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Satisfiction » L’esercizio del distacco
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Recensioni Autore: Mary Barbara Tolusso / Bollati Boringhieri / pp. / €

L’esercizio del distacco

Recensione di Anna Vallerugo
L’esercizio del distacco

Ci sono tre ragazzi protetti dalle mura di un collegio esclusivo, posto ai margini di una città mai nominata ma riconoscibile nella sua nobile unicità. Coltivano tra loro un’amicizia assoluta, totalizzante come può essere solo nell’adolescenza, conforto forte e complice da opporre al mondo esterno.

È un rapporto dai contorni permeabili, liquido, prossimo all’amore, ancor più alla seduzione quello tra Emma, Sofia – la voce narrante – e David, che per estrazione sociale si ritrovano a crescere in un quotidiano stretto tra regole, limiti, addestramento alla separazione, un iterato esercizio del distacco, appunto, come da (magnifico) titolo, e di contenimento: per loro, personificazioni di jeunesse dorée, è prevista un’educazione sentimentale di sole passioni facili, nulla di complesso, peggio ancora di vincolante, per non intralciare la corsa verso un destino che va a compiersi secondo destini familiari già tracciati in direttive precise.

Contenute entro parametri di rigidità asburgica, le pulsioni irreggimentate si comprimono in potenza e potrebbero (dovrebbero?) deflagrare in cerca di una libertà negata, come quella delle tante farfalle sotto teca (un’immagine ripetuta nelle pagine del romanzo e riportata anche in copertina), anch’esse piccoli esseri in divenire portatori di bellezza, esposti in un’immobilità incongruente lungo i corridoi del collegio.

Per la generazione di raffinati prigionieri in fila per la doccia o per la mensa, con molte regole e molto futuro, dai nomi evocatori, Dionisio Malaspina, Rebecca von Habsburg, Gabriele della Torre, nomi di angeli, di dei, nomi sacri, potrebbe esserci la forte attrattiva dell’esterno: poco oltre confine, in contrasto aperto con i palazzi di una Trieste di magnifico fasto nobiliare, c’è qualcosa di vitale e in fermento, ci sono insegne dai colori volgari, immediati, bordelli camuffati da casinò, una sorta di anarchia respirabile che permea tutto (anche se è solo Sofia che si spinge a misurare ciò che pulsa ad di fuori delle mura: gli altri personaggi, tutti, si adagiano docili alla coercizione).

Una vita altra che dà senso al limite, all’educazione al distacco di chi vive in collegio, ai diversi distacchi, alle separazioni: dalla famiglia di origine, di cui vengono negate le telefonate da Suor Sara, perno della trama, dalle amicizie forse eterne ma in fondo chissà, dal desiderio di essere furiosamente amati, dall’urgenza fatale di contatto fisico.

Distacchi propedeutici agli allontanamenti di cui è fatta la vita.

Si divide opportunamente in due, questo romanzo bellissimo, con la seconda parte – ambientata anni dopo, nel tempo adulto – a donare compiutezza di senso alle vicende dei suoi personaggi e a fissarlo.

La prosa di Mary Barbara Tolusso deve molto alla sua solida matrice poetica: se ne riconoscono ritmo e lampi di chiuse, oltre a una rara precisione di parola.

Modella in maniera magistrale Tolusso gli scarti tra le tracce di emozioni delicate e durezze di scorza adolescente fissate con la spietatezza densa della migliore Agota Kristov: ma la forza del romanzo – e ciò che resta a lungo, oltre la lettura – sta nello sguardo delicato, lieve e compassionevole dell’autrice che accompagna questi personaggi in divenire, affrontando (e noi con lei) le loro rinunce, l’inespresso, l’indeterminatezza del desiderio, i malinconici, necessari, definitivi distacchi universali.


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