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Satisfiction » Lampi di Verità
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Recensioni Autore: Donato Di Poce / I Quaderni del Bardo / pp. 92 / €

Lampi di Verità

Recensione di Gianluca Garrapa
Lampi di Verità

Che la lirica moderna amplifichi l’autobiografia e metta al centro della poesia il travaglio passionale dell’io, è cosa nota e fondante la poesia moderna stessa. Ma è anche vero che questa lirica dell’io, man mano, è diventata scrittura narcisistica anche quando parla del mondo esterno. Il poeta Di Poce, invece, è in controtendenza: Essere veramente nessuno è difficile | Ci vuole talento, applicazione | Passione senza limiti e senza confini. È ironico sostenere una tale linea di condotta, oggi, tempo di social network e di virtuale, dove, davvero, la cosa più difficile è sparire. Non è un caso allora l’Omaggio a Ray Johnson, artista statunitense esponente della pop-art e considerato padre fondatore della mail-art, nonché il più famoso artista sconosciuto di New York.

Lampi di verità” è una raccolta edita da I Quaderni del Bardo edizioni nella Collana Zeta, curata dal poeta Nicola Vacca.

In Donato di Poce, colpisce, dapprima, questa idea di descrivere, al limite narrare, obbiettivamente quella che è stata, e che è, la storiaccia dell’Italia dal dopoguerra a oggi, con la consapevolezza serena del proprio limite e senza l’ambizione di sfolgorare la propria celebrità: Perché si è solo | Una briciola di neve | Un sorso di silenzio | Ghiacciato dal dolore.

Sono convinto che poesia e comicità, siano le due facce della stessa medaglia, il desiderio, quando sono davvero tali, e non gratuito esercizio di bravura. Comicità e scrittura poetica dovrebbero avere la capacità di cogliere l’istante eterno che comunichi un sentire condiviso, per lo meno un certo tipo di poesia e comicità, ma si può anche scegliere di preservarsi un pubblico strettissimo, o rivolgersi soltanto a sé stessi. Importa solo una cosa: aderire al proprio desiderio e essere sinceri o quanto meno onesti con il linguaggio di cui disponiamo: Affinché la Storia ridiventi vita | E la vita finalmente poesia.

Dunque, in certo tipo di poesia, è bene che la propria scrittura sia fulminea, precisa, diretta. Scrittura che collochi il poeta in una distinta posizione: di opposizione al sistema, non per vago anticonformismo ribelle (niente da dire se poi questo essere ribelli riesca a scomodare il potere e non semplicemente i moralisti), opposizione che non si risolva in un vittimismo egoico romantico, per quanto la lamentela sia, è noto, un punto di forza di quanti riescano a godere della propria autocommiserazione. In questi versi, al contrario, Donato di Poce narra lo sfacelo politico e etico del mondo, senza assumere estremismi ideologici: Oltre gli integralismi religiosi, scrive il poeta, ed evitando la deriva, assai comune, della lagnanza qualunquistica e vana.

Dunque, come in un inverso del motto di spirito, la poesia del presente ha memoria del passato, e quello di Donato Di Poce è un viaggio folgorante che inizia, giusto per capire il tono della prima parte della raccolta (Lampi di Verità), con l’esergo dedicato a Pasolini e Mattei. Ecco, Fortini distingueva oscurità e difficoltà, e in questa poesia, non v’è nulla di incomprensibile, la parafrasi è facile ma non gratuita, il contenuto ci riguarda da vicino, eppure la semplicità dello scritto concerne la morte di due esseri umani, se vogliamo, della cui morte, tutt’ora, ben poco sappiamo: la poetica chiara e ‘facile’ del poeta, affronta un nodo oscuro e difficoltoso di una parte della società e della politica italiana: E come voi restammo attoniti | Di fronte alla volgarità del potere | Doppio e Omertoso, vile e oscuro | E ossessionato dal petrolio.

È questo un pregio notevole della raccolta: dire attraverso l’azione diretta della poesia, l’imbroglio di questa finta democrazia, proferendo a due morti, a due invisibili presenti. Tre lampi di verità dedicati a chi per la verità è morto,

Ma anche altri referenti, quali: Nelson Mandela, Guido Ceronetti, Stefano Raimondi, Gianmario Lucini, Giorgio Gaber, Mimma Faliero e Ulisse Casartelli. È tale l’amore del poeta per il poeta, ancor prima che per il linguaggio e la propria poesia, che nei confronti dei poeti citati c’è un calore di umana affinità, e nessuna tentazione epigonale che falsifichi la veridicità del sentimento, scevro da ogni sentimentalismo, per altro. E allora, la lezione che si trae dal fatto che molti componimenti siano dedicati a poeti e poetesse, può intendersi solo in un modo, forse, che: Per essere veramente se stessi | Bisogna avere la capacità di vedere oltre se stessi . Questo è il punto: avere la chiarezza di sposare un altruismo, anche questo, non narcisistico, di ascoltare davvero l’altro senza proiettarvi i propri fantasmi egoici.

