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Satisfiction » Omaggio a Silvana Mangano, inquieta Musa
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Extravaganze 30.05.2014

Omaggio a Silvana Mangano, inquieta Musa

di

Se fossimo su di una rivista surrealista, anarcoidi buontemponi con l’ossessione per le classifiche, i cataloghi estetici, potremmo giocare a stilare un elenco delle più grandi attrici del Nostro cinema. A chi andrebbe il podio della vittoria? Ad Anna Magnani, lupa di razza superiore, gran divoratrice di altrui pellicole (come comprese, non senza amarezza, Pasolini dopo l’esperienza di “Mamma Roma”)? Alla bellissima Alida Valli,  con i suoi occhioni da rapace notturno, l’unica in grado di farsi corteggiare dal tenente austriaco Franz Mahler (“Senso”) e di rischiare l’intimità posteriore con Bozzone (“Berlinguer ti voglio bene”)? Per quel che mi riguarda il voto andrebbe a Silvana Mangano, e non solo per un discorso di palese, accecante, venustà. Ma (anche) per il carattere indomito, più radicato nel raziocinio di Excalibur nella roccia che- ad esempio- la portò sempre a dominare dialetticamente il marito, Dino De Laurentiis. Ad esempio, nel 1963, fu lei a spalleggiare l’eccentrico avvocato veneziano Tinto Brass, e a convincere il recalcitrante consorte che “Il disco volante”, uno dei tanti film scritti per fomentare l’istrionismo di Alberto Sordi, dovesse essere ambientato, non in una borgata romana, ma nelle più desolate campagne del Veneto… Facciamo un salto “à rebours”, al 1954, e restiamo in zona Sordi. Per il grande attore questo è l’anno di “Un americano a Roma” di Steno, girato subito dopo i fasti felliniani de “I vitelloni”. Ed anche qui, come capitò in una delle primissime “extravaganze” è necessario che ricorra alla strepitosa, debordante, aneddotica che ci ha lasciato quell’affabulatore instancabile di Lucio Fulci, che della pellicola suddetta fu co-sceneggiatore ed aiuto-regista. Allora, cerchiamo per un attimo di tornare a quegli anni vitalissimi ed irripetibili. Arriva il giorno delle prima proiezione delle gesta di Nando Mericoni a De Laurentiis. La proiezione comincia, e, subito, si nota che il produttore è insofferente, borbotta, bofonchia: Fulci e Steno, appollaiati su due poltroncine in prima fila, cominciano a tremare. De Laurentiis aveva un proiezionista personale, tal Piscicelli: alla fine di ogni film era abitudine che il buon Piscicelli si affacciasse in sala per lanciare un segno d’approvazione o di repulsa al suo datore di lavoro. Con “Un americano a Roma” il proiezionista manco mise fuori il becco. Ed ecco, dirompente, scatenarsi l’ira funesta di De Laurentiis: “E questo me lo chiamate un film? Ma questa è una stronzata buona giusto per un episodio!!!”. Steno e Fulci, punti nell’orgoglio, continuano a fissarsi la punta delle scarpe, quando, ex abrupto, dalla penombra delle  ultime file, giunge una voce femminile: “Allora lo vedi che sei stronzo? Questo film avrà molto più successo de “I vitelloni” e ti farà fare una barca di quattrini!”. Era la Mangano, e se mettiamo sulla bilancia dell’immaginario collettivo l’odissea dei sodali riminesi e quella del Marlon Brando di Trastevere non possiamo che essere d’accordo con la fulgida protagonista di “Riso amaro”…


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