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Satisfiction » Lincoln nel Bardo
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Recensioni Autore: George Saunders / Feltrinelli / pp. / €

Lincoln nel Bardo

Recensione di
Lincoln nel Bardo

Ricorda Mentre morivo, del 1930, di William Faulkner e anche, per certi versi, l’antologia poetica del 1914-15 di Spoon River di Edgar Lee Masters: è la coralità dell’intreccio, ricco di analessi e anticipazioni di un futuro abortito, presente come impossibile speranza. Nel Bardo, luogo di transizione in cui la mente corporale dei malati, che non si capacitano ancora di essere morti e che ci\si raccontano la vita di prima nell’attesa di trapassare altrove, dove tutto è luce e felicità: suo padre lo voleva “in un posto pieno di luce libero dalla sofferenza, splendente in un nuovo modo di essere”, nel Bardo, ogni persona, persona nel senso di maschera, racconta gli avvenimenti in soggettiva diventando, momento per momento, voce narrante per quanto, ovvio, incapace di onniscienza. Nel luogo di prima, sono le cronache, trafiletti di giornali, testimonianze, stralci di lettera, a descrivere le ultime ore di una morte, i luoghi e gli umori che le ruotano intorno, a volte concordi, spesso contrastanti, i sentimenti e gli spostamenti di Lincoln padre, anche quelli interiori, prima e dopo la morte del bambino Willie, siamo durante la guerra civile, nel 1862, a Febbraio, con tutto il contorno di apprezzamenti e denigrazione nei confronti del politico e stratega Lincoln che organizza un ricevimento proprio mentre al piano di sopra il figlio sta molto male.

Nel Bardo l’azione è come vista dall’alto, avviata da spiriti guida che tesseranno le fila di un racconto popolato di uomini e donne, bianchi e neri, in uno stato di transizione dove ancora permane l’alone della vita di prima. Nel momento del trapasso altrove caratterizzato con il ben noto e sempre agghiacciante rumore di fiamma connesso al fenomeno della materialuceradiante, lo spirito trema, la forma attuale del suo corpo diventa pergamena, assume tutte le forme future, che non potrà, ahimè, incarnare, e infine… svanisce.

La bellezza di questo primo romanzo di George Saunders sta non tanto nella sperimentazione dello stile, sperimentazione che non è fine a sé stessa, ovvio, e che ricorda molto quel libriccino del nostro Emilio Isgrò, L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, scrittori, artisti, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini nel 1974, la bellezza è nel discorrere della morte e della vanità della vita oltretomba in modo assolutamente ameno. La bellezza, qui, è davvero quel limite che ci permette di andare oltre la Cosa e guardare in faccia l’oscuro godimento del Nulla. Per un attimo possiamo cogliere il godimento del riposo eterno attraverso la forma artistica che ci preserva dal pericolo asfissiate, dall’incendio, della Cosa. L’estetica che preserva dall’angoscia della morte, pur scrivendo, per un romanzo intero, di morte, vanità, dolore e sofferenza. È la grandezza del genio, quella che ci fa piacere quanto di più ostile possa esserci nella vita.

Lacan avrebbe apprezzato.

Qui pare di avere a che fare con, davvero, quell’inconscio esterno che abita i nostri corpi.

Le voci degli spiriti sembrano essere proprio quel linguaggio che siamo prima di diventare corpo. Nel Bardo, transizione che racconta in una notte l’estremo transito, quell’oltraggio come passaggio oltre, è anche interiorità esternata senza io protesici, senza necessità linguistiche.

La lingua, in questa traduzione di Cristiana Mennella, è quanto di più vario e contingente possa esserci: il piccolo willie parla così: Presto sarà primavera I balocchi di Natale quasi come nuovi Ho un soldatino di vetro con la testa girevole; litzie wright a causa degli abusi subiti (non) parla così: ***************; i baron, gli spiriti più volgari, parlano così: Andassero aff…! Serpi ingrate di m… non ci possono rimproverare un c… finché non si mettono nei nostri panni, c…; al contrario il raffinato elson farwell: Mi sono sempre provato, in ogni mio aspetto, a improntarmi al sublime, a infondermi, in tal guisa, quelle virtù elevate che l’individuo…; non mancano gli spiriti sgrammaticati e i turpiloqui: Chiavare cazzo merda metterloinculo.

E a conoscere, mentalmente, certi luoghi po’ co raccomandabili ove cuelle cose

Postacci bui nei vicoli ove ingollano rum

Ormai li adoro

Li bramo quei posti. E provo cosi’ tanta rabbia.

Non o avuto nie. Nte. (elise traynor); o anche: Ma ormai la mia turpe libidine mi haveva abbandonato e o’opposto un netto rifiuto […] Dove o pianto. E o pensato a te con vera tenerezza. (capitano william prince); o i lunghi periodi senza nemmeno una virgola delle lettere di Manders, il custode del cimitero, e lo stile freddo e cronachistico dei parlanti dell’aldiquà attraverso opere e cit.

