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Satisfiction » La vera storia di Gottardo Archi
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Recensioni Autore: Davide Sapienza / Bolis edizioni / pp. 91 / € 12

La vera storia di Gottardo Archi

Recensione di Andrea Sciffo
La vera storia di Gottardo Archi

Un pittore mai nato, in una città mai più vista

La vera storia di Gottardo Archi” è il racconto di un falso. Non una fake-new e nemmeno opera di contraffazione per mano di quei falsari che (spesso da grandissimi artisti!) terrorizzano il critico, l’antiquario, il battitore d’asta: è invece la narrazione veritiera di una storia che non è mai avvenuta nella storia, ma che avrebbe potuto succedere. È, cioè, una falsità più vera del vero.

Inutile cercare sui cataloghi le opere dipinte da Gottardo Archi “bergamasco, figlio del fu Vincenzo, vasaio in Valverde, pittore per diletto e per intima necessità” (pag.11); né si potrà trovare il suo atto di battesimo in un registro parrocchiale della religiosissima Bergamo di metà Cinquecento. L’autore del libro decide di creare un personaggio verosimile, di entrare nella sua vita fatta di aria e di un mondo concreto però passato, di osservarlo mentre si abbevera alla vera sorgente dell’ispirazione, di narrare i suoi giorni e la sua resistenza attiva al grande nemico dell’uomo, “l’adulterato” (pag.15).

Davide Sapienza è infatti uno scrittore che da anni dimostra come “oltre alla verità storica, esiste una verità geografica, che è inoppugnabile” (pag.21); i lettori lo seguono attraverso i suoi libri proprio come un viandante segue il sentiero sul terreno, sia quando è inciso sia quando è invisibile e va indovinato. Per questo, qui in questo testo si allude all’adulterio maggiore, quello della società del XVI secolo in cui visse il protagonista del racconto ma anche quello della società di oggi, e in fondo quello di sempre: il grande divorzio dell’umanità dalla propria radice terrena.

Gottardo Archi era (oppure: sarebbe stato) un pittore pur senza esserlo “di professione”: faceva il mestiere di vasaio ma col cuore altrove perché il “committente interiore gli ha detto che tutto cambierà, per sempre” (pag.23). Così, nel corso della propria esistenza di artigiano dell’argilla, egli dipinge anche undici grandi tele: esse avevano tutte un unico soggetto, il paesaggio terreste (impossibile nella storia dell’arte ufficiale, ma verosimile se si pensa ai fermenti anticattolici di una Repubblica Serenissima di Venezia che negli stessi anni ospitava un riformatore come Paolo Sarpi) e tutte sviluppavano uno stile che soltanto molti secoli dopo sarebbe stato chiamato naïf… Perché il suo occhio e la sua mano erano legate alla “mia città prima che tutto cambiasse” (pag.40).

Qui dobbiamo fare una parentesi. Se l’opera di Sapienza si colloca come una continuazione, sul piano dei soggetti e a distanza di un secolo, del famoso romanzo di Hermann Hesse “L’ultima estate di Klingsor”, in realtà il tono e la stoffa sono diversi, e provengono dalla medesima materia prima che usò Acheng nel suo Shù wáng , un libretto di straziante intensità raccolto in prima persona nella Cina della Rivoluzione Culturale e tradotto in Italia nel 1990 con il titolo di “Il re degli alberi”. E va anche notato come la vibrazione di fondo dell’ideologia poetica di Sapienza ripeta senza parole ma con la giusta nenia un canto dei nativi: Only The Earth Endures, soltanto la Terra permane.

Ed è questo senso della talpa per la terra, che caratterizza tutto il racconto. Quasi che l’autore, il geopoeta, stesse per esprimere ciò che prova la terra stessa quando le si fa una ferita: qui, il ferimento è lo sterro e l’impresa del cantiere edile durato trent’anni per costruire le massicce Mura Venete (o più propriamente Veneziane) che da mezzo millennio solidificano il panorama di Bergamo Alta: costruite dalla politica egemonica degli uomini, a prezzo di enormi fatiche, senza aver chiesto il permesso a nessuno.

Di fronte a quella “interminabile valanga di cui non si conosce la fine” (pag.47) che fu la realtà storica di Gottardo Archi, anno Domini 1574, piena di pietre inutili, e che è la nostra realtà, refrattaria come un sasso, l’autore narra una storia possibile, cioè entra nel regno di ciò che potrebbe essere: per questo, il lettore vorrebbe subito altre storie come questa, uscite dalla stessa penna, per avere la compagnia di altre figure possibili con cui resistere al quello che Sapienza chiama il “(dis)facimento” (pag.46).

Il timbro della prosa nel libro è sussurrato, certo, forse perché vuole documentare l’azione del Genius Loci senza disturbarlo: però il senso dell’opera è un grido. Essa grida senza voce, con le stesse parole della musica della roccia (Rock), con il medesimo potente ritornello: “No, no line on the horizon”. Questo controcanto diventa un inno di maturità, ed è percepibile quasi a voce viva a pag.9, dove leggiamo una descrizione di uno dei dipinti di Gottardo Archi in cui

Non si vedono esseri umani; non vi è un orizzonte, solo elementi: la cascina, gli alberi, il prato, la piccola porzione di strada sullo sfondo – tutti connessi tra loro.

 


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