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Satisfiction » Klaus Kinski inedito. Le poesie maledette
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Inediti 15.10.2018

Klaus Kinski inedito. Le poesie maledette

Ecco il libro anti-mallarmeano, colpevole a tal punto d’aver messo in fuga ogni editore. In tempi di facile sovralimentazione letteraria si è dunque tornati all’età d’oro dell’editoria (irregolare, illegale, clandestina), dando voce a chi è vissuto non all’altezza della norma: Klaus Kinski, che scrisse queste poesie poco più che ventenne. Scosse da lodi e invettive, sono quasi un prologo della sua vita che sarebbe stata dominata da luci e ombre, solitudine e furia. Già allora si identificava con Cristo e l’immagine del “sacro” violino, che ricorre in molte pagine, è quasi una premonizione del delirante Kinski Paganini che avrebbe girato e diretto poco prima di morire. Se Rimbaud scrisse che “il poeta deve farsi veggente con una lunga, immensa e ragionata sregolatezza”, Kinski condensò questo disperato bisogno in modo altrettanto diretto e brutale: “io vado in cerca di me stesso – e quando mi riconosco, sono il mio peggior nemico”. Morì nel 1991 in completa solitudine , malato e inviso a produttori e registi; le sue ceneri vennero sparse nell’Oceano Atlantico.

Per saperne di più: info.nessunoeditore@tim.it

.

COSÌ IL RIPETERSI DEI GIORNI

Ancora ripidi pendii coperti di bianco

racchiudono come vasi allungati il dolore –

sale tutto intorno la profonda melodia dei flauti,

risplendono leggeri i pesanti piedi

e intona strofe finali la stretta gola.

 

Distesa sugli occhi dei grandi uccelli

la retina espande alla cieca il loro dilatarsi,

lunga l’attesa degli occhi precipitati,

velati come dalla partenza dei lunghi pellegrinaggi –

sfida la propria debolezza l’ombra,

si perde nel temporale priva della vista.

 

Ecco una rossa raggiante corona irrompere nella stanza,

festeggia alle tempie la febbre d’energia –

prese dal sole le ragazze diventano donne

e il loro grembo innominato risuona –

scotta il seno di vergine, che sempre m’accoglie.

.

IN OGNI CUORE CI SONO PIETRE

Nebbia e demenza si danno il cambio di guardia,

giace indolente sulle undici il tempo e lunga l’attesa,

fuori casa io preso dal frastuono alle orecchie,

i cieli addormentati la mia tomba.

 

Fragile è il semplice riparo degli alberi

e tacciono come il cadavere di un neonato le stelle,

tubercolotiche le stagioni, bluastri i tepori, 

ristagna fioca come al tempo della peste la luce.

 

Sono come cocci rovesciati accordati in solitudine

a starmi vicino, raccontano sfrontati della morte trascorsa,

del teschio nella macchina che un uovo divora,

che all’ultimo chiede chi conobbe calore più grande.

 

Io cerco il mezzogiorno, il legno rovente

per le gambe aperte, abbracciato dal morbido fiume

io muoio proteso verso l’alto per ogni bacio ricevuto,

e si squarciano le acque, in ogni cuore ci sono pietre.

.

ANIMA AFFILATA

Gesù, abbi il coraggio di concedere la morte,

sono asciutti da tempo i corvi di Van Gogh

e sempre più assetati noi vorremmo berne,

perché la tua fonte d’ispirazione si sta esaurendo.

 

Da quando hai moltiplicato ovunque lo sguardo

l’intero mondo è trafitto dallo spergiuro,

tutti sazi alla nausea di parole,

e io ho già affilata la mia anima.

 

I bambini hanno venduto il loro corpo in cambio del futuro,

quelli dalla testa dolente subito accoppiandosi al colore,

ciascun uomo soffocando i bambini in ogni modo,

ma tutto sarà ancora magnifico all’ultimo carnevale.

Trasudano sgomento le corone d’occhi dei fiori

e si accende d’agitazione un pezzo di legno marcio,

un vecchio cavalletto vola dalla finestra

e nessuno più sarà all’altezza del proprio suicidio.

