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Satisfiction » Le Storie del pavimento
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Recensioni Autore: Gherardo Bortolotti / ed. Tic / pp. / €

Le Storie del pavimento

Recensione di Gianluca Garrapa
Le Storie del pavimento

Impressioni su alcuni frammenti da ‘Le Storie del pavimento’ di Gherardo Bortolotti, collana ChapBooks, ed. Tic, 2018.

3 marzo 1790

Sugli scaffali, nelle librerie, all’ombra di una copia delle Città invisibili o del Voyage autour de ma chambre, rimanevano le vestigia di vicende passate che, quasi per caso, settembre si incaricava di evocare. Piccoli sassi candidi di estati preistoriche, monetine, portachiavi consumati ci costringevano a fermarci per giorni, accampati nel corso dell’autunno, a riepilogare i particolari, i pensieri di storie minori, di trame secondarie che, in fondo al corridoio, avevano affollato il passato di qualcun altro.

Questo nuovo scritto di Bortolotti è, mi pare, una topografia fantastica, una sorta di viaggio straniante dove il punto di vista è quasi quello di un microscopico flâneur. Viaggi invisibili che manifestano una distopia che diventa vera e propria ‘micropia’, una psicogeografia del frattale e del minoritario. Paolino è il tramite che lega il basso e l’alto, il mondo di chi racconta la storia e quella degli adulti, Paolino il minoritario, si può dire, l’infans, in tutti i sensi, perché non parla, ma è tramite del linguaggio che vive il mondo di fiaba, e il bambino crescerà. Alice gli assomiglia se non fosse che quel crescere e decrescere riguarda la storia, di più, che i protagonisti, o meglio il passaggio temporale delle stagioni. In esergo, parte per il tutto, quasi metonimico, quel libro cui s’ispira questo libro: ‘Viaggio intorno alla mia camera’, di Xavier De Maistre, scritto tra il 1790 e il 1794. Epoche differenti, certo, e tecniche molto diverse tra loro: egli, il De Maistre, principia rivolgendosi ai lettori, (eccolo signori, leggete) e poi prosegue a narrarsi in prima persona. Il punto di vista di Bortolotti, invece, è quello degli oggetti, diciamo, delle cose, degli animaletti che osservano e descrivono un noi e un lui, Paolino (che è l’unico personaggio a avere un nome, e che sono indicati come I Grandi, il Mostro, il Cuore del Cuore). Il punto di vista è, per così dire, dal basso, ma ciò non toglie che ci sia una rarefazione, a volte, metafisica, o aliena. E alieno (Una volta Paolino la vide, convinta di non essere vista, aprire gli occhi da alieno verso di lui,) è un termine familiare nella scrittura di Bortolotti il cui precedente libro si chiamava, appunto, ‘Quando arrivarono gli alieni’.

14 marzo 1790

E successe che uno dei cassetti si aprì e vedemmo le fotografie. Vedemmo decine di visi sconosciuti e quello di Zia sorridere già corrosa dal terrore, dal male, dall’incerto. Negli sfondi, gli oggetti d’arredo si appiattivano, le tinte dei mobili e dei muri erano imperscrutabili. Come mosche intontite dalla prossimità dell’inverno, i nostri sentimenti rimbalzavano sulle immagini, scivolavano cercando di infilarsi negli spessori fasulli della pellicola, cercando lungo quelle ombre riprodotte, quelle pieghe di tende che non nascondevano nulla, il passaggio segreto che non trovavamo nelle nostre stanze.

Come mosche intontite dalla prossimità dell’inverno, i nostri sentimenti rimbalzavano sulle immagini, scivolavano…: nella narrazione di Bortolotti, che mescola alto e basso, letteralmente, vi è anche un trattamento molto particolare in cui l’immateriale trova vie materiali per esprimersi. Non tanto metafore, il come, ma la sovrapposizione, l’identificazione degli elementi lontani dalla nostra percezione quotidiana, sensorialità infraquotidiana e in questo passaggio, di più, è visibile il punto di vista del noi, un noi reale, e non un io plurale, un egocentro esteso e fantasmatico, appunto il fantasma dell’autore che diventa un io di seconda persona plurale, un noi. Un noi che riesce a narrare anche le dimensioni inaccessibili che pure sono parte del nostro vivere quotidiano e di cui ci accorgiamo quando da quei punti della casa escono blatte e scarafaggi, dimensioni di cui non si può o non si sa narrare, invisibili.

