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Satisfiction » L’amore casomai. Intervista a Rita Pacilio
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Il cielo sopra 18.12.2018

L’amore casomai. Intervista a Rita Pacilio

di

Vedere le cose con gli occhi ovunque, anche nei piedi. Dimenticare, un pezzo per volta. Difendersi con il silenzio. Lui non chiama, non risponde. Il silenzio è la condizione. Entrare in uno stato di grazia naturale. Riporre la coscienza nell’incosciente visione dell’orizzonte. Gridare senza suoni, un’emissione di vomito, turbinio di parole che da dentro fuoriesce e svuota. E ci si immola. Dal balcone il custode riempiva di terra fresca i vasi. Camminava da solo per la casa. A ogni quadro recitava un verso. In mano un bicchiere vuoto. Nell’altra la sigaretta spenta. I piedi divennero radici. Parlavano i rami. I presagi e la clorofilla. Le spine. Ci sono cose che devono avere molta importanza per questo motivo diventano insopportabili. Lei era importante. Lui lo sapeva. Lei sul divano sgranava il rosario.

.

.

Ho fatto l’amore con te.

Ti ho tradito perché non te l’ho detto.

Un affamato che non trova cibo.

Un assetato.

Vagare tra le lenzuola

percorrere la schiena.

Saperla.

Affondare in sé la nave.

Fino in fondo.

Desiderare l’arrivo.

Rubare labbra a morsi di parole.

Chiamarla amore. Amore mio.

Fare.

Tra questi alberi, sotto queste pietre nere qualcuno si è amato.

Mito

È che sta sparendo questo filo di cielo nell’aurora come la domanda al tacere. Finirono sulla forchetta. La pasta avanzata ieri sera lasciava morsi lenti. Era stato a dicembre l’ultimo aquilone volato e ingoiato dall’aria. La prima neve. Ogni previsione dell’addio una fatalità della dea. Il compleanno ai numeri.

O forse le ninfe che lo allevarono maledirono l’isola e il mare?

Per lui la storia aveva già deciso il giorno di rendere giustizia all’apparenza perché la sparizione avesse dimora nel maglione a coste larghe.

Rita Pacilio

Brani tratti da L’amore casomai, LVF, 2018

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L’amore casomai (La Vita Felice, 2018, pp. 88, euro 12,00) è il tuo libro più recente. In molti ti conoscono per il tuo lavoro poetico, ma in questo caso non si tratta di una raccolta di poesie, bensì di racconti, anche se la poesia non è estranea alla struttura narrativa. Come nasce L’amore casomai?

Cara Silvia, innanzitutto ti ringrazio per l’opportunità che mi offri: parlare del mio libro e di come si è strutturato negli anni, è un grande dono e una possibilità di far conoscere ai lettori l’evoluzione, nel tempo, della mia ricerca stilistica e di contenuto. Si tratta di una raccolta di esperienze di vite vissute e immaginate utilizzando il prosimetro. Già nel 2011 avevo sperimentato questa modalità di linguaggio nel mio lavoro Non camminare scalzo (Edilet Edilazio letteraria, Roma). Una sperimentazione che mi tiene vincolata, in maniera responsabile e accorta, alla poesia, a cui sempre cerco di restare fedele. I racconti de L’amore casomai, probabilmente, narrano l’Amore, quasi in maniera autonoma conservando una struttura che si serve di visioni e immagini poetiche. L’Amore, a volte impercettibile, viene declinato in ogni sua sfaccettatura: l’amore vissuto, amore subito, amato, desiderato, amore della carne e dello spirito. Mi interessava procedere attraverso un linguaggio autentico e originale rispettando il battito iniziale, quel ritmo ancestrale che l’essere umano porta dentro di sé. Quindi ho seguito la metrica, ho lavorato sulla sottrazione di particolari utilizzando aggettivazioni sostantivate o verbi per raccontare le storie senza scendere nei dettagli, ma dando ulteriore ricchezza alla struttura armonica delle parole con il respiro della punteggiatura, proprio come per le partiture musicali. Ho ripreso a studiare Dante, i Salmi, Caproni, Sanguineti. Mi sono lasciata ispirare dalla contemporanea Annie Ernaux per procedere in una interpretazione metabolizzata e folgorante in cui cerco di inserire conoscenza e la mia esperienza di studiosa dell’animo umano. Il lettore, quindi, potrà utilizzare queste pagine scritte come ritiene meglio: poesia o racconto, purché venga riconosciuto il potere della parola accesa. Ci sono riuscita? Questa risposta la lascio a chi ha letto e leggerà il mio libro.

