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Satisfiction » Jonathan Dee, I provinciali
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Recensioni Autore: Jonathan Dee / Fazi / pp. 440 / € 20

Jonathan Dee, I provinciali

Recensione di Livio Pacella
Jonathan Dee, I provinciali

Lo scrittore statunitense Jonathan Dee, sempre attento alla contemporaneità e ai suoi nodi problematici, arriva in questi giorni in libreria con I provinciali (Fazi, 2019, pp. 440, euro 20), suo ultimo romanzo e secondo tradotto in Italia da Stefano Bortolussi (che aveva già curato la traduzione del precedente, I privilegiati, per Neri Pozza).

L’America, dall’11 settembre a Donald Trump, attraverso la prospettiva di una cittadina di provincia: Howland, Massachusetts. Un romanzo corale, immerso in un’atmosfera di disfatta e negazione, dove sembrano esistere solo personaggi minori, poiché tutto, in questo libro, viene in un certo senso minorato, contraddetto, neutralizzato. E’ la grande America che si fa piccola, a partire dall’originale racconto del 9/11 -il capitolo zero- vissuto da uno squinternato narratore che si ritrova ad attraversare New York nella surrreale apocalisse di quel fatidico giorno. Dicevano che tutti gli appuntamenti erano cancellati a tempo indeterminato, che era la fine di tutto, ma perché avrebbero dovuto pensarlo? […] Broadway era immobile come la schermata di un PC. Nessuno in strada. Sulle prime, a dire il vero, averla tutta per sé era una bella sensazione, come in uno di quei film sulla fine del mondo. La città è paralizzata, poco a poco capiamo di trovarci nel 2001, e l’inquietudine è amplificata proprio dall’indifferenza del narratore, che non sembra minimamente scosso dalla gravità di ciò che sta succedendo. Stavolta tagliai attraverso Central Park, tanto per fare qualcosa di diverso. Entrai dal lato sud e ne uscii da quello nord. Un deserto. Con una giornata così. Avevano tutti paura, ma in realtà era solo un modo di fingere che quello che era accaduto li riguardasse, il che non era vero. O eri lì nel momento in cui era successo, oppure era qualcosa che avevi visto in tivù, punto. Invece ogni volta che accade qualcosa di grave è come se tutti volessero accaparrarsi la loro fettina di sofferenza. Era vero che nessuno sapeva che cosa sarebbe successo a quel punto (un evento così assurdo, qualcosa che non avresti mai potuto neanche immaginare, ti risveglia l’immaginazione alla grande), ma anche così la gente stava esagerando, scusate se lo dico. Insomma, controllatevi. Non eravate lì, non è accaduto a voi.

La negazione del pathos nazionale par excellence non è che l’inizio. La sofferenza del popolo americano è una finzione, una truffa. Ed una truffa lega questo cinico personaggio iniziale a Mark Firth, uno dei protagonisti, o non protagonisti: entrambi si incontrano nello studio di un avvocato della Grande Mela, perché raggirati, assieme a molti altri, da un truffatore a cui vogliono fare causa. La truffa, il raggiro, la finzione sono gli elementi cardine di questa storia che, assieme a Mark, si sposta finalmente ad Howland, che sarà teatro principale della storia. L’altro attore protagonista è un broker, Philip Hadi, che da New York, città ancora nel centro del mirino del terrorismo, con la famiglia si trasferisce nella cittadina del Massachusetts. Se Mark è dovuto andare a New York per rivalersi contro una menzogna, Philip porta la menzogna nel paese di provincia, tentando la strada della carriera politica locale, aiutato dal suo anticarisma: la caratteristica invero che permette agli uomini di disinteressarsi di quello che pensa la gente, ovvero di fregarsene del prossimo.

Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti. Alla moglie, al fratello, alla sorella. Mentre Hadi agisce in modo egoista e spregiudicato, tanto da indurci a leggere tra le righe un riferimento caricaturale a Trump. Il consenso è decisamente sopravvalutato, dice Hadi ad un certo punto. E qualcun altro chiede: Siete disposti a essere i suoi sudditi? E questa diviene la domanda chiave del romanzo, la cittadina di Howland essendo diventata metafora della nazione allo sbando che, lungo il corso della narrazione, passa dal crollo delle torri alla crisi finanziaria: il contraltare del sogno americano. Il rancore e il bisogno di rivalsa travolge allora tutto e tutti, dal microscopico al macroscopico. Non era questione di numeri. Una persona rappresentava la stessa sfida di dieci o venti, pensa Haley, la figlia di Mark.

I would prefer not to, diceva Bartleby. E così fa Haley che, al disagio confuso che sente, dopo che gli eventi sono precipitati, risponde con una protesta silenziosa, cercando così di sottrarsi al gioco delle influenze e di manifestare il proprio dissenso. Davanti alla finzione, sentimento che regna sovrano nel raggiro generale che è diventata l’America, sembra non restare altro che la negazione di questa finzione, attraverso la dissimulazione. Divenire consapevolmente personaggi minori, rinchiusi nella propria caparbia protesta di silenzio, non contro questo o quello, ma semplicemente contro, privando il potere stesso del potere di dirti di no.


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