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Satisfiction » Olivia Laing, Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo
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Recensioni Autore: Olivia Laing / Il Saggiatore / pp. 319 / € 24

Olivia Laing, Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo

Recensione di Rossella Pretto
Olivia Laing, Viaggio a Echo Spring. Storie di scrittori e alcolismo

Gratitudine. Ecco sì, la parola è gratitudine: per questo libro tanto bello e così onesto; tanto bruciante e capace altresì di spezzare le vergini apparenze del cielo olimpico.

James Hillman ci ha restituito l’idea del daimon che chiama, implacabile, inaggirabile; della vocazione o della ghianda che divarica, perché il carattere possa apparire, nudo nella sua eccezionalità. Ce ne ha mostrato gli esempi in Judy Garland, Josephine Baker, Colette e moltissimi scrittori e artisti.

Non esattamente in questi termini, Olivia Laing, che tenta di capire le ragioni più radicate, l’inciampo e i fattori, reali o simbolici, che contribuiscono a portare una sensibilità oltre misura profonda a coniugare scrittura e alcol; attraverso un viaggio che – snodandosi reale nei luoghi d’America dove Fitzgerald, Tennessee Williams, Hemingway, Cheever, Berryman e Carver hanno vissuto – si infila nelle pieghe più riposte in cui storia personale e percorso artistico si sono legati come mani che non si slacciano. L’autenticità nasce non solo dallo sguardo e dalla mancanza di giudizio della Laing, ma anche da un vissuto familiare. L’alcol: cos’è, cosa può, cosa nasconde, cosa evidenzia? Qual è, infine, il residuo che lascia sul fondo; quale lo splendido e straziante destino che mette in scena: “come questa miscela di spiriti si è ripercossa sull’organismo della letteratura”? Alcol e scrittura, vita e scrittura, strappo esistenziale e scrittura… “Nella sua introduzione a Recovery, il romanzo postumo del poeta John Berryman, Saul Bellow osservò: “L’ispirazione conteneva una minaccia di morte. Mentre scriveva le cose che aveva atteso e per cui aveva supplicato. L’alcol era uno stabilizzatore. Riduceva in qualche modo quell’intensità fatale”. Personalità che si interrogano e osservano la vita e che hanno forse più bisogno di altri di un contatto, una prova di carne tangibile che sia documento della loro traversata, ma che quella vita immediata e cruda se la sentono sfilare via come un’anguilla. Rimane il marchio della folgore che brucia e consuma, come la vista di Zeus per Semele, la madre di Dioniso che, nascendo, immette follia ed ebbrezza nel mondo.

Avvicinarsi all’incandescenza allontanandosi da tutto, ecco cos’hanno fatto questi immensi scrittori e poeti: galleggiare, infinitamente cadere, mantenendo coscienza e memoria del corpo, della sottigliezza della pelle che l’aria screpola e taglia, guardando i tempi del prima e del poi muoversi come in un’allucinazione.

… il veggente: aveva ragione Rimbaud a parlare dello scrittore come di un veggente, perché “il poeta è veramente un ladro di fuoco”: “se ciò che riporta di laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l’informe”. Così credo si possa medicare lo strappo, facendosi carico del ruolo che, se immette in un regno di ombre e costringe a essere ponte, dà pure la garanzia della parola che filtra, la parola pura, immacolata – non perché intoccata dal sangue di chi l’ha pronunciata – ma perché capace di viaggiare e, in quell’aria che spaventa, abbandonare le scorie, penetrando diretta nell’orecchio dei tanti che hanno bisogno di ascoltarla. E dunque: alcol sì, alcol no? Droghe, sballo, sesso e rock&roll? Per ognuno è stato diverso, per molti necessario. Come resistere, d’altronde, agli assalti di una sensibilità che lascia naufraghi su una riva e secca del tempo? Se ci fossero risposte le accetteremmo. Il viaggio a Echo Spring (quello di cui parla Brick ne La gatta sul tetto che scotta, di T. Williams, cioè l’armadietto degli alcolici), che si abusi o meno del bicchiere, è e può essere soltanto personale. Ognuno lo affronta come può e deve. Marchiato dall’imprinting che ha ricevuto, non solo dalla famosa ghianda di Hillman, ma anche dalla famiglia e dalle circostanze che hanno reso la discesa ardua e sofferente, ai limiti dell’insostenibile. Perché altrimenti farsi così male restituendo tanto bene al mondo?

C’è chi all’allucinatoria avanzata delle storie che lo abitano risponde con la quieta disposizione di un amanuense e chi deve attraversare quei guadi a piedi nudi e d’inverno, sopportando i geloni.

Ci sono vite che si offrono, che escono dall’onda abbandonando sulla riva tremolanti ostie o calie che sbaluginano a pelo d’acqua. Si potrebbe dire loro di essere responsabili: del talento, della chiamata ricevuta. Si potrebbe, si fa o si cerca, animati da buoni sentimenti. Ma il viaggio a Echo Spring va compiuto (e lungi da me incoraggiare agli eccessi del bere), per comprendere con sensi di felino dove ognuno possa o non possa arrivare, in quella foresta equorea intricata e risonante. O dove possa esistere solo la gratitudine per quella che sembra una “morta bocca di montagna dai denti cariati che non può sputare”, perché non vi è acqua, tra quelle montagne assetate e rocciose. Eppure ci sono frammenti che puntellano le rovine, in mezzo alle quali ognuno può camminare ritrovando, qua e là, schegge di sé, nell’alba che si leva dopo la notte scura impestata di scorpioni. Che è il viaggio a cui invita Olivia Laing, compiuto in queste sue pagine dense di tormento eppure sempre illuminanti e acute, terribilmente e scopertamente intime: un percorso di comprensione e liberazione. Se per Blanche Dubois – la falena che non sopporta lo sgarbo delle luci violente e che deve piacere, creare un’ora d’incanto, per pagarsi il rifugio di una notte – se per Blanche “il faro che s’era acceso sul mondo, si spense di nuovo e mai più per un solo istante da allora, ha brillato una luce più forte di questo mozzicone di candela”, a noi, quel mozzicone, arriva come un’intera cattedrale sfolgorante a richiamare il buon cuore degli estranei.

Ecco, forse ho parlato poco del libro e della sua autrice, e me ne scuso, ma questo scrigno che custodisce materiale tanto prezioso è disponibile in tutte le librerie e confida nel viaggio, di mano in mano, di voce in voce, di goccia in goccia… se non mi si prende troppo alla lettera; e ricordando che Olivia Laing inserisce, in principio e infine, la parabola vittoriosa di Cheever e Carver, come a dire che, anche se provata, l’anima può tornare talvolta a distendersi su un letto di tulipani bianchi.


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