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Satisfiction » Metti una sera Polanski a cena
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Extravaganze 28.01.2014

Metti una sera Polanski a cena

di

Sul set del Fellini Satyricon, nella primavera del 1969, si presentò Romolo Valli accompagnato da uno spaesato Roman Polanski abbracciato a Sharon Tate, la propria deliziosa moglie.

– “Devi assolutamente tornare a Disneyland!”, disse il regista polacco al Maestro riminese.
– “Cosa c’è di nuovo?”, fu la sua replica.
“Dei pirati, mi pare… Ci son già stato 3 o 4 volte, ma ero troppo sballato per ricordarmi qualcosa…”, replicò Polanski, come ci testimonia “Ciao, Federico!”, preziosissimo making of del succitato film girato dall’anglosassone Gideon Bachman.

Questo, amici, è Roman Polanski, giullare metafisico, nato dalle ceneri della Galka Muszkatulowa (Noce Moscata), leggendario cabaret d’avanguardia polacco e precipitato per caso fra le braccia di Zio Sam: un irrazionalista da vernissage. Un anarcoide mondano… A sfaldare, però, le mondane certezze del regista polacco, ci volle un altro polacco, quel cereo burattino astratto di Andy Warhol che nel 1973, con la complicità del produttore Carlo Ponti, invase il “locus amenus” di Polanski, la bellissima Villa Mandorli, sulla Appia Antica, assieme a tutta l’Armata Brancaleone Tossica della Factory, con la ferma convinzione di girare due filmettini “commerciali”, dopo le asperità “arty” girate in America dal sodale warholiano Paul Morrissey. Le pellicole sono “Il mostro è in tavola, Barone Frankenstein” e “Blood for Dracula”, meglio noto in Italia, paese di Santi, Poeti e Navigatori come “Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete”… Protagonisti di quest’ultimo (oltre ad un divertito Vittorio De Sica, simile ad un aristocratico che ha sbagliato party ma in grado di far buon viso), il bellissimo, diafano, Udo Kier nei panni del Vampiro Decadente, ed il mitico Joe Dallessandro, nerboruto, marchettaro di irresistibile fisicità (reso immortale pure da Lou Reed in “Walking on the wild side”) in quelli (molto succinti) di un giardiniere affetto da satiriasi. Pare che un bel giorno, un bel mattino anzi, Udo Kier non fosse sopravvissuto ai bagordi warholiani, restando fuori gioco, anzi ai limiti del coma, per svariate ore. La dura legge della Factory: ma, per un professionista del calibro di Polanski, una mancanza imperdonabile. Il Nostro, sicuramente spostando con fastidio, nei saloni della sua bella villa stuprata, un paio di lesbiche strafatte ed un efebone rintronato, parlottò con il suo socio dell’epoca, Andy Braunsberg, e con il fidatissimo sceneggiatore Gérard Brach, ed improvvisò una scena da girare in un’osteria, non certo per non morir di noia, ma per non sprecare un giorno di riprese, lasciando le maestranze ad osservarsi i pollici. Polanski impeccabile, anche con gli abiti da buzzurro neorealista. Resta il fatto che, dopo il disdicevole episodio, il Nostro preferì l’albergo, lasciando la sua bella magione sulla Via Appia al suo destino di “glitterato” disfacimento.


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