Un poeta civile, non scorda, però, la natura e l’ascoltare il respiro del mondo, rammenta di fare poesia sulla poesia. E non ha un’etichetta di comodo dove sistemarsi. I componimenti scritti in un arco di tempo che va dal 2000 al 2016, in date precise a segnalare l’incidenza del dato quotidiano, sposano il verso libero ma non a scapito di una sottile e personalissima musicalità, fatta di immagini, anche di simbolismi: Quando il silenzio | È una pietra di sale | Che si scioglie all’ombra di un sorriso, di pennellate metafisiche: Per cercare nell’aria | Il profumo dell’invisibile, di lievi tocchi surrealisti: le stimmate del vento.

Meraviglioso è il dono | Di chi ascolta il respiro della notte | E lo scintillio della rugiada: la natura insieme a quell’altra tematica che le è sorella, l’amore, occupano principalmente la seconda parte della raccolta “Lampi di bellezza”. Siamo in pieno afflato lirico, senza che però l’affanno egoico renda intima e incomprensibile l’esperienza universale della vita tutta: Ogni uomo è una soglia | Aperta sull’abisso. Un fulmine che ricorda Quasimodo e che allo stesso tempo si colloca in un altro orizzonte di pensiero e coreutico, sì, perché, soprattutto in certe liriche di questa seconda parte, l’autore, che è pure fotografo, riesce a far danzare i suoni delle cose, in uno scenario drammaturgico: Io passeggio tra gli aceri e i pini | Nel bosco dei poeti | Silenzioso e incantato, dove l’attore-io siamo noi e il ‘silenzioso’, magistralmente ambiguo se riferirlo all’io o al bosco, al soggetto o all’oggetto, è, a mio sentire, davvero, la presentificazione del suono, il colmo dell’armonia celeste e terrestre. Non c’è languore post-romantico, si badi, ma evocazione politica dell’anima del mondo: un riferimento, per contrasto, all’abominio della società dei consumi che ha cementificato ovunque, anche nell’anima. Un candido presupposto che il poeta enuncia senza moralismo né proterve bacchettonate. E qui un’altra idea mi viene, a proposito di questa poesia essenzialmente ‘anticonformista’, che si oppone al bruto sistema che educa a godere dello stare male: un lampo di verità, di saggezza ci dice che la felicità mentale fa male | E l’eccesso di CreAttività disturba… e in questa ottica, non si può non elogiare l’umiltà con cui il poeta ancora perfettamente e genialmente scrive: La lezione ho imparata | Tra i silenzi di un pirata | Che l’eccesso di stupidità contagia | Quello di CreAttività spaventa. La ‘creattività’, lungi dall’essere solo un neologismo costruito come una parola-baule, una sincrasi, che fonde due parole, creatività e attività, è proprio la pratica del poeta, la poesia, insomma, come attività, come incisione nella pagina, come immagine fotografica impressa. In quest’ordine di idee si situano gli acrostici a partire dal nome di Giorgio Gaber e Ray Johnson, per esempio. È per questo che l’immediatezza della poesia di Di Poce, attrae l’ambito del motto, del gioco di parola. Un ludus che non inganna. Un gioco serio, ma leggero, come scrive nella lirica Essere: Nella vita come nella poesia | Bisogna essere profondi, intensi e leggeri | Bisogna imparare a volare, gioco che evoca Il Bambino e, per contrasto, la crudele disumanità di un’Epoca: Ma ad Auschwitz | Ancora oggi in una stanza | C’è una scarpa bianca | Che aspetta che qualcuno | Vada ad allacciarla.

Come non si può constatare questa attività, Amo l’Azione perché l’Azione è vita, che fonde immagini contrastanti, il pirata Pasolini che gioca al calcio e la scarpa del piccolo nel campo di concentramento, commuove e indigna. Il poeta, che della storiaccia del secolo crudele, che della politica e dello sterco socioeconomico che è diventato il mondo, ne sa fin troppo, desidera semplicemente essere una di quelle belle persone | Che sanno ascoltare ancora | Il bambino che è in loro | E creare dal nulla visioni | Mondi nuovi , ponti e passaggi segreti.

Lampi di verità” è una raccolta apparentemente leggera, scorrevole, lineare. Scuote le nostre miserie, le nostre ridicole pose da persone arrivate, con la franchezza disarmante di un sogno, o del sorriso di un bambino, e ci dice la verità, anche la bellezza. Ma ci sfida a questo gioco: restare veri | Essere e voler restare umani. Chi ci riuscirà?

La fine di questa lettura ci lascia una lieve malinconia, una speranza che se magari ci riguarda, ci fa sentire soli, quasi inermi. O forse no, ci incoraggia a non mollare. Questa poesia, forse, è per anime forti, per menti pure, affinché non si lascino inghiottire dal falso del tempo. Questa poesia è probabilmente solo per chi sa che: Si vive per donare | Quel poco di amore che ci rimane…

Buona lettura!


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