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Satisfiction » Michele Turazzi. Brera, la piccola Montmartre. Luciano Bianciardi
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Inediti 10.04.2018

Michele Turazzi. Brera, la piccola Montmartre. Luciano Bianciardi

Milano non è solo Alessandro Manzoni (ovviamente), e la Milano di carta di Michele Turazzi – uscita da il Palindromo – parte da questa “consapevolezza” per inaugurare una esplorazione della città che è prima di ogni altra cosa un racconto. Se, infatti, esistono innumerevoli modi ed espedienti per raccontare una metropoli, il punto di vista letterario, ovvero degli scrittori che l’hanno abitata e raccontata a loro volta, è forse il più più ricco di possibilità ri-narrative. Così Michele Turazzi percorre palmo a palmo il capolugo lombardo a caccia delle storie di chi vi iscrisse la propria storia e le proprie storie. Una città che rivive sulle tracce di Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Lalla Romano, Giovanni Testori, Alda Merini, Giorgio Scerbanenco, Luciano Bianciardi. Ma anche di Ernest Hemingway, che nel 1918 a Milano – ferito sul fronte italo-austriaco da un colpo di mortaio – fu ricoverato all’ospedale americano di via Armorari pieno di schegge e di un paio di pallottole di mitragliatrice. Così la mappa letteraria di Milano prende corpo diventando un “racconto di città”. Una città che è anche quella di Luciano Bianciardi, toscano “senza categoria” giunto nella capitale dell’editoria italiana per lavorare e per far saltare il palazzone padronale. Una città che era – anche – Brera – un quartiere che esiste ma che non c’è più.

Paolo Melissi

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Era una strada tranquilla e tutta nostra; il traffico quasi non ci si azzardava, ma anche in via della Braida, che pure è centrale e frequentata, le auto sembravano riconoscere che questa era zona nostra e rallentavano più del dovuto, e i piloti non s’arrabbiavano né facevano le corna se un pedone uscito dal caffè delle Antille traversava senza guardare, obbligandoli a una secca frenata. Per tacito consenso insomma quella era la nostra isola, la nostra cittadella.

Pittori dai capelli lunghi, giocatori di pelota basca, fotoreporter che vagano per la città alla ricerca di uno scoop, giornalisti, scultori, scribacchini di provincia. Sono giovani – studenti o lavoratori a cottimo –, aspiranti artisti che si riuniscono in locali fumosi a giocare a tressette, e pranzano a credito in latterie ricoperte di piastrelle biancastre. Discutono di astrattismo e rivoluzione, esistenzialismo e lotta di classe, animati da grappe e bianchini, e continuano fino a notte fonda, protetti da una città che, in queste stradine acciottolate, riesce a dimenticarsi di un miracolo economico zeppo di contraddizioni. Qui gli automobilisti non passano e, quando lo fanno, rallentano, come se si rendessero conto di essere entrati in una zona franca, un quartiere dove il tempo si dilata, il denaro perde importanza e la vita deraglia. La Milano di Luciano Bianciardi coincide con quella Brera scapestrata e bohémien ormai entrata nel mito, tanto che il mito ne ha spesso confuso i contorni, rendendo difficile distinguere ciò che è autentico da quel che viene confezionato a uso e consumo dei visitatori. Quel che è certo è che a Brera la cultura cittadina si rimette in moto, costruendo sulle macerie della Seconda guerra mondiale una nuova, grande stagione creativa. Eccola, la «cittadella» di Luciano Bianciardi.

Una premessa nel cuore di Brera

Il toscano Luciano Bianciardi arriva a Milano nel 1954, quando ha poco più di trent’anni, rispondendo alla chiamata della neonata casa editrice Feltrinelli. Ben presto però capisce di essere un corpo estraneo al mondo culturale cittadino, agli orari d’ufficio voluti dall’editoria e dal giornalismo. Comprende di essere stato fagocitato dalla macchina produttiva milanese, che non fa distinzioni tra impiegati di banca e intellettuali, e ne appiattisce le aspirazioni. Da questa frustrazione, a volte amara, altre sarcastica, nasce il suo capolavoro, La vita agra, storia di un intellettuale di provincia che giunge a Milano per far saltare in aria il «torracchione di vetro e cemento» – la sede della Montecatini, all’incrocio tra via Moscova e via Turati –, ma viene risucchiato dentro il perverso meccanismo dell’industria culturale, fino a non riconoscere più il suo obiettivo. Esce nel 1962, proprio quando la città si sta lasciando andare con fiducia al benessere e alla società dei consumi.

In quel punto la via Adelantemi inverte il suo nome, e continua ciottolosa – soltanto la carreggiata di pietra liscia al centro, e per il resto selci tondi di fiume – e passa dinnanzi a un bottegone di antiquario, tre o quattro ristoranti, dove mangiavamo noi, cambiando porta secondo i soldi che avevamo in tasca. […] Più avanti via Adelantemi (col nome invertito però) vantava due postriboli, sì che non riuscivi a dirne il nome senza ridere. […] Ci abitavo anch’io, poco oltre l’incrocio, dove via della Braida, pur restando identica per larghezza e colore, cambia nome, ne prende uno risorgimentale, a ricordo della campagna del ’59, quando vinsero i francesi.

La vita agra comincia nel cuore di Brera, ma Milano non è nominata neppure una volta in tutto il romanzo. Le vie e le piazze vengono occultate dietro a nomi inventati, seguendo un procedimento simile a quello compiuto da Gadda per la Brianza della Cognizione del dolore. Bianciardi si diverte a giocare con la toponomastica, ma per chi conosce le regole del gioco non è difficile intuire quali sono i luoghi cui si riferisce. Così, dietro via Adelantemi si nasconde via Fiori Oscuri (adeloi anthemoi in greco), mentre il punto in cui questa inverte il suo nome altro non è che l’incrocio con via Fiori Chiari. Allo stesso modo via Brera diviene via della Braida, mentre la strada dal nome risorgimentale in cui, «al terzo piano del numero otto», abita il protagonista è via Solferino che, all’estremità opposta, accoglie anche la sede del «Corriere della Sera».

All’incrocio tra via Brera, via Fiori Chiari e via Fiori Oscuri sembra tutto come allora, almeno al primo sguardo: i caffè e le trattorie, i ciottoli sul selciato spezzati da due strisce di pietra liscia, l’Accademia e la Pinacoteca. Soltanto lo spirito è diverso.


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