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Satisfiction » La chiara fontana
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Recensioni Autore: David Bosc / L’Orma editore / pp. 112 / € 13

La chiara fontana

Recensione di Enzo Baranelli
La chiara fontana

L’olocausto nauseabondo in cui furono gettati la Comune e i comunardi lo avevano colpito così tanto e così intensamente che da qual momento Courbet si era schierato nella categoria degli uomini che sono morti. In altre parole, si è tirato fuori dal grande ricatto. Ha abbandonato la strada dominata dalle fesserie degli allori da mietere, dei trionfi da raccogliere, dell’onore da conservare”.

Nel 1873 Courbet, ricercato dalle autorità francesi, si reca in esilio in Svizzera dove morirà quattro anni dopo. Appena giunto tra paesini alpini e Ginevra, Courbet sforna quadri a un ritmo impressionante: “Si fa a pugni per le mie opere”. David Bosc usa metafore come dense pennellate a olio, lavora con la spatola per espandere l’esilio di Courbet in un quadro letterario di ampio respiro. A gennaio del 1874 Courbet affitta o compra una casa vicino al lago: Bon-Port era un vecchio caffè con patio esterno e l’interno è parecchio mal messo: “Le camere erano appartate, come vergognosamente nascoste”. E’ in questo luogo, ingentilito dalla sorella Juliette con la scusa della ormai prossima visita del padre, che il pittore realizza un secondo ritratto di Régis Courbet dove si vedono i segni della vecchiaia rispetto a quello di trentuno anni prima. In Francia, nel frattempo, due avvocati studiano le carte del “processo della colonna” ovvero la colonna Vendôme che le autorità francesi vogliono sia ricostruita a spese di Courbet. Bosc tratteggia una biografia ornata da ricordi in una forma per lo più lineare. La bellezza dello stile s’intreccia a una prosa che ha il sapore del sogno. Bosc sogna e riempie le ellissi della vita. Tutto ha una valenza di sensuale verità, riportata al lettore attraverso una prosa limpida come le acque dei torrenti in cui si tuffa Gustave Courbet.

Bon-Port si trasforma in una meta di pellegrinaggio e si affolla di personaggi venuti a visitare Courbet nel suo esilio.

Il pittore è in grado di dipingere scene marine chiuso nel suo atelier, non gli serve il mare: “Courbet aveva imparato un linguaggio. E, come lo scrittore, per organizzare la frase e inventare un segno complesso e rinnovato non aveva più bisogno di comporre dal vero”. E l’esilio in Svizzera rafforza questo suo linguaggio.

Però dopo il 1873 peggiora la sua dedizione all’alcol: “Il cognac andava in perlustrazione di ciascuna delle sue vene”. Nel 1876 arriverà a bere fino a dodici litri di vino al giorno. In una della mezza dozzina di versioni de La sorgente della Loue, Courbet inserisce una figura umana, un barcaiolo, ma alcuni hanno pensato a Caronte. Il pittore vaticina la sua morte.

Incessanti sono le passeggiate, Gustave si nutre della terra, degli alberi, della pioggia, del cielo e del sole. Per questo motivo è riuscito a trovare un suo “linguaggio”; già da piccolo marsigliese adorava le gite fuori porta. Il paesaggio è un luogo in cui immergere la faccia col rischio di perdersi “e soprattutto col rischio di essere abbagliato, rapito, sollevato, liberato da se stesso, strappato al tuo isolamento di creatura e proiettato, disperso, incorporato nel Grande Tutto”.

La prosa di Bosc è come una lunga poesia, attraverso le sue frasi si entra in un quadro, nella sua scrittura giace l’origine del mondo e la sua fine. Questo breve libro apre scorci lirici che permettono al lettore di respirare e vivere dentro un paesaggio dipinto. David Bosc realizza una magia piegando il linguaggio alla pittura ed è per questo che “La chiara fontana” lotta e s’impadronisce dell’immortalità, perché il quadro offre uno spazio per resistere a qualcosa in noi che ignoravamo. Cisti al fegato, cirrosi epatica, ascite; gli ultimi giorni sono accompagnati da iniezioni di morfina, un palliativo per rendere meno doloroso il trapasso: il 31 dicembre 1877 Gustave Courbet muore, ma attraverso il drappeggio letterario di Bosc sappiamo che la sua opera ha invece raggiunto l’immortalità.


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