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Satisfiction » Lettera d’amore allo yeti
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Recensioni Autore: Enrico Macioci / Mondadori / pp. 273 / € 19

Lettera d’amore allo yeti

Recensione di Enzo Baranelli
Lettera d’amore allo yeti

Si può partire da un posto non più fantastico della porta di casa e da lì raggiungere e da lì si può andare be’, ovunque. Lo stesso è per le storie. Una storia porta nella direzione desiderata, ma forse no. Forse alla fine conta più la voce che narra delle storie in sé. E’ la sua voce che ricordo, la voce di mio padre, profonda e lenta; e ricordo come in certi momenti ridacchiava e altre volte rideva apertamente.” Stephen King, “It”, 1990.

“ ‘Non adesso però’ puntualizzai rompendo l’incantesimo – chiacchierare coi bambini è questione d’equilibrio, non si può concedere troppo alla realtà ma neppure troppo poco. La mia voce suonava seria, una voce per faccende importanti e, forse, pericolose.” Enrico Macioci, “Lettera d’amore allo yeti”, 2017.

Il linguaggio di Enrico Macioci è limpido, purissimo e colpisce questa cristallina limpidezza, subito, dopo poche pagine: è un testo che si dovrebbe studiare alle superiori. Vagamente s’intravedono le ombre di Murakami, anche stilisticamente, e poi quella di Stephen King, con alcuni misteri apparentemente inspiegabili.

Nicola, il figlio di Riccardo, professore di Italiano che ha perso sua moglie il novembre precedente, ha quasi sei anni e a settembre entrerà alle elementari, dove inizierà a perdere la fantasiosa spensieratezza che lo contraddistingue: per King “diventare adulti consiste in un’ossificazione della fantasia” e Macioci, come il padre Riccardo, sembra pensarla allo stesso modo. Non solo un testo sul rapporto padre e figlio, ma un romanzo incentrato anche sul mistero inventato o reale come la scomparsa di alcune persone in quella zona. Una storia raccontata da Macioci con millimetrica precisione, che lentamente si fa strada nella mente del lettore, ammaliando per stile e sostanza. Un romanzo quasi epocale nel mercato librario italiano, un romanzo che è un fluido balsamico per le ferite inferte alla lingua italiana dai finti scrittori e dai loro seguaci.

I personaggi comprimari come la lunga figura ombrosa di Teodoro Inverno, Walter proprietario del bar Long John Silver e Ismaela, una cameriera, che entra nella vita di Riccardo lentamente e poi ci precipita dentro, o viceversa, sono tutte figure indimenticabili e che fanno muovere con ancora maggiore fluidità il libro. Le doti preveggenti di Ismaela (a suo padre piaceva Melville) ricordano l’entrata in scena del fantastico in Murakami più che in King: il mondo ordinario che si trasforma grazie ai personaggi.

Lettera d’amore allo yeti” è un romanzo che si avvale di una grande componente stilistica, perfettamente integrata con la trama. Metafore e similitudini sono sempre delicatamente apposte sulla pagina, come farebbe Murakami.

Immerso nel caldo sortilegio del giorno”: un altro scrittore avrebbe scritto “sotto il sole”, ma l’autore usa invece un linguaggio piano con deviazioni interne fantastiche, fantasiose. E non è forse della fantasia e della sua perdita o conservazione che parla – anche – questo libro? Macioci sa bilanciare il linguaggio, perché un eccesso di metafore distruggerebbe la scrittura, mentre la giusta calibrazione la rende perfetta, si avviluppa al lettore come un edera e lo avvolge in un caldo baccello. E, come nella scrittura “soffice” di Murakami, si affonda, caro lettore, nel linguaggio di questo romanzo, morbidamente.


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