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Satisfiction » Paolo Gervasi. Vita contro letteratura
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Inediti 19.07.2018

Paolo Gervasi. Vita contro letteratura

Paolo Gervasi ha appena pubblicato per Luca Sossella Editore il libro Vita contro letteratura. Cesare Garboli: un’idea della critica.

Quello che vorrei scrivere è una pagina di diario bino, trino e quadrinato raccontando una giornata di Luca Sossella Editore che non sono io, ovvio, e una di Paolo che scrive Paolo Gervasi, tutto per dirvi che mi piacerebbe piantare qui una pagina per dirvi che dovete uscire dall’io-io, malattia novecentesca, invece la pianto io e lascio un lacerto dell’introduzione di Gervasi.

Il senso della ricerca critica di Garboli si può sintetizzare nel tentativo inesausto di definire il rapporto tra l’arte e l’esperienza umana, tra l’immaginario e il nostro destino di creature immerse nell’ambiente naturale modellato dalla cultura. Nella letteratura Garboli rintraccia e porta alla luce le forze vitali, le esperienze essenziali, i movimenti profondi della creatività umana; riconosce, anche dove erano stati sublimati o trasfigurati, le pulsioni e i desideri, la persistenza pesante e opaca del corpo. Combattendo la tentazione implicita nell’arte di risolvere la durezza dell’esistenza nell’evasività dell’immaginario, Garboli ripete continuamente che l’arte non deve imporre una forma all’informe, ma lasciare che nelle forme la vita continui a fluire.

[…]

Presenza del critico come actor che invade lo spazio della creazione e ricostruzione narrativa del processo creativo sono gli elementi centrali delle storie critiche costruite da Garboli. Il costante riferimento di Garboli alla realtà fisica in cui scrittori e scrittrici si muovono, e il saggista li incontra o vorrebbe incontrarli, serve a innestare lo spazio critico dentro lo spazio creativo, per produrre la fusione, e quindi la deformazione anamorfica, in grado di restituire una diversa visione dell’opera.

La presenza nel luogo fisico ed esistenziale da cui si origina la scrittura permette a Garboli di scrivere una storia ravvicinata del distaccarsi della poesia dalla vita, un racconto che segue le pieghe più riposte di questo processo di articolazione, e allo stesso tempo inchioda ogni forma al suo momento incipitario, al punto di sutura che la lega all’informe dell’esistenza.

L’interesse saggistico di Garboli si concentra su una zona intermedia tra l’opera e l’esistenza, o meglio, sul processo di gemmazione dell’opera dall’esistenza. La scrittura saggistica penetra nella regione in cui si compie l’incubazione dell’opera, allo scopo di raccontare il movimento che estrae la scrittura dalla vita. Garboli esplora il buio in cui la creazione non si è ancora compiuta, sosta nel territorio incerto della potenzialità, guidato dall’idea che “niente è più sacro di ciò che non è stato ancora redento dallo stile, non ancora raggiunto dall’intelligenza”.

Questa attenzione per i fenomeni che precedono l’intelligenza, ma la determinano e le danno forma, rivela un altro dei macro-blending che strutturano la critica di Garboli. La saggistica di Garboli assume la complicazione tra processi cognitivi superiori e processi emotivo-percettivi, la convergenza tra intelligenza emotiva e intelligenza razionale, lo sfumare della contrapposizione rigida tra ragione e sentimento, complanare a quella tra corpo e mente.

Radicalizzando in senso materialistico le teorie psicoanalitiche, Garboli cerca nella scrittura le tracce che rendono manifesto il pensiero delle viscere. I suoi saggi mostrano la creatività come un’attività contigua alla fisiologia del corpo, quasi un effetto collaterale del lavorìo col quale la materia tenta di sdoppiarsi per diventare autocosciente. Inconsapevolmente in accordo con le più radicali teorie materialiste della coscienza, Garboli descrive l’emersione della consapevolezza di sé come una eccedenza dell’attività neurobiologica.

Coerentemente con la scoperta di questa continuità tra corpo e mente, il saggio si incarica di richiamare continuamente la letteratura verso la vita, di ristabilire il legame tra i segni e le realtà che li hanno generati. Per affermare la necessità di questo movimento, di questa restituzione della scrittura ai suoi pretesti, Garboli valorizza la posizione privilegiata della critica di prossimità, del rapporto critico che deriva dalla compromissione biografica.

La compresenza fisica di chi scrive e chi legge nel mondo crea una terza dimensione del significato, è la reificazione dello spazio di intersezione creato dal saggio. Che per Garboli è sempre anche uno spazio di demistificazione della letteratura: l’ancoraggio al mondo impedisce alla letteratura di formalizzare e astrarre la vita, di stemperare nell’immaginario le tensioni conflittuali e incomponibili dell’esistenza. Garboli insiste su una concezione carnale della creatività, sull’origine sporca delle idee, sul loro legame irrecidibile con il mondo delle cose e delle persone. Compito del saggio è esplicitare questo legame, mantenerlo vivo e produttivo, per impedire alla letteratura di coprire il mondo, di occultarlo nell’estetizzazione.

