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Satisfiction » L’uomo sentimentale
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Folie à deux, Rubriche 14.03.2019

L’uomo sentimentale

di

Mia adorata R.,

è strano come ci siano momenti in cui la realtà, che altrimenti sembra esistere come staccata da noi, improvvisamente si riveli con inesorabile, implacabile nitidezza. So che questo pensiero, detto così, ti sembrerà confuso, ma ti prego di leggere attentamente questa mia lettera e il libro che l’accompagna, perché non ti nascondo come il sublime sovente ci spaventi – e io ora sono spaventato! – e quanto esso spalanchi dinnanzi a sé abissi insondabili.

Ieri pomeriggio ero in treno, tornavo da Roma, e il treno era vuoto – almeno così mi parve all’inizio – e ti pensavo, immaginando che quel treno, invece di riportarmi a casa, mi avrebbe condotto da te. Presi dallo zaino il libro appena acquistato alla stazione, il titolo e il nome dell’autore li vedi: L’uomo sentimentale, Javier Marías, con in copertina l’immagine di un quadro di Edward Hopper, un olio su tela che ritrae un ristorante di New York. C’è una donna seduta di spalle, leggermente piegata sulla destra, il capellino rosso, la mantella blu appoggiata alla sedia; e un uomo seduto davanti a lei, con una giacca scura, una camicia bianca, la cravatta rossa, mentre ha il braccio e la mano protesi in un gesto che non vediamo: potrebbe stare mangiando da un piatto del quale scorgiamo il bordo, ma potrebbe anche stare accarezzando la mano della donna o porgendo a lei qualcosa. Ah, l’oscuro incanto di ciò che è sottratto al nostro sguardo e che scatena la nostra immaginazione! Perché, se ci pensi, questa scena di vita quotidiana che sembra congelata e fissata per sempre, contiene in sé invece infinite ipotesi. Quell’uomo e quella donna potremmo essere io e te scolpiti nel tempo da un tempo passato, e potremmo, quindi, essere noi, nel centro esatto dell’amore, colti nella nostra eternità. Eppure, nel gesto dell’uomo si potrebbe anche nascondere una minaccia: il coltello, che lui forse stringe, a breve sarà conficcato nel petto di lei e la scena ritratta sarebbe allora infranta e si infrangerebbe il bicchiere sulla sinistra della donna, che lei urterebbe con il braccio scivolando a terra.

Ma perdonami, sono uno sciocco, non volevo spaventarti: non è soltanto il mistero di questa immagine scelta da qualcuno come copertina che vorrei tu condividessi con me, bensì vorrei mitigassi l’inquietudine che si è impadronita di me non appena ho aperto il libro e ho iniziato a leggere: la prepotenza della voce che subito si è sprigionata e mi ha avvinto nel suo inesorabile dispiegarsi. Come se quella voce, proveniente da un futuro lontano, riavvolgendo a posteriori i fili di una trama ormai ineluttabile, duplicandosi, sdoppiandosi in infinite rifrazioni di luce e di senso, si fosse abbattuta su di me come un monito.

All’inizio della storia c’è un’immagine: il protagonista ci dice di aver sognato quella mattina il volto di tre persone che negli ultimi quattro anni hanno occupato parte della sua fantasia e molto del suo ricordo. Poi, senza spiegarci niente, l’io narrante, che dice di essere un cantante – scusami se non ne so il nome, ma, lo capirai bene dopo, mi sono fermato alle prime pagine, dove il suo nome non è detto da nessuno – ci racconta di quando aveva visto per la prima volta i tre volti appena sognati. Era in treno, di ritorno a Madrid dopo essere stato a Edimburgo per una serie di concerti. Lo scompartimento era quasi vuoto ed egli era immerso nella lettura di un libro di “fatue memorie”, quando, irritato, lo ha chiuso e ha iniziato a guardare dal finestrino. Ma, bada bene, non il paesaggio che scorreva fuori, bensì l’immagine riflessa dei tre viaggiatori che erano con lui nel vagone: due uomini e una donna.

