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Satisfiction » Il valore del Pane e l’oscenità del Ferro. Anteprima e intervista a Massimiliano Santarossa
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Inediti 03.06.2019

Il valore del Pane e l’oscenità del Ferro. Anteprima e intervista a Massimiliano Santarossa

di

Manca ancora qualche mese all’uscita della nuova fatica – mai termine fu più appropriato – di Massimiliano Santarossa: Pane e Ferro. L’autore, che Satisfiction ringrazia, ne parla in questa approfondita intervista firmata da Alessia Bronico.

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IL VALORE DEL PANE E L’OSCENITA’ DEL FERRO

Discussione sul nuovo romanzo di Massimiliano Santarossa

di Alessia Bronico

«L’ultimo romanzo!», aveva detto riferendosi a Padania (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016). Chissà in quanti a tirare sospiri di sollievo, non è facile avere a che fare con un contestatore nato, che usa la parola come vendetta, che mostra con puntuale chiarezza i colpevoli e difende gli ultimi. Massimiliano Santarossa non smette di scrivere, no. Dopo sei romanzi, due raccolte di racconti, un pamphlet politico letterario e numerose pagine pubblicate su riviste e quotidiani, il ciclo della periferia e del «degrado urbano», per usare le stesse parole di Lupo e Bigatti nell’antologizzare i suoi testi in Fabbrica di carta (Editori Laterza, 2013) giunge a termine, trova una naturale estinzione, del resto Santarossa ha concretamente raccontato la fine del Nordest, e forse, come per altri scrittori realisti, la fine di un luogo determina appunto l’eclissarsi d’una scrittura.

Pane e Ferro, la sua ultima fatica, costata tre anni di lavoro, un tempo di scrittura e silenzio particolarmente ampio, che arriverà nelle librerie a metà settembre, apre una nuova prospettiva letteraria. Lo scrittore va al Novecento, torna indietro per raccontare il secolo “breve e interminabile”, che pare non aver alcuna intenzione di lasciarci, la parola si sposta dall’asfalto alla terra.

Massimiliano Santarossa è uno scrittore realista, resistente, che ha ben chiaro il compito della letteratura: rimaneggiare le regole, dare parola a chi non ha la forza di farla sentire, restituire a questi uomini dignità, stare dalla parte di chi “urla nella notte”, in sintesi essere la loro voce. «La letteratura non è un concorso di bellezza morale.» Philip Roth, Perché scrivere (Einaudi, 2018)

L’origine – La fabbrica

Partiamo da un piccolo Massimiliano, il bambino. Lo so, sembra essere un riferimento alquanto poetico, eppure noi siamo modellati dagli accadimenti. Quanto è pesata la mancanza viva di un padre e quello del tempo di una madre?

Ho sempre pensato, e in seguito scritto, che ogni persona è ben più figlia dei luoghi dove è cresciuta, che dei propri genitori. Su questo modo di ragionare rispetto al passato mio, e a maggior ragione rispetto al passato delle persone che ho incontrato lungo gli anni, ho modellato il mio modo di vedere il mondo, i suoi movimenti, quindi gli individui che vivono e formano questo caotico complesso chiamato “società occidentale”. Per quanto mi riguarda, essere rimasto orfano a sei anni di padre e per molto tempo aver subito l’assenza di una madre costantemente impegnata a mandare avanti la magra economia di casa, ha naturalmente determinato una scelta letteraria definita, composta da vuoti e pieni, luci e ombre, un luogo netto, che per quanto sia nei miei testi libero dallo sciocco moralismo cattolico-italico, resta il posto dove sono cresciuto, una terra “bastarda”, in un paese a metà, di campi sterminati e di palazzoni popolari, né veneto né friulano, pertanto vivo, come ogni cosa che nasce contaminata, quindi non definita. Poi, devo ammettere, che la morte precoce di mio padre, morto di fatica da lavoro in fabbrica, mi ha forse spinto a guardare con maggior fretta a ciò che stava di fuori dalla mia famiglia rimasta a due. Una specie di accelerazione nel diventare scrittore. Immagino sia andata così.

La scuola. Da ragazzo la scuola non è stato un ambiente a lei congeniale, alle elementari era inserito nella “classe dei bambini indietro”, alle superiori sospeso e cacciato dall’Istituto, tuttavia firma il suo decimo libro, Pane e Ferro. Cosa mancava e manca alla scuola, secondo lei? Glielo chiedo da insegnante.