Vorresti spiegarci il titolo del libro e il significato o i significati di Amore contenuti in esso e in tutta l’opera?

La risposta è nella congiunzione casomai. Nei sentimenti tutto è possibile, infatti, può esserci l’alternativa, l’ipotesi di una modalità altra che, molto spesso, continua a sorprenderci e, il più delle volte, ci spiazza. La risposta dell’essere umano all’Amore non è mai la stessa per tutti e ognuno può sperimentare diverse occasioni/esperienze a cui non si era preparati. Come sociologa (ogni mio scritto poetico è impastato, diluito, fuso con lo studio delle persone e dei contesti) avvicinarmi all’animo umano, alla sua profondità, alla complessità plurima posseduta, mi ha messa di fronte al dubbio mettendo in conto la fragilità del sentimento più nobile, il suo utilizzo, la sua azione. Le variabili che lo formano e deformano sono infinite: l’età, il luogo di appartenenza, la cultura, la sensibilità, il rapporto comunicativo e valoriale che riusciamo a mettere in atto quando dalla vita veniamo travolti.

Non manca nel libro l’argomento della solitudine, intesa anche come ritiro in sé stessi, intimità e silenzio. Vorresti spiegarci il ruolo preponderante che attraverso le tue parole hai riservato al silenzio?

A volte il silenzio è una necessità: chiudersi in se stessi può rappresentare una evoluzione di crescita, di studio, di pensiero. Nel silenzio possiamo ascoltarci e ascoltare il mondo. Lasciarsi attraversare dal silenzio ci mette di fronte a riflessioni importanti invogliandoci a trovare risposte adeguate e sincere, intimamente. Non necessariamente vuol dire rifiuto ed emarginazione. La solitudine stessa, quindi, è una forma comunicativa. Purtroppo, molte persone avvertono solitudine e allontanamento dagli altri con cui non riescono a interagire in modo pieno, con cui non riescono a condividere se stessi e, quindi è un’involuzione. Credo che dalla solitudine si possa trarre insegnamento e preghiera cercando il proprio credo, la propria spiritualità.

Il linguaggio in certi passi si fa decisamente audace. Come mai questa scelta, se di scelta può parlarsi?

Le parole sono cariche di tutto il senso/significato che vogliamo attribuire loro. Ho sempre fatto molta ricerca intorno alla parola: ognuna di essa porta sfumature e va dritta all’obiettivo senza nascondersi dietro la finzione. Le cose del mondo e le nostre emozioni non sono sempre edulcorate, anzi. Quindi, ho chiamato tutto con il proprio nome cercando di non scadere nella volgarità, che pur appartiene alle azioni, ma ogni lettore può farsi l’idea che vuole. Mi era stato proposto da una Casa Editrice importante (cosa voglia dire importante ancora non l’ho capito!) di realizzare un libro pruriginoso, di cassetta, ma il mio obiettivo non era quello di arrivare alla carne fine a se stessa, piuttosto, mi interessava comprendere come il corpo si facesse strumento per arrivare all’anima.

Vorresti raccontarci lo struggimento presente in L’amore casomai che, come è stato ben definito da Luigi D’Alessio, rappresenta una “evoluzione dal dolore a dolenzia”?

