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Satisfiction » L’asino morto
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Recensioni Autore: Jules Janin / Edizioni Della Sera / pp. 210 / € 12

L’asino morto

Recensione di
L’asino morto

Chi conosce, oggi, Jules Janin? Eppure il romanziere, drammaturgo e critico francese, subentrato all’Académie Française nel posto vacante dopo la scomparsa di Sainte-Beuve, è (stato) una celebrità. Erano suoi ammiratori, tra i tanti, anche Gogol e Baudelaire. Nel 1855 scrisse un articolo rivelando i veri nomi dei personaggi della Dame aux camélias, ma Alexandre Dumas filglio non se ne era adombrato. Aveva voluto, anzi, che l’articolo di Janin fosse incluso come “Prefazione” nelle edizioni successive del romanzo, rivelando senza possibilità di equivoco la natura di auto-fiction del testo alla base della Traviata. Anche lui, Janin, aveva conosciuto insieme a Listz quella che Julia Branagh nella recente biografia di Alphonsine Duplessis preferisce chiamare “ragazza” (La ragazza dalle camelie, Einaudi 2015), e non aveva resistito alla celebrazione del suo fascino di gran mondana. Scrittore fluviale, Janin ha frequentato tutti i generi del suo tempo, ma L’asino morto (1929) si ritaglia un posto a sé, per la sua efferatezza e per la sua enigmaticità. Protagonista e io narrante della macabra vicenda, un giovane posseduto da un’insana attrazione nei confronti di una contadina e del suo asino, destinati entrambi a una brutta fine, sullo sfondo di una Parigi corrotta e visionaria. Era di moda, a partire dagli anni Venti dell’Ottocento, una vena di romanticismo visionario tinto di gotico, che già i contemporanei chiamavano “frenetico”, ma qui siamo decisamente più in là, e lo stesso sadico voyeurismo con cui il narratore assiste al rovinoso precipitare nel vizio della ragazza incontrata la prima volta col suo asino è tale da far sospettare una parodia, di cui parrebbe indizio già il titolo, nell’originale L’âne mort et la femme guillotonnée, in aria di surreale feuilleeton. Difficile, comunque, immaginare un più talentuoso e spericolato traghettatore da quanto resta dell’eredità dei Lumi ai poeti decadenti della generazione successiva.Quanto all’asino, non siamo per carità dalle parti del Pasolini di Porcile, e non tocca al narratore la sorte tragica dell’uomo che amava troppo i maiali. Per il resto, c’è quasi tutto: depravazioni, orrori e sevizie. Decida il lettore se il letterato gentiluomo tutto moine di fronte ad Alphonsine Duplessis abbia concepito questo ordigno nero per spaventarlo, o per farlo (anche) sorridere.

Silvia De Laude


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