Di qui la fuga continua messa in atto da Garboli verso i margini del testo, verso le zone liminari e di frontiera, il lavoro negli interstizi che si aprono tra diversi media e linguaggi espressivi, a cominciare dalla soglia tra realtà e finzione costituita dal teatro. Nella provvisorietà della parola teatrale, resa allo stesso tempo volatile e carnale dalla sua oralità, Garboli intuisce la mutazione dei sistemi comunicativi, il processo di evaporazione del logos dallo spazio garantito della pagina tipografica. A partire da questa intuizione, il rapporto di Garboli col teatro e la dimensione performativa dell’espressione si radicalizza fino all’assunzione della recitazione (e del suo omologo, la traduzione) come forma simbolica della critica.

Per di più, nel teatro di Molière Garboli trova rappresentato il versante tossico dell’immaginario, la vera e propria truffa che la cultura nasconde quando si virtualizza, quando si distacca dai fatti dell’esistenza. In particolare, nella filigrana di Tartuffe Garboli legge una denuncia dell’uso intimidatorio e ricattatorio della cultura, della trasformazione del sapere in una cortina fumogena di teorie inverificabili e inavverabili. Nel profilo di Tartuffe intravede la fisionomia dell’intellettuale manipolatore che ha imperversato nel cuore del Novecento.

Il saggio allora è anche uno strumento che si oppone alla tartufizzazione del mondo. Lavora a decostruire l’esoterismo della cultura, la sua forza contundente di mascheramento dei rapporti reali. Nel suo spazio anamorfico, costringe a una visione bifocale, a una prospettiva obliqua dalla quale è sempre possibile vedere ciò che la cultura nasconde, le ragioni materiali dalle quali proviene, il posizionamento di chi prende la parola. Come ha suggerito Adorno, il saggio cerca di spezzare il “cieco nesso naturale” che è all’origine del mito, ovvero di contestare l’inesorabilità dell’immaginario creato dalle narrazioni dominanti e fondative, allo stesso tempo rivelando come la cultura sia sempre inscritta nel mondo e nelle sue forme: “maggiore è l’energia con la quale il saggio sospende il concetto di una realtà prima e si rifiuta di ricavare dalla natura i fili della cultura, maggiore sarà anche la radicalità con la quale esso riconosce l’essenza naturale della cultura stessa”.

Se esiste un filo rosso che unisce quasi tutti i saggi di Garboli, si nasconde proprio nell’individuazione del conflitto spesso esiziale tra l’incandescenza della vita e l’inesorabilità monumentale delle forme, tra la fluidità dell’esistenza e la pressione funebre esercitata dall’arte attraverso l’astrazione e la sublimazione. Da questa che sembra l’eredità più controversa e insieme più emblematica lasciata da Garboli, ossessionato dall’attrazione che la morte esercita sulla scrittura, e da come la scrittura sia l’impronta di ciò che è stato vivo fino a un momento prima di finire nello scritto, si potrebbe partire, con paradosso solo apparente, per individuare possibili riaperture del discorso critico attuale. Perché la critica possa rifondare la propria capacità di indicare il senso dell’arte – è la lezione implicita nella ricerca di Garboli – deve rilanciare il legame dell’arte con la vita, mostrare il radicamento delle forme nell’esistenza materiale, le omologie tra i segni e il corpo; ritrovare nella creatività il gesto originario di chi ricrea la realtà per consegnare alla propria comunità un’immagine arricchita del mondo, capace di renderlo più comprensibile e meglio abitabile.

Garboli, con il suo ostinato antagonismo segreto nei confronti della tradizione critica moderna, può suggerire vie di fuga rispetto ai modelli ermeneutici esausti. Il suo lavoro risulta significativo per un discorso sul presente in virtù di una congiuntura storica che lo rende simultaneamente l’ultimo e il primo: l’ultimo critico “razionalista”, esponente di un mondo in cui la comunicazione, si potrebbe dire, risponde ancora ai principi della fisica classica; e il primo, o tra i primi, interpreti di un paesaggio mutato, di un universo semiotico quantistico che richiede nuove strategie di comprensione. Tuttavia, di fronte al rischio di esplosione del sistema letterario, di diluizione della letteratura all’interno di un ambiente mediale in espansione, Garboli non decide di disertare la pagina per assumere punti di vista esterni alla letteratura, sociologici, antropologici, culturalisti. Non cerca nell’assunzione di linguaggi divergenti la soluzione alla perdita di potere della parola. Al contrario, si rituffa nella specificità letteraria, si immerge nella parola, per mostrare, contro la crisi dei loro significati e della loro funzione sociale, che le forme scritte si originano dalla vita, dalle sue radici sporche, informi. Afferma che la letteratura riguarda l’umanità in modo viscerale, indagando il punto in cui la biografia diventa bio-grafia, scrittura del bios, e lo stile dà forma a situazioni emotive e cognitive profonde. Anche quando esce dalla letteratura, quando si sposta in altri campi, lo fa per trovare in linguaggi diversi la stessa profondità rappresentativa, la sola che dà ancora senso all’arte. Mentre il mondo minaccia di dissolversi nell’immaginario, Garboli ostinatamente cerca nelle parole l’impronta della vita: contro le mistificazioni che fanno della letteratura (della cultura) un dispositivo di occultamento. 


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