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Satisfiction » L’eroe di Paternò
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Recensioni Autore: Paolo Pintacuda / Edizioni Il Palindromo / pp. 224 / € 12

L’eroe di Paternò

Recensione di Nino Fricano
L’eroe di Paternò

E’ un felice “doppio esordio” questo “L’eroe di Paternò”. E’ infatti sia il primo romanzo dalla piccola casa editrice “Il Palindromo” di Palermo, che finora ha pubblicato solo saggi e raccolte di racconti, e sia il primo romanzo di Paolo Pintacuda, 41 anni di Bagheria, sceneggiatore che nel 2010 vinse il prestigioso premio Solinas. Un autore che ha il cinema nel sangue e nel destino, figlio com’è di quel Mimmo Pintacuda che ispirò a Tornatore il personaggio di Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso. Ma, leggendo questo sua opera prima, pare che anche con la letteratura se la cavi bene. Questo, infatti, è un romanzo prezioso e benfatto, frutto di passione tenace e perizia tecnica, umiltà e coraggio. Un’oasi di perfezione all’interno di un affollatissimo deserto editoriale di pubblicazioni inutili.

Settembre 1866. Due uomini a cavallo percorrono da est a ovest una Sicilia in pieno turbine post-unitario, dove alle rivolte popolari e alle repressioni poliziesche dell’esercito piemontese, al brigantaggio e alla violenza degli uomini, si sommano paesaggi sconfinati e natura selvaggia, ferocia paesaggistica – tutta sassi, rovi e pietre aguzze – e un sole bestiale che brucia la pelle, le labbra e il cervello. I due uomini a cavallo sono Vito Leone e Angelo Botta. Uno è il duro e taciturno “eroe di Paternò”, un ex soldato della Guardia Nazionale sul cui conto circolano alcune strane leggende, l’altro è membro della più sanguinaria banda di briganti dell’Isola, sbruffone animato da vaghi ideali autonomistici e anti-piemontesi. C’è un tragico antefatto che lega i due in un destino comune. C è pure la fanciulla in pericolo, Virginia, la figlia di un aristocratico rapita dalla banda di Botta, la cui vita dipende dall’esito di questo viaggio.

Una trama semplice e solida per una narrazione agile, brillante. L’autore riesce a raccontare una storia violenta, scandagliando anche un periodo storico dei più truci e controversi, riuscendo a mantenersi sul crinale di un difficile equilibrio tra efferatezza contenutistica ed eleganza stilistica. Strutturato per brevi capitoli, secondo una rodata tecnica “cinematografica”, il libro prende a piene mani dall’immaginario western: i paesaggi sconfinati, i dialoghi secchi, le battute salaci, le pistole alle cinture, i cappelli macchiati di sudore, gli stivali sporchi di fango, i fuochi accesi di notte per scaldarsi, i giorni di marcia a cavallo e a piedi, le casse da morto, i villaggi sperduti tra le montagne, le sparatorie, le scazzottate, il coraggio, la rabbia, l’impotenza, l’idealismo, il cinismo e la disperazione.

E poi c’è la Sicilia, che – diciamola banalmente – “è la vera protagonista del romanzo”. Una Sicilia che – sorprendentemente ma mica tanto – si presta benissimo a questa rilettura in chiave “western”, specie in un periodo storico particolarmente adatto e peraltro ricostruito perfettamente, con i riferimenti e i dettagli giusti, senza mai scadere nel didascalico o nel lezioso. E’ il periodo dell’unificazione difficile e deludente, con i piemontesi che da liberatori cominciano ad essere percepiti come aggressori, occupanti, colonizzatori. E’ il periodo dei renitenti alla leva e dell’esplosione del brigantaggio, delle rivolte popolari e delle repressioni sanguinose.

L’ultimo splendido capitolo mette in scena le fasi finali della celebre “rivolta del sette e mezzo” a Palermo (16-22 settembre 1866). Più di 14mila insorti tra la popolazione, la città in mano agli insorti, eccessi ed atrocità, e l’esercito sabaudo che spara contro la folla, con i fucili e con i cannoni, tra quadri di Garibaldi e Vittorio Emanuele II sfregiati, buttati per strada e calpestati, carabinieri linciati dalla folla, decapitati da improvvisati boia, scaraventati giù dalle mura della città, appesi a ganci da macellaio, impiccati ai lampioni come monito e trofeo. E soprattutto tanti, tantissimi morti sulla strada, “gente armata solo di panni rossi attaccati ai bastoni, effigi di Santa Rosalia e qualcuno persino di una bandiera americana con le trentaquattro stelle sull’angolo”.

 

 


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