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Satisfiction » Maurizio Pansini. Oscura ragione
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Inediti 25.07.2018

Maurizio Pansini. Oscura ragione

Per Jacques Derrida lo straniero, quello che viene da fuori, porta insieme a tutto il resto una domanda. Una domanda cui è difficoltoso rispondere, prima di tutto per la differenza di lingua. Lo straniero, il senza patria, il rifugiato, inoltre, entra nel nostro spazio e mette subito in evidenza – tragicamente – i nostri limiti, le nostre leggi, perfino quella dell’ospitalità che, normalmente, sono alla base – appunto – del rapporto con chi viene dall’esterno. Il racconto di Maurizio Pansini, si addentra in questa questione, infilando la penna proprio nel rapporto tra xenos e ospitante, rivelandone la tragicità. E rievocando l’istintiva reazione che segna questo “rapporto”: la paura. Qualcosa che, di questi tempi – indotta o meno – è tragicamente all’ordine del giorno.

Paolo Melissi

#

Arrivò un’assolata mattina.

Scendeva dalle montagne, quelle più alte lì in fondo alla valle.

Circondavano e delimitavano la conca, come una corona: da un lato le alte cime, dall’altro il blu intenso di un mare profondo e austero.

Il passo calmo, da gran camminatore, lo condusse inevitabilmente verso la riva, dove si affacciavano le poche attività del luogo. Taverne, bar, rivendite di pesce e gli edifici addetti alla dogana.

Gli sguardi degli anziani, seduti sulle poche sedie esterne al caffè, lo accompagnarono mentre, lento, si avvicinava.

Il cappellaccio, le scarpe consunte, la sacca lisa. Notarono tutto questo, ma chi era quell’uomo e soprattutto cosa lo conduceva lì?

Chiese “Un caffè” nel dialetto locale ma risultò solo un infantile tentativo di far credere di poterlo parlare.

I vecchi si guardarono tra loro. “Un forestiero!” sentenziarono silenziosi.

E si rimisero in attesa, con lo sguardo pigro e indifferente, ma in realtà curioso e attento, a osservare l’uomo, che, poggiando le sue povere cose sul tavolino traballante del caffè, si accomodava con il lento gioire del camminatore, quando sa di poter meritare una lunga sosta.

Il grasso oste gli servì una tazzina bollente e una brocca di acqua fresca. Poi restò lì, nell’aria calda e secca, in attesa di un’ulteriore ordinazione.

Lo straniero parlò brevemente, l’omone si allontanò tornando subito dopo con un piattino di pomodori, olive e un po’ di pane. E rientrò nel locale. Solo allora l’uomo, dopo aver assaggiato qualche oliva, osservò lentamente il luogo. Fissò lo sguardo su tutti gli astanti, che rapidi distolsero gli occhi. Sembrava stupito e divertito quasi.

Un sorrisino gli alzò solo un lato delle labbra.

Richiamò, con fare risoluto e sicuro, l’oste, e lo interrogò sulla possibilità di avere un alloggio in quel villaggio, perché, disse, avrebbe passato un periodo non precisato in quei luoghi. Poteva pagare, ma con poche e ristrette disponibilità.

Da quel giorno lo videro sempre allo stesso tavolino, intento a scrivere su di un grande blocco, rilegato da una pesante copertina scura. Il lento rito con cui apriva quelle pagine e cominciava la fitta scrittura era ormai parte degli avvenimenti fissi e ripetitivi della piazzetta, ombreggiata da un enorme platano che ne rinfrescava l’aria nelle ore più calde. L’oste, istigato dagli anziani, impiccioni e curiosi, cercava di sbirciare le pagine, mentre aspettava l’ordinazione del forestiero. Riferiva, però, di non aver potuto decifrare nulla perché evidentemente lo straniero scriveva nella sua lingua. Nessuno sapeva qual era.

La notizia della presenza dell’uomo nel paese si sparse presto in tutte le case.

La silenziosa ma prepotente curiosità femminile fece il resto. Davanti all’unica fonte d’acqua, proveniente dalle alte cime lì intorno, le donne escogitarono un piano per saperne di più. Decisero di inviare la figlia della più anziana del paese, considerata per questo la più saggia ed esperta, a servizio dall’ospite straniero. Avrebbe così, con tutto comodo, potuto riferire quello che avveniva tra le mura dell’abitazione. L’uomo accettò subito la proposta, senza sospettarne il vero motivo. Sembrò anzi sollevato dal fatto di poter delegare la pulizia della piccola casa, dei suoi pochi vestiti e la possibilità di aver da mangiare lì, senza dover recarsi alla taverna. La ragazza poi era di piacevole aspetto e questo, insieme al suo sorriso, il primo che gli fu rivolto da quando era in paese, sembrò rasserenarlo ulteriormente. La ragazza riferì che non era ancora riuscita ad avvicinarsi per sbirciare sui fogli, perché a lui sembrava venisse istintivo chiuderli ogni volta che lei gli passava vicino. Questo particolare non fece che far crescere in maniera esagerata le più fantasiose ipotesi.