 

Dietro le sbarre sorride la terra fiorita,

ognuno impresso sul pane che l’occhio non vede,

e la paralisi intacca le forze di chi paga la febbre,

di chi non ha più bisogno di tremare.

 

Le nuvole hanno affondato i denti nell’esistenza

e succhia il ventre degli uccelli l’adolescenza,

nel loro vuoto marsupio che allattare non può,

e come sono straziate quelle grondaie.

 

Arrivano deboli all’appuntamento gli stormi

e io sento il lento brulicare del morbo,

davanti alla mia finestra c’è un albero sfinito,

ah, se io solo potessi stare in cima ai colori acuminati. 

.

 

 

 

 

 

 

 

FEBBRE

  

Io me lo immagino così l’altro mondo:

acido fenolico, ghiaccio e merda.

 

Ubriachi delle loro pisciate gli uomini

non riceveranno mai il dono della febbre.

 

Io ho la febbre del mondo intero negli occhi –

e spietata e oscura la febbre si morde

eruttando come del pus sifilitico,

rantola tra gonfie lucide bacche il mio cuore ostinato.

 

Io brucio di schiuma febbrosa

e la mia bocca è straziata di passione,

come i genitali d’un animale braccato.

Io sono un neonato con la cenere ai fianchi –

al cordone ombelicale mia madre m’ha trattenuto,

scagliandomi come un martello

fin dentro al culo scarnito del sole!

 

io come la più giovane delle madri cammino a testa alta,

sfuriando e gridando con la cenere alla bocca,

gli occhi pieni della collera liberata dal cielo sprofondato –

luce! luce! fiamme nere io divoro!

io caco sulle vostre leggi! in me tutto è offuscato dal sole!

lui spruzza il suo fremente nucleo nella selva

gassosa del mio corpo! ribolle il mio sangue,

come se dei lucci impazziti fossero nella cloaca della mia anima!

io sono una placenta!

 

io godo nel farmi dilaniare da una materna tigre,

invece d’agitarmi ai suoi fianchi! dinamo! dinamo!

la mia pelle mi va stretta – lacrime esplodono

sotto di essa – e io sono come una rana in un bicchiere,

la luce mi colpisce alla testa e io vengo ancora

respinto da ciò che vedo – 

sole – sole – lui m’ha sputato sulle parti sensibili

del mio cervello – raggi raggi – nere minacciose ombre –

sopra di me – sotto di me – dentro di me come nel petto urlante

d’una donna – nella piaga aperta del mio cuore come un pugnale –

in me fremono globi infuocati –

 

come grandiosi uccelli in gabbia

i soli divorano l’urlo che mi porto dentro

e intingono le loro ali ruggenti nella mia

anima ferita – avanti avanti avanti avanti avanti!

io non lascerò tramontare quel sole che bevve lo stesso

mio sangue di ragazza – e cenere cenere cenere.

 

Mi stanno spingendo al delitto –

io sono pieno di macchie –

io non posso più vedere se ci siano ancora dei fiori –

il cielo è stato ridotto a brandelli

e uno potrebbe restarci appeso ——–

.

VOGLIA

Io ho conficcato i denti nei seni delle ragazze,

come le bestie maculate divoratrici di rosee vagine,

finché dilaniato dalle bruciature precipitai

nei loro crateri posseduto come un Dio –

 

io non sceglievo età né colore dei capelli,

le bevevo a pieni polmoni assaporando

come lisciva sulla lingua il loro venire,

già quando s’aggiravano nella notte –

io prendevo il corpo dopo aver sfogato il sudore,

non m’importava un cazzo se fossero o no malate –

 

io vedevo solo come scatenando il loro grembo

sputassero rapide fiamme, bianche e calde –

 

io non avevo alcun luogo che fosse mio –

eppure venivo braccato come un untore –

un cumulo di stracci fu il mio piccolo rifugio –

poi restai là febbricitante come una bestia smarrita.

 

Mi tambureggiava dentro il desiderio di frutti puri,

il loro cadere in basso mordendo la terra!

