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Satisfiction » Maurizio Sbordoni anteprima. Quarks!
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Inediti 27.07.2018

Maurizio Sbordoni anteprima. Quarks!

Dopo il successo di critica e di lettori di “Stavo soffrendo ma mi hai interrotto” (uscito nel 2013) Maurizio Sbordoni ritorna in libreria con un romanzo che attinge dal “memoir” per raccontarci una storia di vita e morte, morte delle coscienze edulcorate dalle nostre coscienze al neon. La storia di (ordinaria) follia di una famiglia, la sua, che sembra essere stata “tumulata” nella fantasia dello scrittore tra epica grandezza e Fallimenti non solo esistenziali. “Quarks” – come la chiusura del James Joyce de “la veglia di Finnegan”- in realtà ci racconta le nostre paure, quelle che appartengono a tutti. Il tema centrale Sbordoni lo sviluppa sottotraccia racchiudendolo in una frase : “Comprare le persone al loro valore reale e poi rivenderle per quello che credono di valere”. Una frase di una verità e modernità sconcertante: in fondo rappresenta anche le nostre maschere social(i). L’altro grande tema è la sofferenza, “il senso di colpa, la sensazione artigliata nel profondo che, in qualche modo un’ironia, non sei riuscire a spiegare neanche a te stesso, credere che la colpa di quella sofferenza sia tua”. Perché malgrado il dolore degli altri sia sempre dolore a metà, quando soffre qualcuno che amiamo siamo più impotenti che con la nostra sofferenza. Con grande sensibilità Sbordoni ci racconta tutto questo – non sono un critico da trame, per quelle c’è la quarta di copertina- attraverso un protagonista che nasconde la propria fragilità dietro castelli d’aria, ricordi da “grandeur” di un tempo che forse non è mai esistito, di un uomo apparentemente cinico nel cercare a tutti i costi di farsi valere in una società che ha più valori. Senza comprendere che oggi, purtroppo, nulla ha più valore e tutto ha un prezzo. Leggendo “Quarks” non si perde mai l’etichetta della vita che ci appende agli armadi delle nostre esistenze. Un protagonista che negli armadi ha più fantasie che scheletri, in fondo il ritratto di uno scorticato vivo della vita che, malgrado le ustioni, sa ancora commuoversi. “Quarks” è un ottimo romanzo perché ci racconta tutto questo attraverso una ironia quasi feroce che ricorda il raffinato sorridere di certi passaggi de “La versione di Barney”, alcune immagini del “Grande Lebowski” e la grandezza amara delle ceneri del Basani dei “Finzi Contini”. Un romanzo che innalza un’unica grande preghiera: ascoltatevi, ragionate con l’istinto e gettate le maschere in quel fuoco ardente che è la follia.

Gian Paolo Serino

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Problemi, problemi, sempre problemi.
La vita, dopo una vita in discesa a solleticarmi il palato, illudendomi che l’esistenza fosse una passeggiata di salute sempre illuminata dal tepore del sole, prima accorcia le distanze con la morte di mamma, quasi pareggia lasciandomi solo con mio papà, pareggia esultando come un ossesso facendomi diventare povero e quando ancora manca una vita al fischio finale o forse nei minuti di recupero, va in vantaggio con la salute a dir poco ballerina di mia moglie. Poi dilaga, facendo impazzire una donna sola al mondo che dipende da me e da mia moglie anche per fare la cacca in maniera regolare. Ma non sono triste per questo. Io sono sportivo. 
Mia mamma mi additava spesso come esempio nei confronti dei nipoti, estrapolava dal mio menefreghismo la molecola principale per sopravvivere nel mondo.
«Fate come lo zio» diceva ai nipoti.
«Con tutti i problemi che ha, è sempre di buonumore».
No, non sono sempre di buonumore, alle volte mi rode come se non mi facessi il bidet da anni, ma è comunque vero che lo sono spesso, come se serbassi dentro di me un segreto che non ho ancora trovato il tempo di rivelarmi, una notizia eccezionale a supporto della mia irrazionale positività e in comico contrasto con gli eventi che la vita mi poneva innanzi. Forse, sono thailandese di adozione, oltre che romano di nascita. In Thailandia c’è una frase straordinaria che sintetizza la filosofia di quel popolo: mai pen rai.
Significa: pazienza, non preoccuparti, non importa.
Un uragano ha scoperchiato la casa? Mai pen rai.
Le strade di Bangkok sono diventate invivibili? Mai pen rai.
Mai pen rai è l’equivalente del romano ‘sti cazzi.
E quindi, mai pen rai se è morta mia mamma, mai pen rai se sono diventato povero, mai pen rai se mia suocera mi sussurra credendo che qualcuno ci ascolti da Marte.