Con femminile finta non curanza le donne fecero filtrare la notizia a mariti e figli, ignari del piano in atto. Una parola buttata lì quasi per caso, una domanda più diretta. Insomma di lì a poco in tutto il paese non si parlava d’altro. Le ipotesi, all’inizio divertenti, pepate e trasgressive, col passare dei giorni si fecero via via più cupe.

Sinché… tutto precipitò nel momento in cui, cambiato all’improvviso il clima, una frana interruppe e ostruì l’unica strada che collegava il paese al resto dell’isola. Il mare gonfio e scuro non permetteva l’uso dell’altra via di collegamento. Il senso minaccioso d’isolamento incupì il cielo e i volti. L’umore degli abitanti si fece nervoso. Le scorte di cibo sembravano essere sufficienti ad affrontare la crisi, ma quasi senza volerlo, ognuno cominciò con diffidenza a nascondere l’entità delle proprie riserve. L’unica cosa che si consumò in maniera maggiore fu il vino, che, anziché sciogliere i pensieri più preoccupanti, sembrava aumentarli in maniera fosca.

Al forestiero però non fecero mancare nulla, e non perché questo pagasse per quello che gli offrivano, anzi. Le donne sembrava facessero a gara per preparare cibi complicati. Lui cercava di spiegare che non sarebbe riuscito a mangiare tutta quella roba.

Inutilmente.

Cominciò per questo a mangiarne sempre più.

Il vino gli era offerto dagli uomini, ognuno dei quali pretendeva diversi brindisi che rendessero omaggio alla propria produzione. Alla fine della giornata il forestiero intonava strani canti a squarciagola dall’alto della scogliera. Col ripetersi di questi rituali le donne istruirono la ragazza ad approfittare dell’allontanamento dell’uomo per spiare quelle pagine, che lui continuava a riempire con fitta scrittura. Avevano scelto lei perché l’unica ad aver frequentato la scuola, imparando un’altra lingua.

Nel frattempo la situazione peggiorò.

Gli animali si ammalarono di una strana epidemia che, nel giro di due o tre giorni li faceva morire tra urla e strazio. La preoccupazione diventò paura. La morte degli animali significava affamare gli umani. Bruciarono le carcasse per paura di contagi.

Poi si ammalò il primo bambino.

La paura si trasformò in terrore, il terrore in paranoia. Il clima peggiorò, le nubi basse e scure sembravano tende di un palcoscenico. Il dramma stava per cominciare.

Qualcuno fece notare la coincidenza tra l’arrivo dello straniero e l’inizio delle sventure.

Una sera gli uomini si recarono dal forestiero convincendolo a seguirli per partecipare a un rito. Lo fecero bere in modo smisurato.

La ragazza poté agire senza troppe precauzioni. Scovò il librone sotto il materasso. Poggiatolo a terra né aprì il complicato legaccio, che ne stringeva la copertina. Poi con difficoltà, dovuta alla fitta scrittura e alla paura, decifrò il testo. Terrorizzata richiuse il libro e scappò nel buio della sera. Attraversò il sentiero petroso che la riportava a casa.

Tra i singhiozzi spiegò che lo straniero stava scrivendo una storia che corrispondeva a ciò che avveniva nel paese. La frana, il mal tempo, l’epidemia. E nell’ultima pagina, scritta nel pomeriggio, anticipava la fine degli abitanti tutti. A quel punto tutti i dubbi e i sospetti ebbero fine: lo straniero era la causa delle sventure, anzi era lui a crearle.

Il maledetto ne era l’artefice.

Si riunirono allora tutte nella piazza, ognuna con la sua torcia e corsero a raggiunger gli uomini appena fuori il paese.

Nel vederle arrivare con le loro vesti nere, gli sguardi folli, illuminati dalle torce, gli uomini capirono subito e afferrato l’uomo, che ubriaco pensò a un ballo rituale, lo trascinarono su di un grande masso.

Riversarono sui vestiti la forte grappa dai bottiglioni. Le donne lanciarono le torce.

Lo sguardo di stupore dell’uomo mise fine a ogni suono.

Senza un gemito guardava le fiamme venir su. Rimase a lungo in piedi mentre il fuoco trapassava gli abiti cominciando a bruciare la carne. Cadde in ginocchio emettendo un suono orribile nella notte buia.

Una parola, forse.

Fine e principio.

Rientrarono tutti in paese, mentre il corpo bruciava ancora.

Postfazione

Avevo ideato il racconto una decina di anni prima, tracciandone i fatti salienti in un breve appunto. Rimandandone sine die la scrittura. Sino al giorno in cui, rientrato dall’abituale giro tra le isole greche, volli indagare sull’origine e il significato di una parola, legata alla visione di un albero, ritenuto spettatore delle riunioni di Ippocrate con i suoi discepoli.

La parola che m’incuriosiva era Pharmakos.

Quale il mio stupore, di più, la strana sensazione di un oscuro presagio, quando scoprii che nell’antica Grecia quel nome significava “il maledetto” e designava un essere umano scelto perché emarginato o particolarmente ripugnante, era rivestito e rifocillato dall’intera comunità e infine scacciatone a sassate o ucciso fuori le mura. Esattamente la trama del mio racconto.

Fu allora dovere, o oscuro dettame, completarne in fretta la stesura.

Bari Luglio 2018


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