È chiaro che il lavoro sul linguaggio, con la creazione, pure, pura, di vocaboli attinenti alla condizione del Bardo, materialuceradiante ne è l’emblema, sia simultaneo al lavoro che l’autore fa sul e col proprio desiderio, sicché quest’opera letteraria pare essere scaturita da una scrittura desiderante, propria, originale, soggettiva o, più che, all’opposto, da una scrittura-ricetta creativa. Saunders, come anche nei suoi racconti, mette in scena il proprio desiderio e quello dei suoi personaggi-spiriti. La modalità con cui esprime questa esterna interiorità la rende con passaggi tipo: E con la mente quel gentiluomo (e noi con lui), in cui gli spiriti entrano dentro il corpo di Lincoln padre seduto nella cappella dove è sepolto il figlio: Entrai, assumendo la medesima posa a gambe incrociate (roger bevins III); E diventammo uni e trini (hans vollman); gli spiriti si fanno un dovere d’assumere i pensieri dell’uomo, e dirigere i suoi ricordi: Il recente ingresso del (giovane) Mr Bevins produsse nella memoria del gentiluomo un lieve salto all’indietro nel pensiero…; e di guidare i desideri: Una lieta convergenza di desideri. Capimmo che dovevamo persuadere quel gentiluomo a tornare con noi nella casa di pietra bianca; di scoprire nuovi tipi di conoscenza: Era un’idea folle. Eppure lo avevo visto, lo avevo usato; udivo, nella mia mente, il rumore che faceva quando era in funzione.

Era il telegrafo.

La casa di pietra bianca è la cappella dove giace il corpo di willie.

Esito ultimo di questa con-siderazione, condesiderio, unione di linguaggio alieno e spirituale e corpo mentale vivo, è l’intrusione dello spirito di thomas havens in Lincoln padre: Mentre quell’uomo mi passava attraverso, provai un’affinità, e l’affinità è anche, soprattutto, di carattere politico: Siamo arrabbiati, siamo capaci, abbiamo dentro un concentrato di speranze, si riferisce alle lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e questa convergenza dei desideri di thomas havens con il bianco Lincoln si riassumono, e conchiudono l’altro senso dell’opera di Saunders: E ci inoltrammo così nella notte, passando davanti alle case addormentate dei nostri compatrioti, non ideologico, ma sicuramente senso civile in un’epoca, la nostra, di ritornanti viscidi razzismi e coscienze addormentate: se non sei bianco, non cercare di essere bianco (eddie baron).

I corpi sono forme, nel Bardo ci sono ancora i neri e i bianchi, i razzisti e gli umiliati. Ma l’idea anarchica e umanitaria dell’uguaglianza degli esseri, mi sembra, sia ben elicitata in parti come questa: Poiché eravamo ancora mescolati fra noi, nella mia testa affiorarono naturalmente tracce di Mr Vollman e nella sua affiorarono naturalmente tracce di me (roger bevins III), dove ci si legge il pensiero a vicenda e l’utopistica e inumana sincerità estrema sono tutt’uno con l’altrettanta utopistica pratica che vuole gli esseri umani tutti e tutte uguali, nei diritti e nei doveri, diversi, forse, nei propri soggettivi accadimenti esistenziali.

Saunders riesce a presentarci Lincoln padre come uomo complesso il cui pensiero diventa pensiero del pensiero, solitudine che porta l’uomo famoso a parlare con sé stesso (altro grande merito del romanzo è riuscire a tenere nel sottofondo il Lincoln dei manuali di storia), nel capitolo LXXIV: “(Avanti. Pensalo, Concediti di usare quella parola.)

Preferirei di no.”

C’è in questi spiriti l’inquietudine del racconto della propria vita passata, come una sorta di confessione che li scagioni e li giustifichi: Neanche una parola di protesta mi è uscita. Mai. Con nessuno. Vorrei parlarne adesso. Vorrei parlare di questo e di… (vesper johannes)

Inquieta e incomprensibile solitudine che ci riguarda, noi lettori e lettrici, anche quando parliamo agli altri: Forse questo è il mio peggior tormento: non poter dire la verità. Posso parlare, ma mai dell’essenziale (il reverendo everly thomas), e soprattutto: a chi stanno raccontando la loro storia, questi spiriti inquieti? Ai vivi? Ai morti? Per chi si scrive, in realtà? Chi ascolta e chi è che parla, quando parliamo? Chi ascolta, quando si ascolta?: Ascoltami, disse Mr Vollman al bambino. Ti stai sbagliando.

Se ciò che dici è vero… chi è che lo dice?

Chi lo sta sentendo? Dissi io.

Chi ti sta parlando in questo momento? Disse Mr Vollman.

Con chi stiamo parlando? Dissi io.

Un romanzo anamorfico quello di Saunders, dove il punto di vista differente genera visioni diverse della vita e della morte, una missione sottilmente politica, una sperimentazione divertente che riflette l’umanità nostra e la vanità di ogni impresa, sia che ci consideriamo vivi, sia che siamo, senza rendercene conto, già morti.

Buona lettura!


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