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Satisfiction » Patrik Ouředník. La fine del mondo sembra non sia arrivata
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Inediti 21.11.2018

Patrik Ouředník. La fine del mondo sembra non sia arrivata

C’è un filo rosso che collega Europeana a questo La fine del mondo sembra non sia arrivata di Patrik Ourednik, che esce ora da Quodlibet con la traduzione di Andrea Libero Carbone. Un filo rosso che si identifica nella continuazione di un “viaggio” in quella fiera delle atrocità che è stato il Novecento. Anzi, più che un viaggio, si potrebbe definire un’immersione e, contemporaneamente, il racconto di un Secolo. Un libro fulminante – anche per la concisione delle 111 sezioni che lo compongono – il cui perno narativo è rappresentato da Gaspard Boisvert, un traduttore francese chiamato a fare il consigliere europeo del più stupido dei presidenti degli Stati Uniti. Da questa posizione “privilegiata”, Boisvert è in grado di ascoltare e fare propri i discorsi di chi tiene i fili del mondo, mentre procede in un’altra “impresa”: ricostruire il proprio albero genealogico. Attraverso questo “espediente”, e modificando continuamente i piani del discorso e del narratore, Ourednik lavora alla ricostruzione e all’assemblaggio di tessere che compongono una possibile visione del Secolo Breve. I materiali sono molteplici: racconti biblici e profezie, freddure, tirate ideologiche, il testicolo mancante di Hitler (origine della sua speciale arte oratoria), classificazioni. Il tutto per dire che Patrik Ourednik è una mente geniale messa a servizio della scrittura, prima che della letteratura.

Paolo Melissi

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L’avvenire non è più quello di una volta. Ve ne sarete accorti: l’avvenire non è più quello di una volta. In passato, l’avvenire si svolgeva principalmente secondo tre modalità.

  1. Il mondo finiva e tutto ricominciava da zero con un mondo uguale: visione pessimistica di gran parte delle credenze.

  2. Il mondo finiva in uno spargimento di sangue terribile e definitivo, e poi si realizzava un mondo di felicità: visione ottimistica di certe religioni.

  3. Il mondo non finiva mai e la felicità, che ne era il fermento, andava crescendo fino alla fine dei tempi, essi stessi indefinitamente rinnovabili: visione sconsiderata dei fini della Storia.

    Ma, agli inizi del xxi secolo, queste teorie avevano fatto il loro tempo. Le previsioni erano cambiate. Chiunque fosse provvisto di un minimo di senso della realtà concordava su un punto: quale che sia la procedura scelta, andrà a finire male. O con un terribile spargimento di sangue seguito da niente di niente, ipotesi ottimistica. Oppure con spargimenti di sangue un po’ dappertutto seguiti da altri spargimenti di sangue un po’ dappertutto, indefinitamente, finché l’universo si sarà espanso abbastanza da raggiungere una densità di valore infinito, provocando così la distruzione delle galassie e dei poveri disgraziati che ci abitano. Alcuni osservatori aggiungevano un elemento ulteriore: un parallelo abbrutimento dell’umanità finora senza precedenti.

Gaspard non era più stupido degli altri. L’avvenire, lo vedeva come lo vedete voi. Ma la sua educazione lo portava a fare come se niente fosse. Aveva il dono, o la debolezza, di fare astrazione, a volte, dalle sue certezze; in queste occasioni era preso da un cauto ottimismo, per qualche ora o per un giorno. E se potessimo incidere sul corso delle cose? Fare in modo che l’uomo diventi consapevole delle sue svariate potenzialità, suscitare in lui un desiderio irrevocabile di pace, fargli amare il prossimo, far sì che questo amore prevalga sulla sua avidità, sul suo egoismo, sulla sua malvagità naturale? Creare le basi di una vita comune, tranquilla e pacifica, che non sia però d’impedimento al fiorire della creatività e dell’immaginazione? Mettere l’uomo al riparo dal bisogno, rendere il lavoro piacevole, permettere a tutti una morte serena, impedire all’universo di espandersi? Gaspard era nato il 13 febbraio 1955, giorno del decimo anniversario del bombardamento di Dresda, una città tedesca, da parte delle forze aeree alleate. Allora i tedeschi e gli alleati erano in guerra; in seguito, quando nacque Gaspard, gli alleati e la maggior parte dei tedeschi erano diventati alleati anche loro. Era nato in un paesino nel paesaggio piatto e desolato del nord della Francia; non ricordo il nome. Sua sorella maggiore era morta accidentalmente all’età di cinque anni, quando lui ne aveva tre; diventato figlio unico di una famiglia ragionevolmente benestante, nutriva un vago desiderio di soddisfare al meglio le aspettative dei suoi genitori, traumatizzati da ciò che i vicini chiamavano il loro dramma familiare. Fino all’età di quattordici o quindici anni aveva parlato alla sorella morta chiedendole consiglio; poi aveva smesso di interpellarla. Liceo a Lille, studi universitari alla Sorbona, letteratura e civiltà anglo-americana.


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