Non sono pazzo: ho i miei buoni motivi per essere allegro.
Per dirne uno, qualche tempo fa alcuni studiosi cercarono di favorire la nascita della farfalla dal bozzolo, allargando il piccolo foro dal quale la crisalide con grande fatica cercava di uscire.
In effetti, con il foro allargato, avveniva rapidamente la nascita, senza sforzo.
Peccato che la farfalla nata con quel sistema agevolato non fu mai in grado di volare.
Gli ostacoli che incontriamo nella vita ci servono. Servono a farci volare.
(Mai pen rai anche della farfalla, però.)

Ma andiamo con ordine.

Mia mamma, come qualcuno di voi saprà, è morta. Dicono stia al Verano.
Sarà vero? Quando eravamo bambini, alla domanda di un adulto su dove fosse tua mamma era facile rispondere; è uscita a fare la spesa, è andata a riprendere Ilaria. Ma quando una mamma muore, come si fa a rispondere con certezza su dove sia?
Quel che so è che in quel cimitero di Roma abbiamo portato il corpo dopo la sua morte, nella megalomane tomba di famiglia palladiana in marmo, con inciso sul capitello centrale in caratteri cubitali il nostro cognome, SBORDONI, così maestosa da suscitare le invidie parentali di chi ancora non è morto e ha una fottuta paura di arrivare tardi. I posti sono limitati e noi siamo una famiglia numerosa, non tutti riusciranno a entrare. Se decideste di andarla a trovare, e dei due atteggiamenti che si possono avere in un cimitero evitate, magari per mancanza di confidenza, la parte verbale (parlare con il defunto), vi rimarrebbe quella attiva: cambiare l’acqua putrida dei lumicini, strappare le erbacce o lucidare le scritte dei nomi con cui sono nati i morti. Ecco, nel caso, guardate bene sotto al nome.


Troverete due date, quella di nascita e quella della morte.
Io, sulle lapidi delle mamme, metterei sempre due date, ma diverse.
Quella della morte e quella in cui i figli realizzano che sono morte.
A quale figlio, in fondo, interessa quando è nata la mamma? E il luogo in cui è venuta al mondo, figurati che passione! Una mamma può essere nata a Pescasseroli oppure a Timbuctù, non ci cambia nulla. L’importante è che sia sbocciata una mamma.
La nostra. Ma la data della morte e la presa di coscienza della loro dipartita
– sottotitolo: sono rimasto solo e non potrò più contare sul suo aiuto – sono date importanti. E non coincidono mai.
Spesso la prima precede la seconda di mesi, alle volte di anni.
Se il mondo fosse semplice e a portata di desiderio, il mio, sulla tomba di mamma ci sarebbero due date: 28 luglio 2010 e 15 novembre 2014.

Era un soleggiato 15 novembre del 2014, il giorno in cui mia suocera Silvana decise di uscire portandosi dietro solo quello che indossava in quel momento.
Non aveva fatto in tempo, per fortuna, a preparare un trolley dove ammucchiare una collezione di dolori che aveva fatto invidia a più di un professore. Non era riuscita, grazie a Dio, a recuperare il suo inseparabile rosario bianco, sgranato fino al consumo. Aveva perfino dimenticato il beauty case, pieno di quei trucchi con cui imbellettava i traumi per colorarli alla vista del mondo.
Elegante come sempre, con la giacca di Burberry in tinta con dei graziosi pantaloni che gli scendevano fino alle caviglie, aveva deciso che era arrivato il momento di cambiare vita, creandone una che fosse solo sua.
Non era uscita di casa, ma di testa.
Non sarebbe più rientrata.


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