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Satisfiction » Leonardo Guzzo. Bohemian Rhapsody, la vera storia dei Queen
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Inediti 28.11.2018

Leonardo Guzzo. Bohemian Rhapsody, la vera storia dei Queen

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Non è chiaro quando Freddie Mercury abbia avuto la sua “visione”. Se sulle spiagge di Stone Town, a Zanzibar, dove era nato nel 1946, o in collegio a Bombay, o mentre scaricava bagagli all’aeroporto di Heathrow, dopo la rocambolesca fuga in Inghilterra della sua famiglia: benestanti parsi scacciati dalla rivoluzione islamica e costretti a ricominciare da zero nella capitale dell’impero. Forse già allora il taciturno Farouk Bulsara sussurra a se stesso “Sarò una leggenda”, forse lo scrive nei foglietti pieni di musica che tiene sotto il cuscino. Fatto sta che, contro l’avviso del padre che lo vuole avvocato o diplomatico, si iscrive all’Ealing College of Art ed entra nel giro delle rock-band universitarie. A una in particolare si appassiona – gli Smile del chitarrista-astrofisico Brian May e del batterista (e aspirante dentista) Roger Taylor – e comincia a seguirli in ogni esibizione. Quando il cantante Tim Staffel abbandona il gruppo per passare in un’altra formazione, si offre di subentrare e viene accolto con qualche riluttanza. La voce è ancora immatura ma le idee sono vulcaniche. Farouk spinge per un suono più ricercato, imposta il look della band, ne cambia il nome in Queen (“semplice e regale, come vogliamo essere”) e diventa lui stesso Freddie Mercury. Con l’ingresso del bassista John Deacon, studente di elettronica, il quartetto è al completo: l’immagine del gruppo è raccontata dal raffinato logo, opera del “grafico” Mercury (che incastona intorno alla lettera Q i segni zodiacali dei quattro membri), il suono si precisa man mano in uno stile basato sull’accuratezza e la contaminazione.

Freddie ha talento e ambizione, di più, quasi il segno di una predestinazione, che da una angolo sperduto del mondo lo ha portato nel cuore dell’officina più affascinante e produttiva della musica mondiale. Non ha un soldo in tasca ma gira in taxi, arrotonda con una bancarella di capi d’abbigliamento usati ma concepisce la sua avventura musicale come un’inesorabile scalata alla vetta. Si vanta di non indugiare sui libri (“qualcuno mi ucciderà, ma per me sono una perdita di tempo”), ma scrive testi raffinati e oscuri che parlano di vicende “teatrali”, mondi fantastici alla Tolkien, quadri che prendono vita, visioni che sfiorano l’esoterismo. Ha interessi musicali che spaziano dall’opera al cabaret, dai Beatles ai Led Zeppelin, dalla rivista al vaudeville e il gusto miracoloso per fonderli insieme. Non ha preso né prenderà mai una lezione di canto (dal 1975 finirà costretto a convivere con fastidiosi noduli alle corde vocali) ma fin dagli esordi si forgia da autodidatta una voce delicata, suadente e insieme potente e selvaggia, che va ben oltre le influenze di Liza Minnelli, Aretha Franklin e Jimi Hendrix. L’accanimento su sé stesso – una sorta di sordo e consapevole lavorio che avviene in maniera del tutto personale – trova riscontro nella costruzione della sua figura di frontman, fatta di pose istrioniche, guizzi atletici (figli di un’adolescenza da sportivo), di sfrontatezza e al tempo stesso di un’energia, di una dedizione al canto e al gesto nella sua forma più passionale e intransigente, che travolgono il pubblico e sono un marchio di assoluta genuinità. Mercury che non si risparmia, che seduce e poi trancia l’aria con una voce sempre più duttile, che attraversa il palcoscenico con le movenze di un felino, tanto ritmiche e fluide quanto refrattarie a ogni schema coreografico, impone un nuovo standard di primadonna della musica rock. Il pubblico in visibilio, continuamente sollecitato, ipnotizzato dal moto perpetuo del cantante, stordito dalle sue evoluzioni vocali insolite e via via più poderose, intricate, trascinanti, crolla quasi subito ai piedi dei Queen. I discografici si mostrano più refrattari: ragionano per schemi e schematizzare i Queen è impresa ardua. In studio Freddie ingaggia una gara di abilità compositiva con Brian May, alla quale si aggiungono nel tempo anche Taylor e Deacon. Ne esce vincitore quasi sempre: col ritmo sfrenato di “Stone cold crazy”, il progressive di “Liar”, il piano rock di “Seven seas of Rhye”, gli ‘scherzi’ di “Seaside rendezvous” e “Good old fashioned lover boy”, lo swing di “In the lap of the Gods” e soprattutto col manifesto ‘art rock’ di “Killer Queen”. La sua forza è l’eclettismo: una tendenza alle composizioni ardite, sorrette da complesse armonie vocali e da una girandola di atmosfere musicali, un’originalità che cova probabilmente nel profondo, alimentata da tutto quanto è esotico, vulcanico, complesso e irrisolto nella sua personalità.