Sono legata al dolore da sempre. È una tematica che mi affianca e mi determina come persona. L’orfanità paterna vissuta da bambina, la mancanza di protezione, l’abbandono, la sperimentazione della pre-morte, il convivere con un fratello autistico, il sopruso del mondo dei grandi, la difficoltà di emergere da una piccola realtà territoriale del sud, e poi gli studi sociologici, mi hanno formata rendendomi una persona empatica. Quando si ascoltano le persone in maniera empatica si è sempre indolenziti: il proprio dolore, quello personale, si trasforma, e aumenta, diventa un carico pesante, difficile da sostenere. Tutti i sentimenti ne vengono intaccati, influenzati. Anche il comportamento e il modo di pensare acquisisce una nuova identità. L’Amore, nel mio lavoro, viene vissuto e partecipato quasi come un dolore, ma, come ha specificato D’Alessio, è struggimento, non distruzione e perdizione, non fallimento e purgazione. Nelle storie del mio libro, anche in quelle più audaci, così come le hai definite, c’è una forte carica emotiva e spirituale che vuole emergere. Qui l’amore non è sottomesso all’altro/a, ma solamente a se stesso: la priorità è quella di fare i conti, esclusivamente, con se stesso. I personaggi hanno urgenza di manifestarsi in tutta la propria interiorità e lo fanno con gli strumenti che hanno a disposizione.

Come si inserisce la tua fede nella tua produzione letteraria?

La fede è un cammino senza fine, come l’amore. Sono d’accordo con Sant’Agostino quando afferma che tutti abbiamo fede, abbiamo un credo su cui basare la nostra esistenza. Non confido nel fai da te, ma questa è un’altra storia. In ogni mia parola ho portato il mio dubbio, l’inquietudine esistenziale, le mie domande: la fede credo sia anche questo! Nella mia produzione letteraria ho cercato di passare al lettore la mia formazione cristiana, quindi la speranza, la voglia di ricominciare, il perdonarsi e il perdonare gli altri. Non è semplice farlo trattando la vita in maniera visionaria, ma mi sforzo di avere lo sguardo sulla continua ricerca della verità.

Oltre che autrice, sei anche editrice. Di recente sul tuo profilo facebook dove sei molto attiva e seguita, hai scritto: “Da oggi scelgo solamente autori/libri che hanno da aggiungere alla letteratura il capitale umano”. Vorresti spiegarci la necessità nel panorama editoriale attuale di ciò che indichi come capitale umano?

In maniera naturale è accaduto che da autrice sia diventata una curatrice e poi l’ideatrice di un marchio editoriale, RPlibri, che seguo come una creatura viva e potente. Dietro ogni proposta che mi perviene, mi interessa l’anima che l’accompagna. Non voglio diventare una stampatrice, ma l’Editrice che crede nel talento e lo affianca. Vorrei sperimentarmi nella ricerca della qualità di idee propositive. Ecco, proprio l’essere umano mi interessa. Non sono orientata verso libri che sono scollati dalla realtà vitale dell’autore. Mi spiego meglio con un esempio: conosco autori che scrivono un libro percorrendo strade traverse rispetto allo studio e all’integrità del loro pensiero. Si fanno aiutare da altri, scopiazzano, prevaricano colleghi e maestri sfruttandoli e strumentalizzandoli. A me interessa cosa abbiano sviluppato nel loro percorso umano, come siano arrivati a certe affermazioni poetiche, quale sia la loro poetica, il loro sentire la realtà. Non possono nascondersi dietro maschere o mostrarsi come fenomeni, personaggi che ambiscono al successo (cosa voglia dire successo in poesia, anche su questo si potrebbe discutere per ore!) e che nella quotidianità sono persone diverse da ciò che hanno affermato nella scrittura. Non si può ridurre la poesia a uno scollamento dalla vita. Certo, anche i terroristi o i delinquenti possono scrivere buona poesia e fare letteratura, ma a me, adesso più che mai, interessa l’azione comunicativa e civile, quella che potrebbe migliorare il mondo, come aggiungere ricchezza all’Arte e all’umanità. Forse questa mia esigenza nasce dal fatto che nell’Arte ho sempre visto solamente la bellezza, la ricerca dell’essenziale, la purezza dello spirito, la genuinità del talento rafforzato dallo studio e dal rigore e, per questo motivo, desidero viverla come azione sociale. Un libro è anche la persona che lo ha partorito, non riesco a prescindere da questo.

Che cos’è per te il “senso critico” e, soprattutto, in che misura lo stesso esiste?

