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Satisfiction » Lettere Al Professore. Corrispondenza con Milton Hindus 1947-1949
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Céliniana 19.07.2015

Lettere Al Professore. Corrispondenza con Milton Hindus 1947-1949

di

Ha probabilmente ragione chi sostiene che Milton Hindus sarebbe stato un nome da ricordare solo per i suoi parenti e amici se non fosse stato per un dettaglio, si perdoni l’ossimoro, assai vistoso: fu tra i pochi a sostenere Céline – lo scrittore più che l’uomo – in un momento in cui l’autore del Voyage svernava in Danimarca e il suo nome era meglio tacerlo. Erano gli anni successivi alla guerra e il grande scrittore scontava la pena delle scellerate prese di posizione che tutti conoscono.

Ci avrebbe ripensato presto, il critico americano – perché di questo parliamo, di un critico ebreo americano. Che a un certo punto, dopo avergli dedicato articoli e saggi di elogio, e con ciò sostenuto una lodevole battaglia per sottrarlo all’immagine infame che Céline aveva fatto di tutto per meritarsi, avrebbe avuto l’insana idea di andare personalmente da lui, nonostante gli avvertimenti di amici e colleghi. E lì, si sarebbe trovato di fronte un uomo che aveva da dargli il peggio di una personalità poco friendly certo, mugugnante, collerica – l’armamentario di atteggiamenti ben noti che avrebbero negli anni aggravato l’idea negativa che girava su di lui e, d’altra parte, contribuito a fondarne il mito. L’intero lavoro – fondamentale – di distinzione non tanto fra lo scrittore e l’uomo ma lo scrittore e l’ideologo sommario, tranchant, diciamo pure improbabile, sarebbe andato a puttane.

Nelle Lettere al professore (ancora a cura di Archinto, che sui testi laterali alla mera opera letteraria dello scrittore si è spesa più volte – il libro peraltro era apparso anni fa col titolo Lettere dall’esilio), Céline mostra tutta la gratitudine del caso all’uomo che gli appare un’àncora di salvezza in uno dei periodi peggiori della sua vita. Ma Hindus ancora non se lo immagina dal vivo, l’uomo che scrive “quanto spropositato parlare a vanvera nell’intellettualismo. Basta vedere una biblioteca! Che schifezza! Che spaventoso imbroglio, però un bel culo sodo rimane un bel culo – e più è giovane e senza ragione, più grato è al gusto e alle Muse”. Ancora non immagina quanto quelle parole siano niente rispetto ai modi – poi divenuti proverbiali – in cui il ferino dottor Destouches le pronuncia

Ed è inutile tornare sull’instabile e approssimativa retorica attraverso la quale Céline cerca di mettere pezze al proprio antisemitismo, sulla radicale incomprensione dei nuclei ideologici del nazismo – tentando la via del paradosso e su questa strada non riuscendovi arriva a dire che “occorre creare un nuovo razzismo su basi biologiche”: e perché, cosa avevano delirato di fare? E’ invece in queste pagine, prima che nei Colloqui con il professor Y (opera di finzione a metà, visto che mette in scena un possibile incontro fra lo scrittore e un interlocutore – un giornalista – che assomiglia al nostro americano, atterrito dalle sue intemperanze) che troviamo le parole-chiave dell’arte céliniana: “C’è poi un trucco per far passare il linguaggio parlato nello scritto – un trucco che ho scoperto io solo e nessun altro – è l’impressionismo insomma – far passare il linguaggio parlato in letteratura – non è questione di stenografia – Alle frasi, ai periodi, occorre imprimere una certa deformazione, un artificio tale che quando uno legge il libro gli sembri che gli stia parlando all’orecchio – Si arriva a questo mediante una trasposizione di ciascuna parola che non è mai del tutto quella che ci si aspetta, una sorpresina. E’ quello che accade a un bastone immerso nell’acqua; perché appaia diritto bisogna spezzarlo un pochettino prima di immergerlo, deformarlo preventivamente, se così si può dire. Un bastone regolarmente diritto invece, immerso in acqua, allo sguardo sembra piegato. Lo stesso vale per il linguaggio – il più vivace dei dialoghi, stenografato, risulta sulla pagina piatto, complicato e pesante – Volendo rendere per scritto l’effetto di spontaneità della vita parlata bisogna torcere la lingua in puro ritmo, cadenza, parole, ed è una sorta di poesia che produce un grande sortilegio – l’impressione, il fascino, il dinamismo – e poi occorre scegliere il proprio soggetto – Non tutto si può trasporre – Occorrono dei soggetti “a vivo” – con i tremendi rischi del caso – tutti i segreti le rivelo.”

Questo è Céline – lo scrittore, s’intende.

 


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