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Satisfiction » John D. MacDonald, Cape Fear
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Recensioni Autore: John D. MacDonald / Mattioli 1885 / pp. 199 / € 16

John D. MacDonald, Cape Fear

Recensione di Livio Pacella
John D. MacDonald, Cape Fear

Da leggere: Cape Fear di John D. MacDonald, tradotto da N. Manuppelli, edizioni Mattioli 1885 (sic.) Eseguo sotto il sole della Croazia, tra lo schiumare delle birre e del mare. Ricordando l’omonimo film di Scorsese, realizzo di avere al mio fianco il regista Luca Immesi, cosa chiedere di più per una riflessione sermiseria ed assolata sull’odierno rapporto tra cinema e romanzo.
“John D. MacDonald è stato il grande intrattenitore della nostra epoca… secondo Stephen King.” Questo dico pigramente leggendo il retro del libro. “Uhm” mi risponde il regista -”sai che King ha odiato la versione cinematografica di Shining realizzata da Kubrick?” “Non ci credo.” “Oh sì. Tanto che ne ha voluto girare una versione tutta sua, anni dopo: assolutamente mediocre.” “Fuck. Beh, Kubrick può piacere o meno…” “Vero, ma rimane un maestro, senza se e senza ma. Com’era il romanzo?”
Già… Com’era il romanzo? Uhm… Vertiginosa macchina narrativa… Tensione che si accumula pagina dopo pagina… Catartica resa dei conti finale… Che non c’entra niente con la fine di Scorsese, hollywoodiana oltre ogni misura…
Max Cady (De Niro) criminale psicopatico, pura irrazionalità bestiale.
Sam Bowden (Nick Nolte) avvocato e padre di famiglia, indolente forma della civilizzazione. Niente può fermare Max, forza primordiale inarrestabile, poiché Max non ha più niente da perdere. Sam, invece, ogni cosa: il lavoro, il benessere, la famiglia… E quando non hai più
niente da perdere, la dialettica hegeliana servo padrone è tutta dalla tua parte, tu vincerai lo scontro, tu sarai il padrone. Perché niente può più zavorrarti durante lo scontro. Come combattere il puro terrore, quello dei mostri sotto il letto, o dentro gli armadi, quando non sei più un bambino, ma il terrore è lo stesso?
“Hey…” Mi dice Lu “a cosa stai pensando?” “Alla paura e ai suoi promontori. E tu?” “Al cinema… E alle sue storie. Perché senza storia non c’è cinema. Prendi Kubrick: aveva subordinate case di produzione. Avevano tutte nome di rapaci: Hawk films, Peregrine Production, Harrier Films, ecc. Prendiamo la Hawk -falco- era incaricata di leggere e recensire storie, libri, romanzi… Tanti non sapevano nemmeno di stare lavorando per Kubrick.” “E poi?” “E poi, una volta che il falco aveva cacciato la giusta preda, bisognava cominciare a trasformarla in una sceneggiatura. Kubrick si avvaleva sempre di collaboratori per la stesura della sceneggiatura.” “Perché?” “Per essere aiutato, o costretto, a mettere a fuoco quell’operazione che è il primo passo che va dal libro al film.”
Un passo magico, in effetti, il primo di una lunga serie, per compiere un’operazione magica. Per questo c’è bisogno di tutta la lucidità possibile, di collaboratori che siano lucidi mentre tu ti incammini verso le lande del sogno ad occhi aperti. Perché l’autore di cinema non cerca di inscenare la visione di un libro, ma parte da un libro per trovare la propria visione… “Ci credo che King abbia scazzato con Kubrick.” E Lu mi risponde: “E quando invece Kubrick stava girando Lolita da Nabokov chiese di lasciare Peter Sellers assolutamente libero di muoversi ed agire davanti alla macchina da presa.” “Nonostante la sceneggiatura…” “Ma certo. L’essenziale era mantenere lo spirito del libro, a costo di tradire l’autore stesso…” “Chissà” dico io “forse anche MacDonald si sarebbe ribellato alla versione di Scorsese.” “Mah. Per Kubrick si trattava di decifrare un codice. E poi ricodificarlo nella sua visione, che è il cinema.” “Che è il senso del cinema…” “Puoi dirlo forte.” “Fuck Cape Fear.” “Ci andiamo a bere una birra?”
Puoi dirlo forte.

Livio Pacella

[Con la partecipazione straordinaria di Luca Immesi]


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