna

Poche sono le cose che irritano un lettore quanto l’imbattersi nelle pagine di un romanzo nell’utilizzo iterato di frasi fatte o nell’abuso di luoghi comuni frusti che spesso denunciano sciatteria e pigrizia da parte dell’autore.

Una faciloneria che ha invaso in verità ogni campo della parola e dell’espressione quotidiana: ne è buon (cattivo?) esempio il linguaggio delle previsioni del tempo, con le nubi in aumento sulle Alpi ove non si escludono occasionali precipitazioni immancabilmente anche a carattere di rovescio e quella foschia che pare accumularsi solo nelle valli e lungo i litorali, come recita il meteorologo di turno prima di accomiatarsi augurando buon proseguimento di giornata.

Evitare del tutto le formule stereotipate è diventata quasi impresa improba (appunto), più facile è metterle alla berlina: ci è riuscito con maestria ormai consolidata Massimo Roscia – già autore de La strage dei congiuntivi (Exorma) un caso letterario del 2014 – che è da poco uscito per i tipi di Sperling e Kupfer con Peste e corna, romanzo atipico costruito tutto sull’uso delle metafore sfruttate, delle espressioni idiomatiche banali, delle formule preconfezionate pronto uso e che spiega le sue ragioni inanellando scientemente e in scioltezza luoghi comuni a decine.

Perché questo volume? La domanda sorge spontanea e, tutto sommato, è più che legittima. In fin dei conti è l’ennesima eccezione che conferma la regola: avrei potuto passare la mano, tirare i remi in barca, cullarmi sugli allori e godermi il meritato successo dei miei precedenti libri, La strage dei congiuntivi e Di grammatica non si muore, che sono stati a lungo sotto i riflettori e che a tutt’oggi vanno ancora a gonfie vele, continuano a ricevere elogi sperticati, a vendere a palate e a fare faville. Già, avrei potuto tirare il fiato e fare la pacchia, standomene in panciolle e girandomi i pollici ma, avendo il fuoco nelle vene e l’argento vivo addosso, non riesco proprio a darmi all’ozio o a battere la fiacca. È più forte di me. Io adoro vivere alla grande, volare alto, essere al settimo cielo, andare a tutto gas, prendere il toro per le corna, girare come una trottola, correre a perdifiato […] e scrivere, scrivere, scrivere, come se non ci fosse un domani. E poi, voi mi insegnate, nella vita non si può mai sapere: ogni lasciata è persa. Da che mondo è mondo, la ruota gira e bisogna battere il ferro finché è caldo, altrimenti si corre il rischio di rimanere con un pugno di mosche in mano. Ecco perché, arrivando al dunque senza tirarla troppo per le lunghe, unendo l’utile al dilettevole e partendo dal presupposto che non c’è due senza tre (e si sa che la matematica non è un’opinione), ho rotto gli indugi e mi sono rimesso in gioco, costi quel che costi. A rischio di darmi la zappa sui piedi, fare fiasco, perderci la faccia e pagarne lo scotto (con tutti gli annessi e connessi), ho deciso di intraprendere questa nuova mirabolante avventura. O la va o la spacca. Convinto di aver fatto la scelta giusta, ma senza troppi grilli per la testa, sono dunque partito in quarta, rimboccandomi le maniche, gettandomi a capofitto in questo libro e iniziando, nei ritagli di tempo, a raccogliere tutte le frasi fatte, ovvero quelle frasi vuote, che passano di bocca in bocca, crescono come la gramigna, vengono ripetute fino alla nausea e, dagli oggi e dagli domani, fanno ridere i polli, rivoltare lo stomaco, perdere le staffe, accapponare la pelle, arricciare il naso, rizzare i capelli, venire il latte alle ginocchia e cadere le braccia…”

La lettura è agile e divertente, il modo di narrare scelto, si vedrà, è leggero, ma il motivo sotteso è profondo e nobile: Peste e corna è anche garbata denuncia del rischio di appiattimento e depauperamento di una lingua particolarmente a rischio tramite le vicende del personaggio centrale, Mario, impiegato romano attonito di fronte al linguaggio-non linguaggio da cui è assediato e a cui cerca invano di sfuggire.

In poco amabile colloquio con tre anziane, Mario dovrà sorbire bordate di luoghi comuni

«Ai tempi nostri la scuola ti insegnava a crescere.» «Ai tempi nostri la scuola era davvero maestra di vita.» «Ai tempi nostri c’era prima il dovere e dopo il piacere.» «Ai tempi nostri ci si divertiva con poco.» «Ai tempi nostri ci si divertiva con niente.» «Ai tempi nostri si giocava in strada.» «Ai tempi nostri si giocava all’aria aperta.» «Ai tempi nostri bastava la fantasia.» quando non cambiano traiettoria, come un raggio di luce deviato da un prisma, gettandosi a capofitto sulla notizia della prematura scomparsa di tale cavalier Everardo Cazzaniga, gran brava persona, uomo generoso, benvoluto da tutti […] È stato un duro colpo per tutti.» «E chi se lo aspettava.» «Un fulmine a ciel sereno.» «Non ci posso credere. Solo ieri eravamo a Cortina a festeggiare i suoi novant’anni e a ballare l’alligalli.» «Che peccato! Era una così brava persona.» «Già, era davvero un buon uomo, un pezzo di pane.» «Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.» […] «In fondo, ha finito di soffrire.» «Siamo nati per soffrire.» «Siamo tutti appesi a un filo.» «Siamo tutti di passaggio.» e via a intristire gli animi.

Ci proverà, Mario, a cambiare registro, aggrappandosi alle cose belle della vita, alla gioia che dovrebbe circondare perlomeno chi dimora nel nostro leggendario patrio suolo, ma il risultato non cambia: «L’Italia è la nazione più bella del mondo.» «L’Italia è la patria della moda.» «L’Italia è la patria dell’opera lirica.» «L’Italia è la patria della cucina.» «Come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte.» «Dove si fermano i camionisti si mangia sicuramente bene.» «E si spende poco.» «In Italia si vive bene dappertutto.» «Ma quando mai! L’Italia non è più un Paese sicuro.» «Ci sono troppi delinquenti in giro.» «È vero. Se in Italia rubi una mela ti arrestano, mentre i criminali stanno a spasso.» «Per non parlare poi della sporcizia. C’è immondizia ovunque. Tu prova a gettare a terra una carta in Svizzera e vedi quello che ti succede

Le disavventure del protagonista, comprensibilmente giunto alla disperazione, si moltiplicheranno di pagina in pagina tra complicanze familiari e lavorative: a inframmezzarle, piccole note colte in cui Roscia narra – seriamente stavolta – l’origine dei più comuni modi di dire (pezzo da novanta, anticamera del cervello…) che vantano alle volte anche origini antichissime, spesso bibliche.

Come con ogni probabilità potrebbe dire qualcuno dei personaggi stessi, Peste e corna è libro che diverte e dà da pensare e che mentre gioca con le parole (in omaggio dichiarato a Flaiano e Campanile) chiamandoci a un esame di coscienza dell’italiano che parliamo e scriviamo di ogni giorno, ci porge un invito sempre valido a “cercare (almeno) un modo migliore per dire sempre le stesse cose”.


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