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Satisfiction » L’infinita speranza di un ritorno. La poesia di Antonia Pozzi a teatro. Intervista a Elisabetta Vergani
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SatisEvents 28.10.2012

L’infinita speranza di un ritorno. La poesia di Antonia Pozzi a teatro. Intervista a Elisabetta Vergani

di

Incontro Elisabetta Vergani a teatro un paio d’ore prima dell’inizio dello spettacolo L’infinita speranza del ritorno (in scena al Parenti di Milano sino al 28 Ottobre). L’attrice, interprete unica sul palco, curatrice della drammaturgia per la produzione della Farneto Teatro, è disponibile, puntuale e tutt’altro che avara di parole.

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Qual è l’Antonia Pozzi che vedremo ‘sta sera, di cosa parla il suo spettacolo?

Rispondo a questa domanda raccontando dall’inizio l’iter che ha portato all’ideazione dello spettacolo stesso. Io e Maurizio Schmidt (il regista) ci occupiamo di Antonia Pozzi dal 2009 per caso, grazie ad un incontro con una docente universitaria che mi ha regalato un libro sulla poetessa, la sua biografia, scritta da Graziella Bernabò Per troppa vita che ho nel sangue. Dopo averla letta sono corsa a comprare le sue poesie. Sono stata catturata completamente da questa donna per molti motivi, tra cui il fatto che fosse morta senza che nessuna sua poesia fosse mai stata pubblicata. La  scoperta di Antonia Pozzi è davvero molto recente, nonostante l’elevatezza della sua voce; il merito è anche della tre giorni di studi che nel 2008 le ha dedicato la Statale di Milano, in cui la Pozzi aveva studiato. Da lì sono nati degli studi sulla poetessa, Marina Spada ne ha fatto un film documentario presentato a Venezia… e poi siamo arrivati noi, la Compagnia Farneto Teatro che, oltre allo spettacolo che vedrai ‘sta sera, ha curato un progetto in parte già realizzato “Buon compleanno Antonia” iniziato lo scorso 13 febbraio, il giorno del compleanno della poetessa. In quella data abbiamo chiamato a rassegna tutti quelli che ci avevano supportato in questo progetto per tappe di cui lo spettacolo teatrale L’infinita speranza del ritorno rappresenta il culmine: Stefano Raimondi, Eugenio Bornia, Tiziana Altea, Roberta di Ponticelli, Fulvio Papi. Si trattava di raccontare la vita, attraverso la poesia, di una persona e non di un personaggio, una donna in carne e ossa, una vita da trattare con rispetto e di una cura particolare per i suoi versi. Antonia Pozzi era una donna al di fuori del suo tempo, “imperdonabile”, citando Cristina Campo, perché eccentrica rispetto al proprio tempo, non coeva: fu incompresa lei e la sua poesia. La nostra è stata un’operazione culturale a tutto tondo in cui abbiamo avuto anche l’enorme fortuna di abitare nella sua casa in Valsassina, nell’estate del 2011, per tre settimane, curando uno spettacolo itinerante tra la casa e il giardino, guardando i suoi luoghi, respirando la sua aria. Il palcoscenico in cui raccontiamo tutto questo è nero e vuoto. Contiene solo tre oggetti: un tavolo, una sedia e una panchina, e come sfondo ha le sue fotografie, alcune delle sue 3000 fotografie: tutto quello che è sulla scena le è realmente appartenuto. La cosa bella è che questa linea sottile, questo “fuoco bianco” che è la sua poesia, le sue parole attraverso le lettere e i diari, riescono a  colpisce il cuore e la pancia di chi la viene a sentire.

Portare le parole di Antonia Pozzi a Milano, rispetto ad altri teatri e piazze d’Italia, deve contenere un bel carico emotivo, una forte responsabilità. Qual è in genere la reazione del pubblico?

 La reazione del pubblico è quella di ritrovarcisi per chi la conosce e di correre ad andare a comprare le sue poesie per chi non la conosce. La sua è una storia piena di vita, vita che amava moltissimo, ma è una storia triste di misconoscimento. Antonia Pozzi non era una depressa ma la sua malinconia si è fortemente accentuata nel tempo anche a causa delle leggi razziali di Mussolini che la portarono a una disperazione mortale, a una solitudine fisica dovuta all’allontanamento di molti suoi amici. Milano ha un valore importante perché è la sua e la mia città, i suoi luoghi in bicicletta, è la Milano della sue fotografie, la maggior parte scattate dal ‘35 al ’38; ne ha lasciati 9 album che aspettano di essere pubblicati, oltre alle 60 già pubblicate da Ludovica Pellegatta. Chiudo dicendo che Milano per Antonia Pozzi, mentre era in vita, non ha fatto niente, i suoi posti intimi erano il Ticino e Pasturo, in Valsassina. Da poco la città ha sentito la necessità di portare la sua voce in tutti i luoghi in cui la sua poesia potesse risuonare: piazze, scuole, teatri; la sua poesia che è una cosa viva e non morta.

Quali sono le difficoltà nell’interpretare Antonia Pozzi?

La difficoltà è quella del Teatro, rendere vere le parole di un altro. Raccontarle con enorme rispetto, pudore e passione ridandogli vita; parole forse non scritte perché qualcuno le dicesse a teatro… portare la poesia a teatro è stata una grandissima sfida, credo vinta, perché passa tutta allo spettatore pur nella difficoltà di dare carne, sangue e anima alle parole. Credo molto nella veicolazione del linguaggio e dei messaggi attraverso il teatro.

Per chi si fosse perso questo appuntamento quali sono le prossime date?

  Il 2 Dicembre saremo alla Zelata di Bereguardo, il 3 Dicembre alla Casa della Cultura di Milano per  una giornata dedicata ad Antonia Pozzi nel giorno della sua morte e poi un po’ di date da definire in Umbria, tenendo conto della difficoltà che il teatro vive di questi tempi, per portare in giro lo spettacolo.

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Dopo la chiacchierata con Elisabetta Vergani ho aspettato che le luci si spegnessero e la magia del teatro avesse inizio. Confermo che la sfida è stata vinta. La scena, nella sua essenzialità, illuminata sullo sfondo dalle immagini fotografiche in bianco e nero che scorrono, è dominata in un monologo di novanta minuti dalla voce di Antonia Pozzi- Elisabetta Vergani. Chi vi assiste assorbe quelle parole dall’inizio alla fine ripercorrendo la vita della poetessa a ritroso, partendo dalla lettera di addio ai genitori con la quale prese congedo dalla vita. Il suo forte sentire, le sue inquietudini, la sua passione si avvertono in ogni momento: negli studi, nella cura per i disagiati, nell’amore per il suo professore di greco e in quello enorme per le “mamme” montagne. Intensa l’interpretazione di Elisabetta Vergani in una mirabile capacità di calarsi nel personaggio; non ultimo le musiche dal vivo del pianista Filippo Fano contribuiscono a  restituire la giusta drammaticità alla parola poetica. 


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