Quello che devi subito sapere, e che ha prodotto in me questo stato di febbrile eccitazione, è che, mentre leggevo il libro, ho alzato gli occhi e ho guardato fuori dal finestrino, e siccome il pomeriggio declinava nella sera, riflesse sul vetro ho visto tre persone sedute accanto a me e della cui presenza neanche mi ero accorto: due uomini e una donna. Io leggevo il libro, seguivo la descrizione che l’io narrante fa del primo viaggiatore – la voluminosa chioma di capelli canuti e increspati, le mani piccole, i pantaloni eleganti, la giacca sgargiante – e guardavo dal finestrino l’immagine riflessa dell’uomo seduto davanti a me, che a sua volta guardava fuori dal finestrino, e mi meravigliavo di come quella descrizione gli corrispondesse alla perfezione. Anche lui aveva una voluminosa chioma di capelli canuti e increspati e si accarezzava la guancia con una mano “singolarmente piccola” e aveva un paio di pantaloni eleganti che gli lasciavano scoperti gli stinchi e una giacca audace e colorata. E come lui, anche il secondo uomo, che nel libro è descritto nei minimi particolari, somigliava moltissimo all’uomo seduto davanti a me in diagonale. E ricordo che ebbi un tremito, ricordo che per un attimo pensai che accanto a me non ci fosse in verità nessuno e che avevo avuto una sorta di visione dovuta alla stanchezza, all’alterazione emotiva, alla sofferenza dovuta alla tua lontananza forzata, a questa distanza che io e te ci siamo imposti per ragioni che sappiamo e che abbiamo accettato, anche se evidentemente non del tutto, non senza dolore.

Ora, però, mia cara, lascia che arrivi al cuore pulsante di questa lettera e a quello delle prime pagine del libro, quando l’io narrante posa lo sguardo sulla donna – o sul suo riflesso? – che siede tra i due uomini, e ne descrive la postura, con la testa dritta, le gambe accavallate, le mani appoggiate in grembo, gli stivaletti invernali e la gonna nera di pelle scamosciata che indossa. Tanti particolari, non trovi? Eppure, non ti sembra che manchi qualcosa? Manca il volto! La donna è priva di volto perché dorme. O meglio: ha i capelli castani e lisci spinti in avanti a coprirle il viso, non soltanto per ripararsi dalla luce, ma quasi a proteggere l’intimità e l’abbandono, per non mostrare agli altri la propria immagine dormiente.

È come per la donna ritratta da Hopper, che è di spalle: il volto è sottratto al nostro sguardo.

Accanto a me ieri sera era seduta una donna. Anche lei, come la donna del libro, dormiva; anche lei era senza volto perché aveva i capelli castani e lisci mandati in avanti. Poi però c’è stata una scossa laterale del treno e per un momento il volto della donna al mio fianco si è rivelato. Era un volto di cui non so dire altro se non ciò che dice l’io narrante, perché anche nella scena descritta nel libro c’era una scossa laterale del treno che per un attimo aveva rivelato il volto della donna. Era un volto afflitto. Afflitto “da dissoluzioni malinconiche”, scrive l’io narrante, consapevole dello scempio che ha compiuto, non volutamente. Non è stato lui a scostare i capelli della donna per rubarne l’immagine del viso, così come non sono stato io a scostare i capelli della donna seduta accanto a me per carpirne i lineamenti: è stato un movimento brusco del treno. Eppure entrambi non abbiamo distolto lo sguardo e, anzi, abbiamo indugiato a osservare l’abisso di un viso rivolto dentro se stesso.

Molto semplicemente, il fatto è che ieri sera in quel treno ho temuto di vedere il tuo volto domani. O come sarà quando io non ci sarò più, o come immagino sia il volto di chi dispera ed è afflitto da una malinconia irrimediabile.

Ciò che ho fatto dopo è presto detto: sono sceso dal treno, lasciando i tre viaggiatori nelle identiche posizioni descritte nel libro, (il primo uomo di profilo, mentre guardava se stesso nel vetro; il secondo perso nei suoi pensieri, lo sguardo fisso, puntato davanti a sé; la donna addormentata); sono tornato a casa; ho cenato frettolosamente; ho terminato un lavoro e sono andato a dormire. Senza però riuscire a prendere sonno. Volevo continuare a leggere, ma qualcosa mi aveva turbato. Le pagine lette avevano agito in me come una sorta di premonizione. Può l’amore che si annuncia essere una premonizione così nefasta? L’unico modo per lasciare intatta quella sensazione, inquietante e sublime insieme, era interrompere la lettura, allontanare il libro da me e farlo viaggiare fino a te. Un modo per fermare il tempo della storia, forse, per dilatarlo, per restare nell’incantamento, e duplicarlo ancora, sdoppiarlo, ripeterlo, sapendo che presto i tuoi occhi si poseranno su quelle pagine per rifrangerne il mistero…

Per sempre tuo,

G.


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