 

io volevo davvero strapparmi alla morte,

tra le braccia mai paghe del vizio.

 

Mi punse dagli stimmi di Maria la vipera,

messaggera più funesta del cielo al magnesio –

soltanto per un attimo io guarii,

quando nella mia bocca tagliente di febbre

i fiori bruniti dei loro seni si spensero.

Loro sono il mio Dio e luce e letto di bisogno,

quando l’ascesso di follia mi macera il cuore –

loro sono la fedele parabola dei miei tormenti,

e mia madre e il culo del pane!

.

MANI DI PUTTANE

Mi mostrarono il fuoco le mani delle puttane.

Accesero la mia bocca tra le loro gambe

come una miccia tra pietre focaie –

sputano fuoco bianco le mani delle puttane.

 

Mi allattarono col sangue le mani delle puttane.

 

Voi conoscete solo cuori pieni di sperma

e poggia sul mio dolore il vostro culo –

immerse nel sangue sono così calde le mani delle puttane.

 

Mi mandarono un bacio le mani delle puttane.

Per le loro notti mi strofinarono a fondo –

di sicuro per voi io sono l’essere più schifoso –

sferzarono il mio bacio le mani delle puttane.

 

Ora io sono libero! i delitti mi rincorrono!

gli assassini fantasticano la mia faccia!

la follia getta con rabbia il suo peso

nel mio ventre, allevia la sofferenza!!

.

SENI DI LILLÀ

Il rosso sudore dei seni di lillà mi rende feroce!

sono gonfi di fosforo i cuori delle tredicenni!

ruggiscono luce e mi leccano ferite dolorose,

come pioggia lavano il vecchiume che m’affligge!!

io sballo alla grande, brucio balzando

sopra ad una pazzesca distesa di rami!

e vola fin nella mia bocca la scapola di lei:

io canto ————————————

 

s’impennano febbricitanti come serpi i raggi di sole,

leccano la calda schiuma sanguigna attorno alla visione,

triturano papavero nel mio cervello!

i neri seni di lillà mi rendono così feroce!!!

.

MORENDO SONO IO L’ELETTO

I

Io sono morto, non ancora!

la morte siede scoreggiando sul vaso da notte –

la sua bocca e il buco del culo soffiano infetta schifosa

pappetta sul calor bianco della mia terra a trifoglio –

.

II

o tu Dio maleodorante e dalla canuta aureola

di lussuria come quella dei vecchi tori!

tu stai sui miei occhi come ghiaccio rancido

e sbevazzi il mio sangue!!

proclami tu cosa buona e giusta bruciare carne lardosa!

in questo secolo io mi ritrovo solo!!

.

III

imperla acceso sulla mia faccia il Tau

di cui sono gravido, come il catrame

del frutto che verrà – io vivo con un peso addosso –

come una donna prima del parto –

morendo io sono l’eletto!!

e quando vivo, io sono solo un puttaniere –

sebbene sia tu il mostro!!!

.

IV

io me ne infischio delle merdose vesti!

io il tuo corpo ingiallito lo calpesto!

io di svaghi per morire non ne ho bisogno!

non tutte quelle che tu riempi, diverranno poi puttane!!!

.

L’ANIMALE

Io mi piego animale alla tua bocca,

tornato sotto l’arco dei tuoi lombi rigati –

eccitanti i frutti alle tue mani maculate –

mi dissetano e mi fanno guarire.

Lenti cespugliosi fiocchi di capelli ricoprono

di neve stupide strofe ammaestrate dal dolore,

e come ubriaco di nuda furia il sangue nero

ribolle avvolgendoti come una pelliccia,

sfavillano attorno alle pallide mura i grappoli –

ecco grandinare la cascata dei tuoi denti,

il sale fluire nel mio torace spalancato –

rosso livido è il tuo bacio e mugghia di piacere

e beve e gorgoglia come da una bottiglia –

io sotto di te giaccio e cenere divoro.

.

