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Satisfiction » Impressioni su alcune poesie da “Non chiedetemi l’ora” di Mimma Faliero
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Lapislapsus 20.11.2018

Impressioni su alcune poesie da “Non chiedetemi l’ora” di Mimma Faliero

di

Impressioni su alcune poesie da “Non chiedetemi l’ora” di Mimma Faliero, Eretica Ed. 2016, pp.97

Sillabe di polvere

Siamo sillabe di polvere

in un deserto di Attese.

Lo sguardo perso all’orizzonte

gli occhi fissi alla terra.

La notte ingoia i desideri

mentre il giorno piange gli orrori.

#

V’è, mi pare, nella poesia di Faliero, un senso di caduco e d’effimero, ma allo stesso tempo nulla è più aperto alla luce dei versi che invocano le attese, e nella frammentata e orrenda condizione umana, una dissociazione felice: un corpo prigioniero della terra e uno sguardo all’orizzonte. Appare, mi sembra, nella sua poesia, forte il contrasto tra materia e spirito, tra quel che è percepibile nell’immediato e quel che ci trascende: Lo sguardo perso all’orizzonte / gli occhi fissi alla terra.

#

VIII

Ho scordato persino il colore dei tuoi occhi,

la curva malinconica delle labbra

l’andatura del tuo passo

e lo scirocco trascinò via

anche il profumo della tua pelle.

Mi resta il sapore,

quello rubato agli anni

che come un amaro miele ingoio

fingendo di non assaporarne il male.

#

Il corpo. La sua ombra: i versi liberi lasciano andare la materia a quell’aura che non è solo aggettivale e pleonastica, ma proprio essenza della corporeità stessa, e resta, pur nell’assenza, a fare come invasione, o forse a lasciarne le tracce. Una certa poesia della tradizione si muove in queste liriche, pure mai epigonale è Mimma Faliero. Una lacerazione che dissocia, anche qui, il fingere che il ricordo non ci affoghi nella sua amarezza. Ma è così tanto più forte la parola che resta a discapito degli occhi che non vedremo più. La poesia si arresta, pure se lo scirocco trascinò via / anche il profumo della tua pelle.

#

Le unghie del sonno

Quando

dall’ingorgo del giorno

si fa strada la sera

le unghie del sonno

scavano assetate

tra piaghe latenti

di accessi dannati

e da silenzi chiusi

in trappole sacrificali

un suono sgorga

un profumo

una sillaba muta

a ridestare dal lutto la carne.

#

A volte, rinunciando del tutto alla punteggiatura, la lirica diviene quasi un automatico incontro con il reale, e in effetti tutta la poesia dovrebbe esserlo, incontro simile a quello che rende parola il fiato, quando l’aria la si fa vibrare attraverso il meccanismo fonatorio della bocca. Spesseggia, pure nella linearità del dettato poetico, la permanente stortura inconscia che associa materia e immateria, dentro e fuori: le unghie dell’inconscio vestito da ‘sonno’, è lì, nella resa di ogni difesa, nell’abbandonarsi alla latenza del dolore che, quasi sfregando la materia plastica della poesia con i ricordi immobili, è lì che si genera la scintilla, il suono, il profumo: la poesia scritta, la poesia letta: pare che dall’informe la forma simbolica prenda vestito di poesia: e da silenzi chiusi / in trappole sacrificali / un suono sgorga…

#

Gusci vuoti

Riaffiorano ai giorni

nudi

i nuovi pensieri:

sterpi esili

cullati dal moto

gusci vuoti

abbandonati dalla risacca.

Ché a volte

dalle cose rimorte

senti l’odore di una pacata resurrezione.

#

La poesia di Faliero costeggia il vuoto d’esistere che pur ci appartiene e ci sostiene. Il vuoto che si fa cripta nella nostra esistenza, dolore intoccabile. Dal caos nasce il verso ordinato che sistema l’informe, e dalle cose rimorte nasce la resurrezione: passaggio, quello da rimorte a resurrezione, a fine verso, che evoca la paronomasia ‘rimorte – risorte’, bisticcio che Stefano Agosti avrebbe ben letto in chiave lacaniana, o attraverso il Matte Blanco dell’inconscio come insieme infinito: la logica simmetrica dell’inconscio stabilisce che morto è vivo e vivo è morto. Ritorna anche qui la gradevole assonanza di modi differenti, le discordanze rappacificate nel verso libero che lambisce il racconto. Simile è il mare, il flusso continuo che rotola gusci e conchiglie. E l’immagine di questa materia si trasfigura e si sfoga pacata nell’odore, nell’aura eccedente del corpo, il resto delle cose.

#

XXI

Per ogni tuo bacio distante

un sapore che resta

per ogni parola persa

un suono.

Tra un oceano di treni

nella notte

ti riconoscerei

per il tuo cuore franto

che conosce ferito il mio indicibile,

per le tue ruote bagnate

laggiù nell’ombra,

per il tuo profumo

lungo quella riga

di respiro moltiplicato

dove annuso,

tra ferramenta di desiderio

in un sonno senza radici,

la tua azzurra fragranza.

#

Altra parola chiave della poesia, oltre a vuoto, è desiderio. Il desiderio distingue la poesia da quella che ne ha solo la parvenza, a mio vedere e sentire. E non è detto che la parvenza scalzi il reale e col tempo diventi essa stessa il ‘reale’. Come dire che la menzogna d’oggi diverrà la verità di domani. Per ora, anche dopo, regno della poesia resta quello dell’indicibile, torno torno a questo impossibile a dirsi, si disfa in parola la corona di versi come le labbra attorno ai suoi baci. E è questa continua ondivaga esperienza di permanenza e trascendenza, di verso rotto che non indugia nell’enjambement, quasi a elencare uno stato di cose che è anche stadio di cose, passaggio. Il non tutto che muore si disfa solo della presenza, ma lascia, tormenta e salvezza, l’immateria della sparizione, dell’abbandono. Quasi che oggetto toccato da persona sparita nel nulla, conservi l’aura del proprietario: una psicometria degli affetti, questi versi quotidiani, onirici, nel continuo trapasso dall’essere ora al ricordo di poi.


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