In italiano credo di non aver mai superato il 4. Avevo difficoltà a ricordare la struttura grammaticale, ogni regola mi sfuggiva dalla testa. Seguivo un tamburo, un ritmo interno, tutto mio. Decenni dopo ho compreso che era una specie di “argot”, né più né meno mi esprimevo con le parole della terra e dell’asfalto. Tuttavia, la scuola italiana l’ho conosciuta poco e male, negli anni Ottanta del Novecento, come sintetizza lei. Non sono certamente uno che può dire cosa manca alla scuola. Poi, le dirò, oggi che sono padre e a quarantacinque anni guardo alle cose del mondo da adulto, ho compreso che quando manca qualcosa allo studente, manca sempre alla persona, all’individuo, o alla famiglia d’appartenenza. Non certo si possono imputare colpe alla scuola, all’istituzione in genere. Viviamo ognuno in balia del proprio libero arbitrio. Diffido dei genitori che delegano l’educazione, come diffido dei professori “educatori”, i primi facciano i genitori educando, i secondi facciano i professori insegnando, ognuno al meglio conduca il proprio compito. Non venga data alla scuola altra responsabilità che non sia l’insegnamento. Per primo, io stesso, una volta allontanato, ho dato ragione a chi mi aveva sbattuto la porta in faccia. Il riscatto è partito l’istante dopo tale gesto autocritico. Il mese dopo mi è venuto naturale investire buona parte del mio primo stipendio d’operaio in libri.

Inizialmente firmava i suoi racconti con uno pseudonimo, perché, poi, è uscito allo scoperto?

Ero davvero molto giovane, un ragazzo impegnato a descrivere ciò che accadeva all’ombra della periferia della città, una città piccolo borghese fatta di banche e fabbriche, dove tutto doveva filare liscio, a detta dei giornali locali e delle due tv cittadine, e io non avevo certo la biografia dello scrittore. Era tutto più grande di me: il conflitto che stavo mettendo in atto sapevo dove iniziava ma non dove mi avrebbe portato, tuttavia ne percepivo il peso. Parliamo di decenni fa, ormai. Quindi per svariati motivi, firmavo con uno pseudonimo e solo un redattore della rivista dove pubblicavo sapeva chi fossi. Poi, di mese in mese, di numero in numero, iniziò a crescere l’interesse dei lettori per quei racconti “esagerati”, ma cresceva anche la diffidenza verso questo sconosciuto “Vez”. Tanto da mettere in dubbio la realtà narrata. Si disse che era pura finzione, ciò che descrivevo: sfruttamento nelle fabbriche, droga nelle piazze, violenze famigliari, tensioni sociali, povertà diffusa. Così iniziai a firmarli, come gesto di realismo: “Ci metto nome e cognome e invito tutti a vedere come funziona per davvero la città, tra le sue oscurità”; quel giorno del 1999 decisi che sarei diventato per davvero uno scrittore, smettevo di giocare. Il primo risultato fu un conflitto politico con il Sindaco dell’epoca, qualche tentata denuncia d’un avvocato e dei palazzinari locali, ma soprattutto la perdita dei miei amici, venni estromesso dal “branco” quale traditore di segreti indicibili. Uno scrittore paga sempre un prezzo elevato.

I suoi primi libri hanno al centro la «gioventù» oltre che la fabbrica, l’animo dei giovani l’affascina per quale motivo?

In verità non ho una fascinazione per l’animo dei giovani. Ho un innamoramento smisurato per l’anima delle persone, quando è crepata e si vede dentro, quando la mostrano rotta, e pensano sia irreparabile, allora lì la letteratura può essere utile nel dimostrare che “ci siamo passati tutti in quel dolore”. In merito alla questione generazionale nei miei romanzi, a ben vedere la mia scrittura è cresciuta a pari passo con me. Raccontavo i ventenni a vent’anni. I trentenni a trenta e così oggi faccio con i quarantenni e cinquantenni. Mi sono limitato a narrare l’Italia da un punto di vista diretto. Non gioco con le età. Sono utile, come scrittore, solo se compio un lavoro di sintesi del caos della realtà, se mi riesce allora riesce il romanzo. In Pane e Ferro invece ripercorro il Novecento, si è amplificato il mio interesse verso il tempo passato, presente, futuro, e credo sia aumentata l’ambizione personale, anche; insomma ho ampliato la prospettiva spazio-temporale. Un nuovo inizio.

Dopo l’espulsione scolastica comincia a lavorare in fabbrica, qui vive col e sul corpo la fatica che racconta nelle pagine. Cos’è la fabbrica? Mi affido ai versi di Giudici: è un luogo in cui «ciò che dai non fa ritorno/dal te stesso da cui parte»?