GIÀ CORROTTO

Io lecco la pietra annerita dalle preghiere –

sulle mie labbra incerte fiorisce l’herpes –

io sputo contro il Dio che in ginocchio

gorgoglia con le ostie come un maiale malato –

allora rinculò come un febbricitante magnete

un livido grembo spalmato di denso umore,

selvaggiamente strozzato come da un capestro,

e sbatte come una tenda irrequieta

la carne della coscia, fuori dal busto –

mordono la paglia i lampi della falce,
sgocciolante del lattice di candide femmine,

quando la bocca dell’utero pulsa malarica –
e deflagra addosso al mio piede il fuoco fatuo –
penzolano dalle mie dita i fiori strangolati –
suppura premuto sui miei occhi un bacio –

e dal sudore dei fiori flagellati di bianco

una rossa pioggia d’aghi mi sorvola:

questa è Ofelia – la sposa squartata –

lei grida invocando un uomo ancora vergine!

mugghia spuntando dalle mie gambe un’erba oscura –

breve la mia vita, già m’ha corrotto!!

.

LA MORTE MI ECCITA

Quando battevo le strade nella vita passata

io mi sentivo libero come una troia –

così gonfio era il verde pavone del cielo,

soffrire per la nuova terra era scontato.

La crosta vaiolosa soffocò ogni riflessione –

i cieli d’ottone crollarono con tutti i loro segreti –

il dolore della resurrezione era avvenuto senza di noi

e per noi invocava a gran voce colpe sconosciute –

riposavano fredde nell’urna le torride estati ——-

 

io guardai sulle nostre mani e piansi –

nella sabbia diventavano esangui le orme –

e se non ebbi neanche il vile coraggio di farla finita,

fu a causa dei giovani ventri su cui rimavano poesie –

 

io pur d’avere una fetida luce arraffai l’ultima menzogna –

tuttavia nelle ultime finestre già s’allenava la putrefazione –

noi senza crederci parlammo di guarigione

e quanto ingorde le risate, al vacillare di Cristo ——–

 

oh Dio, aiutami” – noi rubiamo e scappiamo!

oh Dio, lasciami” – noi ti odiamo e vogliamo amore!

siamo pungolati da così tanti inferni!

bastiamo noi soli a comprare l’indulgenza!

sta ritornando l’estate – così tanto io ho patito –

fuggevole come i pesci è il bianco guizzante del tuo volto!

 

io non so niente di quello che i cuori ruminano –

io so solo che da qui al sole c’è il mio angelo!

urla chiara come una luce la morte che mi eccita! ———————-

mai nessuna bocca provò gioia così grande per un bacio!

.

GUERRA

Iodio, schiuma fenolica, sangue giallastro –

un carico di tonnellate di pus –

di baldracche insufflate come damigiane –

di pustole materne squarciate –

e chiusa nei vasi corazzati l’umana razza –

vermiforme galleggiare, con Cristo

abbruttito che disconosce la sua collera ——-

un’umida selva come arroventata

minaccia i bambini, induriti e vecchi,

ficcati dentro a trincee di fuoco –

corvi consumati dalla diarrea cacano

sulla statua gessosa il marcio distintivo,

l’inutile mostrina dei soldati ——

.

TEMPORALE

La luna ascolta suppurante –

sporgono da orbite porose gli occhi dei cavalli,

si dilatano come un preservativo

sui lubrici legamenti –

 

trasudano di luce al neon gli uccelli spellati –

compiono rapide insonni volute sulla ringhiera –

e un cimitero sovraffollato si gonfia

come un albero cirrotico nel vento –

sotto il tavolo un bubbone s’ingrossa luminoso –

un bambino tubercolotico brandisce

la sua tosse come una spada di legno –

e con la mano carbonizzata taglia via

in un lampo la corda che lega le bestie di Cristo,

recide le emorroidi della carogna di Dio

nelle sue spalancate fauci piagate,

e lassù svolazzano come nera difterite –

 

poi la pioggia balbetta sul grembo ricucito.

.

ADDIO

Mi levo del tutto verso l’alto – eretto – come fanno gli alberi,

quando sanno che è giunta l’ora di morire ——-

 

io devo andarmene via da qui!!


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