Tutti sviluppiamo il nostro parere sulla politica, per esempio, sulle condizioni sociali, sui libri che leggiamo, sulle cose che appartengono al quotidiano. Anche i bambini hanno il proprio punto di vista. Avere la criticità spicciola è facile, ma possedere uno spirito critico avulso dai luoghi comuni è per pochi. L’intelligenza va coltivata, come la fede, l’amore, la costanza, il perdono. È un cammino difficile e la messa alla prova coinvolge tanti indicatori preponderanti. Bisognerebbe educarci di più al confronto per imparare a misurarci e metterci in discussione ogni giorno. Può esistere in molti, come il buon senso e in questo spero.

Sei particolarmente in contatto con il mondo letterario dei giovani. Dal tuo punto di vista che è certamente privilegiato, cosa rilevi a riguardo, anche con riferimento specifico all’uso da parte dei giovani autori dei mezzi telematici?

Ho la fortuna di affiancare e accompagnare tante nuove voci nel mondo poetico. Questo è un lavoro arduo e complicato. Dirigo per La Vita Felice la sezione dedicata alle Opera Prima e anche con RPlibri sperimento ogni giorno il mondo culturale ed emotivo giovanile. Ci sono delle belle menti che hanno bisogno di emergere, mi fa piacere poter convivere con loro gettando ponti tra il passato e il futuro. Innanzitutto, premetto che sono madre di tre figli di età diverse e con esigenze diverse. Questa è la mia primissima formazione. Con loro ho la gioia di condividere letture, tra le altre cose, la musica, sorella gemella della poesia. Con i giovani autori riporto la mia esperienza personale come guida che non si pone su un piedistallo credendo di avere la verità assoluta. Anzi. Sono proprio i ragazzi che mi danno la possibilità di conoscere altri mondi: la fisica, l’approfondimento delle nuove leggi della comunicazione, della psicologia, la maieutica. La mia formazione critica e le mie conoscenze letterarie fanno da supporto, ma non sono tutto e non bastano. Ascoltare le esigenze dei giovani, cercare di com-prendere i loro bisogni sostenendoli senza illusioni, ma con dignità e rigore, mi consente di supportare talenti a cui andrebbe aperto un varco, ma a loro spetta il compito di proseguire, scegliere e formarsi. Troppo spesso vengono demonizzati sostenendo, con superficialità, che i mezzi telematici li allontanino dalla vita, dalla realtà. Ci risiamo: ogni mezzo può essere strumentalizzato e utilizzato in maniera erronea rischiando la distruzione anziché l’emancipazione culturale. La mia esperienza di sociologa mi porta a rilevare che sono maggiormente gli adulti a farne un uso improprio, ma anche questa affermazione è opinabile. Quindi, mi piace dare fiducia alle nuove generazioni cercando di educarli alla responsabilità e lasciandoli sbagliare. Del resto questo mondo tanto denigrato è meraviglioso da scoprire e la sorpresa della bellezza è lì che aspetta tutti. Semmai, e mi dispiace dirlo, non sono loro i falliti, ma siamo noi adulti ad aver lasciato loro un fardello e un’eredità culturale degradata.

Su cosa stai lavorando attualmente, poesia, prosa o altro? Ricordiamo il tuo impegno anche in ambito performativo e teatrale.

Per il momento il mio entusiasmo è alle stelle! Continuo a scrivere narrativa: sono alle prese, da anni, con il mio romanzo e prima o poi verrà alla luce. Scrivo poesie: vorrei pubblicare un’Antologia che raccolga i miei lavori più significativi per il mio percorso. Mi sto dedicando anche alle traduzioni: gli autori francesi sono i miei preferiti. Scrivo brevi saggi: mi piacerebbe approfondire, tra gli altri, i testi sacri. Sto studiando Eduardo: mi capita, sempre più frequentemente, di essere in scena e di rappresentare non solo i miei testi, ma anche brani che hanno fatto la storia del Teatro. E poi canto: ultimamente senza musica accompagnandomi con il ritmo interiore.

L’ultima domanda ha a che fare con il tema di questa rubrica di parole e immagini ovvero il cielo. Ti chiedo: com’è il cielo oggi sopra Rita Pacilio?

Il cielo c’è. Mi basta averne la consapevolezza. Com’è? Sempre illuminante!


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