22 marzo 1790

Il buio delle stanze, come le regioni di un continente perduto, aveva confini incerti e lontani. I suoi spessori, le diverse tessiture di cupo, penombra e oscuro, erano attraversati da suoni quasi musicali, da fischi sommessi, cigolii, rumori distanti le cui fonti si perdevano, stando alle storie che ci raccontavano, oltre i contrafforti della scarpiera e della porta del bagno. Mentre tutti dormivano, ci sedevamo ai piedi dell’armadio. Cercavamo, nelle pieghe dell’ombra, di immaginare le innumerevoli tappe del nostro tragitto senza origine.

In questa narrazione inusuale, favolistica, ci sono momenti in cui sembra essere di fronte a un piano sequenza, ricorda un po’ certe pagine della Recherche proustiana in cui non succede altro che una ricognizione intorno ai sensi, ai suoni, gli odori, ecc. d’altra parte, cosa può succedere in una casa, anzi tra le commessure di un pavimento, se non il complesso film del puro micro realismo magico? Il luogo e la sensorialità della casa torna come un piacevole e onirico refrain anche in un suo altro testo, del Bortolotti, ‘Senza Paragone’, sebbene lì permanga ancora un soggetto dell’inconscio, direi, che narra in prima persona, qui, invece, loro raccontano queste microscopiche dune di polvere, segno che se sono microscopiche, loro hanno una percezione normale, normodotata delle grandezze, e allo stesso tempo se sono delle dune, loro sono effettivamente microscopici pure loro. Le grandezze che hanno in mente, se una mente c’è, hanno riferimenti geologici mastodontici: la pangea, la deriva dei continenti. Sembra quasi che l’elemento in gioco sia quello microptico. Termine, questo, che si riferisce tanto ad ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’, con il suo crescere e decrescere, contemporaneamente, quanto a un’allucinazione lillipuziana. Una dimensione di logica simmetrica, avrebbe detto Ignacio Matte Blanco, di convivenza degli opposti. Nel lavoro di Bortolotti compare spesso la parola sogno e forse, in quanto dimensione onirica alla David Lynch, pervade tutta l’atmosfera di queste storie: Paolino veniva spesso visitato dal Futuro e dalle forme dei suoi sogni, l’idea che il sogno visiti Paolino e non che Paolino faccia i suoi sogni, ricorda la teoria dei sogni dello psicoanalista Sergio Finzi, quando scrive che i sogni ci sognano, un po’ come il linguaggio, in senso lacaniano, che ci rende parlesseri, ci fa parlati dalla parola, più che parlanti.

  1. marzo 1790

Non c’era sogno che resistesse all’inverno, che lo superasse, se non nella forma di un’acuta paura del corridoio, dei cappotti appesi. Le regioni più interne delle camere, come il fondo delle caverne, ci assicuravano un riparo dalle urla e dal clamore dei giorni in continua successione. Non era tanto il futuro che ci costringeva a un continuo tragitto e al disfacimento quotidiano, tra le ombre e le luci dell’appartamento, ma gli stessi volumi delle camere, incolmabili e prodighi di nuovi angoli, di luci mattutine, di reperti e sentimenti di differenza.

Bortolotti, mi pare, lavori sulla differenza, più che sulla dialettica, insomma gli elementi opposti restano tali e non v’è una sintesi superiore, mi ricorda un po’ quella terza via indicata dal filosofo Perniola ‘L’arte e la sua ombra’: l’arte o sarà criptica o non sarà, nel senso che, a partire dall’idea freudiana dell’elaborazione del lutto, si possono assumere due atteggiamenti: o la malinconia perenne di chi non riesce a superare creativamente l’abbandono, con conseguente sviluppo paranoico-depressivo per cui gli altri esseri umani diventano la causa del proprio malessere, o l’elaborazione del lutto e dell’abbandono, per cui l’amore, il desiderio, rivolti un tempo alla persona amata e perduta, vengono canalizzati su oggetti esterni, altri. Perniola, dice che si può assumere una posizione mediana in cui il dolore del lutto permane dentro di me, senza che nessuno ne sappia nulla, ma nascosto allo sguardo altrui: insomma la narrazione del lutto avviene in una maniera tale da non costruire una ‘storia’, una trama che giustifichi il trauma: si narra senza raccontare e in questo modo si differisce la storia senza differenziare il contenuto e renderlo plot o, appunto, narrativo.

23 febbraio 1790

Era nel silenzio dei pomeriggi che Paolino incontrava le Ombre e ascoltava le storie del pavimento. Sul balcone sostavano i panni, ad asciugare, e le formiche compivano le loro stagioni tra le piastrelle e le foglioline secche, arrivate col vento.

Le storie del pavimento’ è un testo piacevolissimo e un gioco letterario molto strano. Cosa ci si può aspettare dopo questo esperimento? Lo possiamo chiamare esperimento?

Buon viaggio!


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