Il picco è raggiunto nel 1975 con “Bohemian Rhapsody”, un miracolo di sei minuti di atmosfere cangianti ed evocative: una melodia che cattura, rock che elettrizza e un’indimenticabile sezione operistica realizzata con tecniche di registrazione tanto accurate quanto pionieristiche. “Se tu lo vedi, allora c’è”: chiamato a spiegare il senso del criptico testo della canzone, Mercury tiene una lezione di critica letteraria. Niente male per uno che si annoia a leggere libri… Il brano, programmato a spron battente dal dj Kenny Everett, che “sparge il contagio” in tutte le emittenti radiofoniche nazionali, raggiunge la vetta della classifica inglese e ci rimane per ben nove settimane. Dopo un inizio difficile e gravi problemi finanziari, “A night at the Opera” – l’album della rapsodia, ispirato nel titolo da una commedia dei fratelli Marx – proietta i Queen nell’Olimpo. La vena di Freddie non è un caso: la ballata gospel-rock “Somebody to love”, l’inno ottimista “We are the champions” (perfino vagamente esistenzialista, se è vero che Freddie la definiva “la mia My Way”), il quasi jazz di “My melancholy blues”, l’incontrollabile “Don’t stop me now” e l’omaggio ad Elvis di “Crazy little thing called love” restano nella storia della musica “popolare”. Il nuovo uomo d’oro del rock britannico trova perfino il tempo di duellare coi rampanti rampolli del punk. Emblematico è l’episodio (“real life or just fantasy”?) di Sid Vicious, bassista degli ‘iconoclasti’ Sex Pistols, che s’infiltra nella sala di registrazione dei Queen al grido di “Freddie, sei riuscito a portare il balletto alle masse?”, con Mercury che abbandona provvisoriamente il suo proverbiale aplomb dandy, afferra mani al bavero l’intruso (ribattezzato per l’occasione “Simon Ferocious”) e gli risponde a tono “Tu, invece, hai deciso cosa fare della tua vita?”. Il successo dei Queen rappresenta per il cantante una specie di cornucopia. Ci trova dentro la forza per affermare la sua identità omosessuale, il privilegio di viverla secondo i canoni della sua innata ‘grandeur’ e della sua altrettanto naturale tendenza alla privacy; ne estrae pure l’insidia di personaggi equivoci che lo attorniano e accondiscendono ai suoi vezzi spesso solo per trarre vantaggio dalla popolarità e dalla ricchezza di un uomo “fatto di estremi”, “duro e tenero senza vie di mezzo”, spinto in un limbo un po’ dalle scelte e un po’dalle circostanze nel momento più delicato della sua carriera. Mentre i Queen conquistano gli Stati Uniti col funk di “Another one bites the dust” e perfino l’astro nascente Michael Jackson si proclama “fan di Freddie Mercury”, la vita privata del cantante comincia pericolosamente a ondeggiare. Dopo una relazione di sei anni con la commessa di Biba Mary Austin (che lo segue dai primi passi e rimarrà la sua confidente a vita), Freddie colleziona amanti ‘reclutati’ dal personal manager Paul Prenter (per molti una sorta di “sherpa” sulla via dell’eccesso), si lancia nella vita notturna dei club, soprattutto americani, consegnandosi a promiscuità senza cautele. Sono gli anni della comparsa del virus HIV: lo spettro serpeggia, ma il fatalista, ironico, esuberante e vagamente autodistruttivo Mercury dichiara a un amico che “fa tutto con tutti”. Sul piano artistico la sua attitudine di “musical prostitute” lo spinge a esplorare nuovi territori: sonorità disco, con esiti interessanti ma altalenanti, esplicite citazioni operistiche (“I pagliacci” di Leoncavallo nell’introduzione a “It’s a hard life”), l’avventura di un album solista che riscuote molto successo ma contiene molte gemme ‘in potenza’. Freddie in fondo conosce i suoi limiti e non prende mai davvero in considerazione l’ipotesi di sciogliere i Queen. La competizione e le lotte intestine aumentano la creatività del gruppo e la sua personale spinta a perfezionarsi, tanto da spingerlo a ripetere come un mantra, in ogni data del Magic Tour, l’ultimo trionfale giro di danza della Regina: “Staremo insieme fino al fottuto giorno della nostra morte”. Nemmeno immagina quanto ha ragione. L’ironia, la sperimentazione, il non prendersi eccessivamente sul serio (a fronte di una professionalità assoluta nei momenti ‘topici’) fanno di Freddie Mercury una rockstar tanto umana quanto scomoda, specie nel settore ‘impegnato’, e sempre più (ipocritamente?) vasto, dell’establishment musicale. I Queen ci mettono del loro… Sul finire del 1984, forse storditi dai dissidi interni, accettano di suonare nella Repubblica Sudafricana in regime di apartheid: nessun tentativo di apologia (i concerti erano teoricamente destinati a un pubblico misto) li sottrae a una pioggia di critiche. L’occasione del riscatto arriva col Live Aid, un concerto-evento pensato per attrarre l’attenzione del mondo sui problemi dell’Africa e in particolare sulla terribile carestia che affligge in quegli anni l’Etiopia. Bob Geldof, l’organizzatore, è riuscito ad arruolare quasi tutte le stelle del firmamento pop-rock e non vuole rinunciare alla presenza scenica dei Queen e del loro frontman. La band recalcitra, un po’ per stanchezza e un po’ per crisi di fiducia, ma alla fine il patto è siglato.

