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Satisfiction » Magellano
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Recensioni Autore: Gianluca Barbera / Castelvecchi / pp. / €

Magellano

Recensione di Gabriele Dadati
Magellano

Anche se tutto va male, male per davvero, si può pur sempre tentare una truffa o almeno perdurare nel proprio ruolo di imbroglioni: è quello che fa Marco Salieri, protagonista di Finis mundi (Gallucci, 2014), romanzo d’esordio di Gianluca Barbera, che nel bagagliaio ha un cadavere (morto ammazzato per mano sua) e in testa un piano da portare a termine nella lunga notte che dovrebbe condurre all’estinzione dell’umanità (siamo al 12 aprile 2036 e un asteroide colpirà dritto per dritto la Terra). Ed è quello fanno i Lopiccolo, generazione dopo generazione attivi lungo le pagine de La truffa come una delle belle arti (Aliberti, 2016), secondo romanzo e riconferma di Barbera, a partire dal capostipite, il bisnonno Petreus detto Pepè, di cui viene raccontata nelle prime un’impresa straordinaria: nel 1842, innestati testa e tronco di uno scimpanzé sulla coda di un tonno essiccato, fece credere di avere per le mani una vera e propria sirena e iniziò a staccare biglietti d’ingresso alla meraviglia e, di contro, a incassare denaro contante. Infine, al massimo grado, lo fa – e poi lo confessa – Juan Sebastián del Cano. «Mi chiamo Juan Sebastián del Cano – detto el Perro, il Cane – e, come la maggiore parte dei miei connazionali senz’altro ricorda, ho viaggiato in qualità di nocchiero sulla Trinidad, al fianco di Ferdinando Magellano, per un anno, sette mesi e diciassette giorni: tanti ne ho contati. […] Io, Sebastián del Cano, el Perro, lo confesso, qui, ora, per la prima volta, ho tradito il mio comandante e ammiraglio, Ferdinando Magellano, nel più abietto dei modi, anche se non fui il solo. E per questo tradimento, così abilmente e vilmente occultato, mi sono appropriato degli onori, della gloria e delle ricchezze che a lui solo, Ferdinando Magellano, sarebbero spettati per diritto terreno e divino. Io, Sebastián del Cano, sono stato senza merito alcuno (salvo quelli che si riconoscono solitamente a ladri e assassini) ricoperto di oro, onori e gloria imperitura. Quella gloria, quegli onori e quell’oro che a lui solo, Magellano, erano dovuti, e che a causa del nostro tradimento (mio e di altri marinai e ufficiali dell’equipaggio, come apprenderete da queste mie memorie) gli sono stati sottratti e preclusi nel più miserabile dei modi». Inutile dire che ancora una volta ci troviamo all’inizio di un romanzo di Gianluca Barbera, il terzo, Magellano, appena stampato da Castelvecchi.

Possiamo dunque dire di aver facilmente individuato qual è la passione (e l’ossessione) di questo scrittore: l’imbroglio che si può stendere, parallelo e a esso interfacciato, a fianco del normale volgere delle cose. Non tanto la realtà, dunque, ma come su essa si può agire se si è narratori mendaci e intrepidi. Cosa che Barbera stesso è, paradossalmente: non finge forse di raccontare nuove storie per tornare invece sempre alla stessa? Il che, sia chiaro, è un bene. C’è da diffidare da chi si appiccica storie addosso invece che generarle dal proprio fantasma profondo. Da questo punto di vista, dunque, ecco uno scrittore autentico e del resto non potrebbe che essere così, vista la velocità di esecuzione e la sprezzatura dei testi.

Magellano è per certi versi il romanzo più bello scritto da Barbera, il più riuscito, perché in Finis mundi si aveva un’ottima compattezza di scenario (una sola notte, un solo gruppo di persone in conversazione attendendo la fine del mondo) a detrimento del dinamismo, fornendo quasi più un apologo che un procedere. Ne La truffa come una delle belle arti, al contrario, il gran numero di personaggi, ambientazioni e situazioni garantiva massimo dinamismo, ma minore era l’unità del tutto. Magellano invece riesce a tenersi in equilibrio tra l’una e l’altra esigenza, centrato su un personaggio principale, quel Juan Sebastián del Cano che narra la vicenda di cui è protagonista, ma con un gran numero di comprimari (tra cui giganteggia Magellano stesso) e varietà di luoghi e vicende.

Interesserà inoltre segnalare come sia il romanzo d’esordio, ambientato in un futuro prossimo, sia soprattutto gli altri due titoli, possano essere intesi come “romanzi popolari”, d’avventura, addirittura storici, il secondo e il terzo. E questo tutto sommato non è un dato neutro: va messo in valore. Perché fin troppo spesso si leva la mano, troppo impegnati a mostrarsi colti e brillanti. Caratteristiche che senz’altro Barbera possiede, ma che mette a servizio, come sempre si dovrebbe fare.


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