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Satisfiction » Jill Dawson anteprima. Il talento del crimine
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Inediti 03.12.2018

Jill Dawson anteprima. Il talento del crimine

1964, campagna del Suffok, Inghilterra. La scrittrice Patricia Highsmith ha scelto un cottage in questo luogo tranquillo e appartato dove scrivere il suo nuovo romanzo. A farle compagnia le sue amate lumache, la pittura e gli incontri segreti con l’amante Samantha. A turbare la tranquillità, invece, le visite di una giornalista su cui aleggia un mistero, Virginia Smythson-Balby, e la presenza di un fan fin troppo “presente”. E, infine, anche l’irruzione della violenza nella sua vita. È in questa trama portata all’estrema sintesi che emerge, quasi fosse “reale”, la figura di una grande scrittrice dalla penna di Jill Dawson nel suo Il talento del crimine, in uscita da Carbonio Editore (traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini). Un testo in cui il piano della realtà e quello della finzione si strutturano in un rimando continuo – si direbbe da manuale – a una minaccia incombente che, pagina dopo pagina, prende corpo e sostanza, avvolgendo la scrittrice creatrice di Tom Ripley. Ed è così che la maestra del thriller psicologico se ne trova a sua volta immersa. Il plot è insieme intrigante – non capita spesso di imbattersi in un io narrante che si chiama Patricia Highsmith – e perfetto, e la scrittura della Dawson terribilmente efficace nella costruzione e nell’introduzione del perturbante nel racconto. Parole, osservazioni e particolari utilizzati nella narrazione sono una vera e propria guida per la costruzione della suspence.

Paolo Melissi

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Finì la sigaretta e la spense sotto la scarpa. Le parve di cogliere uno scricchiolio di pneumatici sulla ghiaia, dalle parti del municipio che si trovava accanto alla chiesa. Colta da un impulso irresistibile, si chinò in avanti per disperdere con la mano la cenere gettata per terra, fece sparire il mozzicone nella tasca della giacca, guardò a sinistra e a destra lungo la strada, come la protagonista di un brutto film intenta a cancellare gli indizi. Ogni gesto compiuto con cura, la sensazione di vedersi dall’esterno. Era una cosa che le capitava fin da quando era bambina, la chiamava narrazione di sé. Pat fece questo, Pat fece quello – una cronaca incessante che non c’era modo di arrestare.

Rovistando nella tasca, trovò la lumaca che aveva raccolto il giorno prima con l’intenzione di portarla a casa. La avvicinò al viso per esaminarla. Un’osservatrice meno attenta avrebbe pensato che la piccola creatura avesse già abbandonato il guscio, ma lei sapeva che era ancora lì, nascosta. Le aveva lasciato una foglia d’insalata e adesso sentì ciò che ne restava, piccoli frammenti appassiti, e il minuscolo guscio che sobbalzava a ogni suo passo come un sassolino portafortuna.

Il suo umore migliorò al pensiero di mostrare la lumaca a Sam, le bellissime striature marroni e crema, il corpicino che si protendeva cauto, le antenne che si agitavano curiose. Si affrettò alla volta di Bridge Cottage, avanzando senza bisogno di una torcia elettrica perché la luna inondava ogni cosa con la sua luce lattea: la cabina telefonica, l’orto, le pompe di benzina sul piazzale accanto alla casa. Il cielo minacciava pioggia e lei non voleva sporcarsi di fango le scarpe lucide. Il profumo di legna bruciata era svanito. Niente macchine ora. Nel villaggio piacevolmente noioso non c’era nemmeno una luce accesa. Quando afferrò la maniglia, scostando il ramo rinsecchito di una rosa rampicante, si rese conto di essersi dimenticata di chiudere a chiave la porta d’ingresso. Di nuovo si irrigidì. E se qualcuno si fosse introdotto in casa mentre lei non c’era?

JILL DAWSON AUTHOR: COPYRIGHT TIMOTHY ALLEN 28/2/06

Entrò, preceduta dal solito cigolio della porta: il soggiorno immerso nell’oscurità, un tappeto turco sbiadito, il rosso e il blu ormai irriconoscibili. Annusò l’aria, rilassando le spalle. Non c’era nessuno. Nessuno l’aveva seguita. Forse stava perdendo la testa. Forse era pronta per la camicia di forza. L’odore del cottage era lo stesso di quando era uscita: umido, inglese e improbabile. Sì, tutto era proprio come aveva sperato. Earl Soham era un luogo insignificante. Ancora una volta si ritrovava nel bel mezzo del nulla. Un villaggio isolato. E lei, nascosta, invisibile, inosservata. Era perfetto.

(…)

La Smythson-Balby sorseggiò il suo tè e all’improvviso fece una smorfia – di sicuro aveva trovato la poltiglia di foglie sul fondo (Ronnie non era riuscito a scovare il colino di Pat, che doveva essere in uno degli scatoloni). Quando si sporse in avanti, la camicetta di seta si aprì appena e lei distrattamente si toccò la scollatura.

Quindi questo sarà il suo… decimo giallo, giusto? E dopo aver vissuto… a New York e aver viaggiato in tutta Europa per molti anni, tra Venezia e Parigi, ha deciso di ambientare quest’ultimo libro in Inghilterra?”.

Il mio decimo romanzo di suspense. Uno dei libri che sto scrivendo s’intitola proprio Teoria e pratica della suspense. Non del giallo, non del poliziesco. Come le ho detto quando abbiamo parlato al telefono, non amo il termine ‘giallista’. Dostoevskij ha scritto storie di suspense – vale a dire, storie in cui è tangibile un senso di minaccia, di pericolo, di violenza imminente. Non mi vergogno di appartenere a questa categoria”. La Smythson-Balby sorrise ma non si scusò.


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