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Satisfiction » Lo specchio di Dioniso
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Recensioni Autore: Carlo Alberto Redi, Carlo Sini / JacaBook / pp. 106 / € 16

Lo specchio di Dioniso

Recensione di Livio Pacella
Lo specchio di Dioniso

Dioniso, il dio fanciullo dell’ebbrezza e del caos, si guarda per la prima volta allo specchio, dono dei Titani… è sconvolto dalla sua immagine riflessa, è stordito e paralizzato… il momento che i Titani attendevano per ucciderlo con la spada e sbranarlo… lo specchio cade a terra, in mille pezzi… e i frammenti del dio si mescolano ai frammenti del suo simulacro.

Da questo mito viene l’evocativo titolo “Lo specchio di Dioniso“, usato invero per più di una pubblicazione. L’ultima, in ordine di tempo, è un dialogo tra biologia e filosofia, di cui si fanno interpreti Carlo Alberto Redi e Carlo Sini (JacaBook, 106 pp., 16 euro), eminenti rappresentanti dei rispettivi ambiti. La questione dibattuta è ben riassunta nel sottotitolo: quando un corpo può dirsi umano?

La spontaneità informale della conversazione tra i due scongiura la pesantezza accademica e dottrinaria che altrimenti avrebbe potuto pervadere l’intero testo. E l’intero testo mantiene intatto lo spirito provvisorio e antischematico dell’indagine che si pone al centro dell’incontro tra lo scienziato e il pensatore. Le più recenti intuizioni della ricerca in campo biologico, i concetti di epigenetica e di condividuo (in opposizione all’individuo), implicano la formulazione di un nuovo linguaggio filosofico, capace di orientarsi, tra inediti dubbi e mutate prospettive, nel dialettico orizzonte del sapere umano.

L’epigenetica mette in luce le mutazioni del genoma (costituito da DNA e proteine) relazionato chimicamente al suo ambiente: in altre parole, nella generazione avviene il passaggio non solo dei caratteri ereditari ma anche del proprio vissuto. Vissuto che si è delineato nell’ambiente biologico (il cibo che si mangia, l’acqua che si beve, l’aria che si respira) come nell’ambiente sociale (cibo, acqua e aria dipendono dal proprio status): tasto, questo, su cui si insiste più volte, per caratterizzare politicamente lo sviluppo degli argomenti. Per finire, l’introduzione della figura del condividuo, un essere in continua trasmutazione, data dalla sua relazione con l’ambiente, relazione dove chimica e sociale formano un unico tessuto di perenne scambio di informazioni a livello cellulare, tali da rendere immaginaria la tradizionale figura dell’individuo: la persona, risalendo al suo significato etimologico, è realmente maschera e finzione.

Queste sono le premesse, non sempre pienamente suffragate a livello sperimentale e quindi ancora spesso in bilico tra intuizione ed interpretazione (categorie che appartengono comunque a pieno merito al cosiddetto metodo scientifico). Seguono le considerazioni filosofiche, più sociologiche che metafisiche, che vengono scioltamente sciorinate, talvolta compiendo arditi balzi logici, ma sempre sotto il segno di una sincera volontà di trasmutazione dei valori correnti. Se non è possibile la fondazione di un soggetto, unico e stabile, allora tutta la questione dei diritti e dei doveri va ripensata daccapo. Senza soggetto non si pone nemmeno la questione dell’identità, tradizionalmente intesa: non ha dunque fondamento la volontà di delineare un’identità sessuale e non lo ha nemmeno la volontà di delineare un’identità razziale, la razza stessa non essendo che un mito e un miraggio. Nemmeno la famiglia, costituita da padre, madre e prole, trova un riscontro qualsiasi nel diritto naturale, proprio perché la natura non concepisce enti separati che generano nella propria momentanea unione, ma concepisce invece continue ed intense interrelazioni, nel tempo e nello spazio, i cui centri nevralgici noi siamo soliti appellare come soggetti. Nello spazio, perché incessante è la relazione con i propri simili; nel tempo, perché incessante è il cambiamento di un corpo (basterebbe pensare al totale rinnovamento cellulare, che avviene più volte nel corso di una normale esistenza).

Non esiste un ancestrale natura sulla quale poter fondare il diritto al matrimonio, alla maternità e persino alla fecondazione, poiché il fenomeno della vita è molto più complesso e imprevedibile di quanto lo dipingano le nostre forzate ed antiquate leggi naturali. Evidente è qui la volontà di legittimare il mondo della biologia sintetica, scavalcando in questo modo tutte le problematiche di ordine etico che si presentano non appena si parla di embrioni, manipolazione del DNA, clonazione, ecc.

L’umanità si sta affacciando su un nuovo mondo e deve avere il coraggio di affrontare le nuove inevitabili responsabilità che esso comporta. Ogni tentativo di contrapporre la tradizione al nuovo mondo è destinato a naufragare razionalmente: su questo punto il dialogo tra biologia e filosofia è molto chiaro. Compito degli intellettuali è di illuminare socraticamente i non addetti ai lavori -l’umanità- in un Occidente dove sta apparentemente prevalendo l’ignoranza lessicale imposta dal populismo ed eretta a sistema.

Il linguaggio è la peculiarità umana: l’osso ioide è “quell’ossicino piccolissimo”, mancando il quale il Neanderthal non poteva pronunciare vocali, essendo dunque costretto a limitarsi ai suoni gutturali. Sulla comparsa dell’ossicino sopraddetto, che comporta la fondamentale evoluzione del gesto vocale animale in gesto significativo (parola), i due interlocutori sembrano esitare, il filosofo essendo forse (in modo inconsapevole?) troppo smaccatamente lamarckiano, o almeno così sottolinea il biologo, che ci tiene a rivendicare la centralità del darwinismo nel proprio pensiero.

Accidentale o mirata che sia l’ereditarietà del carattere mutante, rimane il fatto fondamentale: la parola è innanzitutto condivisione, e in questo senso la relazione tra gli esseri e l’ambiente, (ovvero per lo più gli altri esseri, secondo questo dialogo), che è sempre di tipo circolare, ovvero di scambio reciproco, raggiunge con il linguaggio il suo massimo grado. Il mondo diviene, da insieme di esperienze sconnesse e senza legame, insieme di oggetti, (oggettità in termini filosofici di heideggeriana memoria): il mondo, nella misura in cui può essere detto, diventa una proiezione dell’umano, da conoscere, elaborare e trasformare, proprio perché questa proiezione è in comune. Il linguaggio è a fondamento della scienza e della società al contempo, sembrano suggerire i due autori, e finalmente abbiamo acquisito chiaramente coscienza che “l’universo non è riducibile alle nostre operazioni, anche se non è per noi altra cosa da ciò che si manifesta grazie alle nostre operazioni.”

Le ultime pagine del libro sono dedicate alla difesa della biologia sintetica, in risposta all’accusa di generare mostri. In sostanza, il ragionamento dice: è la natura stessa a creare continuamente mostri. Cosa ci fa pensare di non essere mostri a nostra volta? Che significa mostro in un ambiente evolutivo dove la regola proviene sempre dall’eccezione? Mi permetto a riguardo un’ultima personalissima considerazione, ai limiti dell’idiozia. A proposito della solita contrapposizione tra uomo e natura: se l’uomo viene dalla natura, allora tutto ciò che fa è, giocoforza, naturale, e qualsiasi contrapposizione è solo nella nostra testa. Qualsiasi convinzione di interpretare giustamente la natura è presunzione sublimamente umana… troppo umana. Quando un corpo può essere umano? Quando un umano può essere umano? –sic.


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