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Satisfiction » M. Il Figlio del Secolo
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Recensioni Autore: Antonio Scurati / Bompiani / pp. / €

M. Il Figlio del Secolo

Recensione di Gian Paolo Serino
M. Il Figlio del Secolo

Antonio Scurati mangia Ernesto Galli Della Loggia 

M. Il Figlio del Secolo” appartiene alla Letteratura ed è, come ho già scritto, un autentico capolavoro destinato a rimanere. Non è un “classico istantaneo”, uno di quei romanzi che si dimenticano col girare la pagina di una stagione editoriale. Appartiene alla Letteratura. Il recente articolo dello storico Ernesto Galli Della Loggia – che recrimina giustamente degli errori storici (date, nomi, incongruenze temporali) non toglie nulla alla materia romanzo. Perché di questo si tratta leggendo “M. il figlio del Secolo”: di confrontarsi con la scrittura materica, con il magma della storia e non con le sue date che, pur importanti, possiamo anche demandare ai sussidiari e agli studenti da mandare a memoria. Non è un errore gravissimo confondere Pascoli con Carducci quando si cita “la grande proletaria”.

Dalla Loggia sottolinea come Scurati definisca “professore” Benedetto Croce, lui che non voleva etichette, ma ha etichettato la storia della letteratura italiana in tomi (ricordo quelli editi dalla Ricciardi) e che, malgrado i lampi di genio e la sua posizione “antiaccademica”, rimandavano a discorsi nettamente accademici. E su tutto si vuole smontare, non da parte di Dalla Loggia, ma di certi lettori che invocano Wikipedia (da molti citata con “Che almeno Scurati legga Wikipedia”) la forma romanzo di “M. Il Figlio del Secolo” e, se proprio si vuole sottolineare, anche l’Enciclopedia Treccani definisce Benedetto Croce proprio un insegnante, e cito uno dei molti passaggi della Treccani: “Lo studio della poesia, come d’ogni altra arte, deve tendere – egli insegnò – all’individuazione della personalità dell’artista; tutto ciò che è esterno a lui può concorrere a spiegarlo ma non lo condiziona ai fini dell’accertamento della sua poesia”. E’ forse maggiormente attuale leggere che il termine “casta” fu coniato da D’Annunzio piuttosto che soffermarsi su un errore che rimanda a Pascoli e Carducci che, con tutto il rispetto, hanno una solennità imposta dalla scuola e dalla tradizione poetica ma quasi nessuna attualità tranne quella di essere appunto studiati nei Licei ed essere messi in volume unico “Tutte le poesie” nella collana “Mammut” (già il nome la dice lunga) di Newton Compton per essere esposti, se va bene, negli autogrill di fianco alla “Gazzetta dello Sport” e all’ultimo album di Gigi D’Alessio (che comunque oggi è maggiormente ascoltato che i due poeti).

Sarà anche una situazione drammatica, ma è la realtà di una scuola che ci insegna tutto sui resti degli arabi-fenici e sulle tombe etrusche e non ci insegna cos’è ad esempio il Piano Marshall e il terrorismo in Italia. Non è un’arringa di difesa a Scurati, ma ripeto, a parte la Treccani, qui si scrive d’altro: di letteratura. Perché ogni pagina di Scurati ha un peso e quel peso siamo noi. E’ la nostra memoria perennemente in ri(e)mozione forzata, il nostro continuamente rimuovere la storia recente se non per deglutirla a forza, senza capirla se non la spiega Alberto Angelo che ci racconta Pompei mentre dovrebbe spiegarci piuttosto che concorso abbia fatto, a parte il padre, per essere in Rai pagato da noi.

Tornando a “M. Il Figlio del Secolo” questa la recensione che riscrivo nuovamente perché “M. Il figlio del Secolo” merita non solo di rimanere per tutto l’anno primo in classifica, di vincere il Premio Strega e quello dei lettori che vogliono uscire da un libro finalmente diversi da come sono entrati.

Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Detto ciò, resta pur vero che la storia è un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non arbitraria, però”.

Inizia con questa avvertenza ai lettori “M. Il figlio del secolo”, il romanzo “documentario” che Antonio Scurati ha appena pubblicato per Bompiani.

Finalmente ci ritroviamo davanti a quel “Grande Romanzo Italiano” che da anni cercavamo invano. Scurati ha scritto un capolavoro. Uno di quei libri destinati a rimanere nella storia della letteratura del ‘900.