Il 13 luglio del 1985 nello stadio di Wembley e in diretta mondiale Freddie estrae dal suo cilindro magico una prestazione monumentale che lo consacra all’istante come “leggenda vivente del rock”. La resilienza del genio dell’intrattenimento si mostra in tutta la sua grandezza e splende al massimo grado quello che ne fa (sia detto con tutte le cautele del caso) la risposta musicale, “nazionalpopolare” e democratica ai grandi e falsi ‘mesmerizzatori’ di folle oceaniche della prima metà del secolo. Il cantante – immensamente talentuoso e assolutamente a-politico – dei Queen unisce in un orgasmo di gioia lungo venti minuti miliardi di persone in tutto il mondo. È l’epifania di un carisma unico, che la parabola discendente dell’AIDS (cominciata, beffardamente, proprio quando la situazione sentimentale del cantante si stabilizza) completerà esaltandone le componenti di coraggio e profondità interiore. Freddie può rinchiudersi nel dolore e sceglie invece di concentrarsi sull’arte; duetta con il soprano spagnolo Montserrat Caballé in “Barcelona”, primo esempio di crossover tra lirica e pop, e canta da un altro mondo negli ultimi due album coi Queen. “Scrivetemi tutto quello che potete e io lo canterò”; e davvero lo fa tra pause, stenti e bicchieri di vodka per scaldare la voce. Poi un giorno quella voce potente e versatile, emotiva ed emozionante, non esce più: l’affronto estremo della malattia. Mercury sospende le cure, il 23 novembre del 1991 ammette di soffrire di AIDS in una dichiarazione ufficiale consegnata alla stampa e muore il giorno dopo nella sua “villa urbana” di Kensington a Londra. È l’ultimo atto di un’esistenza eccezionale in cui determinazione personale e circostanze esterne si sono sommate per produrre quasi una riedizione moderna dei miti antichi, dove l’eroe protagonista sperimenta all’estremo vizi e virtù, gloria e polvere. Riuscirà “Bohemioan Rhapsody”, l’atteso biopic hollywoodiano del cantante appena sbarcato in Italia, a rendere tanta complessità? Al di là della celebrazione e del racconto intrinsecamente potente del cinema in grande stile, l’impresa appare difficile. Venuto dall’epoca del “glam rock”, Freddie Mercury batte in breccia icone del calibro di Marc Bolan e David Bowie diventando in maniera permanente il suo personaggio: il frontman che con naturalezza sovrumana comanda il pubblico e tiene le folle sul palmo della mano. La belva da palco e l’uomo riservato, segnato da un rapporto tormentoso con l’amore e il sesso, sono le due facce di un’unica medaglia. Non si sa esattamente cosa dissimula cosa: si tratta delle due identità di una specie di supereroe. Non vuole salvare il mondo, Mercury: sfugge ai cliché e alle etichette, rivendica la libertà della sua arte, mira a essere e diventa l’emblema di un entusiasmo contagioso, di una gioia ostinata (gioia anche se buttata in fondo al pozzo del dolore), del diritto a vivere o almeno a sognare, nei tre minuti di una canzone, una vita meravigliosa.


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