Ed è singolare come un altro romanzo appartenente al “Grande Romanzo Italiano”, “La Scuola Cattolica” di Edoardo Albinati (Rizzoli, 2016), affronti il tema del fascismo. Albinati affronta quel fascismo che per la prima volta si insinuava nel ceto medio di una Roma Bene degli anni ’60 e ’70, mentre Scurati affronta la vita di Benito Mussolini. E’ vero che ad aprire la strada è stato Antonio Pennacchi con il suo “Canale Mussolini” (Mondadori, 2010), ma Pennacchi racconta l’epopea della “redenzione”, l’epica dell’uomo di fronte alla Natura nella bonifica dell’Agro Pontino, mentre Scurati ha scritto un romanzo “fascista”, se per “fascismo” intendiamo la moderna dittatura della democrazia. Non a caso il titolo “M. Il figlio del secolo” è chiaro: Mussolini non ha generato il ‘900, e i giorni nostri, ma è stato generato dal ‘900 e dai giorni nostri. Il che, è diverso. Con un uso del linguaggio a dir poco straordinario, Scurati ha quasi scolpito ogni frase nella pietra della pagina, ha intagliato nel sangue la penna della Storia senza dimenticare quelle piccole, minuscole storie senza le quali un dittatore non avrebbe “gli occhi della tirannia che noi gli abbiamo dato”. In questo “romanzo documentario” è soprattutto la lingua a farci comprendere come i tempi passati sono più che mai presenti: Scurati forgia la lingua di Mussolini mostrandoci come il linguaggio, senza scomodare l’uso dei media, sia il luogo dove da tutto nasce. E non è un peccato di superbia di Scurati definirlo documentario: si è immersi in uno di quegli filmati dell’Istituto Luce che la nostra moderna televisione spesso ripesca dal passato. Filmati privi di ogni ombra talmente il buio dei giorni si fa accecante. “M. Il figlio del secolo” è un capolavoro come pochi altri, anche nella letteratura straniera, possiamo leggere oggi. Anche a chi non ha particolarmente amato i romanzi precedenti di Scurati, come chi sta scrivendo, comprende che qui tutta l’opera romanzo di Scurati si compie: la violenza che ha sempre raccontato nei suoi libri narrativi qui diventa finalmente muta dissolvenza di un essere umano che si “eleva” – quasi immolandosi ma senza comprenderlo- a uomo massa, a uomo che paradossalmente è vittima del proprio ego-mostro.

Scurati (quando racconta) Mussolini è Mussolini: sembra quasi di vederlo, il Duce, in tutta la sua demiurgica disumanità come “una bestia sfiancata che arranca in una distanza incolmabile che lo separa dal genere umano”, di chi ha indossato – prendendosela- “la croce del potere”. Mussolini descritto come puro Potere viscerale, quel Potere che può terrorizzare, anche alle nostre latitudini democratiche. Quel Potere di cui ha ben scritto Vincenzo Cerami in “Un borghese piccolo piccolo” (Einaudi), poi diventato film con protagonista un Alberto Sordi, sottomesso e poi rivoltoso nei confronti dello stesso Potere apparentemente acefalo che prima lo ha imbrigliato e poi abbandonato. Perché Scurati – al di là della rigorosissima ricostruzione storica di un Mussolini biografico dal 1919 al 1925- ha la forza drammatica, senza cadere nel melò di Cerami, di descrivere Mussolini come una Energia, come il mortale figlio di un fabbro, quasi plagiato e plagiatore di D’Annunzio, che diventa una massa conglomerata di non poteri, di poteri vacui e poteri forti, che diventa mostruosità, sfregio all’umano sentore, sfregio anche a se stesso, trasformandosi in una maschera che oggi è diventata “persona” (nell’etimo latino). E certo il titolo con quella M puntata si rifà a “M. Il Mostro di Düsseldorf”, il film capolavoro di Fritz Lang che affronta il Vuoto del Male. Perché è questo il vero mostro che affronta Scurati: il vuoto del Male. E a renderlo Potere, questo vuoto del Male, siamo noi. Non solo i “volenterosi carnefici” di Mussolini, tutti quegli “uomini che, di notte, nelle periferie delle città, piangono nel sonno nei loro letti. Necessitano di conforto ma vanno benedetti con il fuoco, non con l’acqua. Tanti pochi, non importa: noi siamo tutti” perché “la violenza deve continuare quel tanto che basta a far capire ai vecchi borghesi imbecilli che non possono fare a meno dei violenti”.

La potenza del romanzo è poi nella sensazione netta -merito dello scrittore in un lavoro di cesellatura della lingua che deve essere stato ancora più immane che la ricerca delle fonti- ogni pagina parli del presente. Il nostro. Come quando leggiamo che “L’Europa è ormai un palcoscenico senza personaggi” o che “siamo un popolo di reduci, un’umanità di superstiti. Parliamo brevemente, laconici, assertivi, a raffiche. Mitragliamo le idee che non abbiamo, poi subito cadiamo nel mutismo. Siamo come fantasmi d’insepolti che hanno lasciato la parola tra la gente delle retrovie”.

Come quando racconta, tra i marmi dell’architettura fascista della Stazione Centrale di Milano, “agenti di commercio, uomini d’affari in marsina grigia: nessuna divinità irata li ha condannati alla leggenda del sangue”.

Se ha proprio un credito da ricercare Scurati è nel Gadda di “Eros e Priapo” (Adelphi), quando Gadda descrive Mussolini come “follia narcissica di un erotomane” o “solo di vocabuli enfiato e catechie puerili, senza darvi fede santa un minuto nemmeno lui” e che “nelle sue forme inconscie e animalesche, ne’ suoi aspetti infimi e non nè sublimati e ingentiliti ha dominato la tragica e turpe scena”. Ma in queste ottocento pagine, destinate a vincere senza ogni dubbio il prossimo Premio Strega, Scurati ha compreso come la letteratura di Gadda debba andare al passo con i nostri tempi narrativi e che anche un “Grande romanzo italiano” debba confrontarsi con la scrittura delle serie televisive. Perché Scurati, speriamo di non essere accusati di eresia critica, racconta lotte di Potere che ricordano “Il Trono di Spade”. Non è uno svilire questo immenso romanzo, che immaginiamo il primo di una trilogia ma anzi: è tutta la potenza di uno scrittore che ha compreso finalmente come raccontare “il rumore sordo della battaglia”.


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