Non esiste una risposta alla sua domanda, cioè non una risposta collettiva. Mia madre, operaia, e con lei i suoi compagni al Cotonificio Veneziano, nel primo dopoguerra erano operai “felici”; lavorava le notti sotto getti d’acqua bollente, dieci anche dodici ore per notte, eppure andava cantando a lavorare, in gruppo con le amiche, sulle prime biciclette, ragazze allegre del proprio futuro. Poi si è innestato il virus del degrado, dal produrre oggetti si è passati a produrre parti di oggetti, affrettando la velocità, la micro-serialità, la catena di montaggio ha preso lo spazio del banco di lavoro, di anno in anno s’è perso il piacere del lavoro che porta al prodotto finito, l’operaio è diventato macchina e ha perduto il senso dell’uso delle mani e l’orgoglio del proprio impegno. L’industrializzazione ha motorizzato innanzitutto l’essere umano, svuotandolo dell’antico senso del fare. Tempo un decennio e le fabbriche sono divenute niente di più e niente di meno che delle galere. Con la conseguenza del conflitto di classe, ma ancor peggio del disgusto verso il proprio lavoro. Nulla di peggio per un essere umano, che odiare ciò che fa. Per quanto mi riguarda, a me sono bastati pochi anni trascorsi in fila in una catena di montaggio per non scordarla più. E così m’accorgo che in ogni mio romanzo, torna sempre quell’idea di schiavitù dell’uomo, dell’uomo robotizzato intendo, incarcerato dagli oggetti che avvita, avvitato esso stesso nel ferro. Tanto portava valori il pane, tanto porta oscenità il ferro.

Il Viaggio –Il Nordest

Viaggio nella notte e Il male (Hacca) sono percorsi che non prevedono una risalita ma una discesa all’inferno, l’inferno degli ultimi. Lo stile visionario non consola affatto, a tratti ossessiona ma ci pone in empatia con i protagonisti. Se presto s’impara che la felicità è temporanea o inesistente, mi pongo il problema della speranza e giro la domanda a lei: la speranza è latitante?

Gli scrittori attraverso la letteratura si sono da sempre interrogati sul termine “speranza”, dai filosofi greci a oggi, e non mi risulta che qualcuno abbia mai trovato una risposta all’interrogativo posto. Ciò che non è identificabile e toccabile, ciò che non si può possedere intendo, di per sé non esiste, e pertanto la “speranza”, che è simbolo (quanto la felicità) di spiritualità, non esistendo va oltre la latitanza, non c’è proprio, se non per brevi momenti. Uno scrittore ha il compito non di raccontare brevi momenti ma di narrare vite, società, i loro sviluppi, le cadute etc. “Viaggio nella notte” e “Il male” non sono romanzi senza speranza o privi di felicità, molto semplicemente non contemplano tali piani, per andare a fondo al resto della vita, che è un resto molto, molto, più ampio. Quei due romanzi, tradotti in Francia e Turchia, credo siano più comprensibili all’estero, dove i lettori guardano più volentieri alla riuscita di un romanzo, che non alla sua facile interpretazione o livello d’intrattenimento.

Metropoli (Baldini&Castoldi, 2015) sembra, apparentemente, un lavoro diverso dai precedenti, tuttavia seppur in uno scenario “futurista”, il centro del raccontare è sempre la schiavitù, l’attualissima sempreverde schiavitù. Lei è un fatalista alla Houellebecq?

Credo di essere un fatalista, sì. Non ho mai ragionato molto su cosa io sia o l’impressione che posso dare, di me, ai lettori. Non ho mai scritto una sola riga pensando a un lettore ipotetico, lo trovo irrispettoso della libertà sua. Tuttavia, stimando la letteratura francese più d’ogni altra, da Céline a Houellebecq, credo di esserne rimasto in qualche maniera condizionato, insomma abbiamo tutti i nostri maestri, Céline è decisamente il mio. Metropoli racconta l’Europa e la sua disfatta, nel 2050, ma a ben vedere è una distopia dell’attualità e nulla più. Esempio ho ricevuto diverse e-mail di persone che durante le visite mediche in ospedali italiani si sono sentiti come Marcus di Metropoli, e così di molti lavoratori costretti a turni e fatiche seriali nei magazzini della grande distribuzione, senza parlare cosa accade nei nostri mari a chi tenta una nuova vita. Pertanto è l’Occidente fatalista, un enorme corpo fatalista, io non vado oltre al racconto di quel corpo.

Ha condotto i suoi lettori nel Nordest, Padania è stato il culmine e fine del viaggio. Un territorio dominato dal denaro raccontato da un punto di vista differente, non dal basso, per intenderci. Con Padania termina un ciclo, perché il Nordest è morto, se è morto?

Sì, il Nordest è morto, almeno da dieci anni. Nel 2008 con la grave crisi economica e dopo il 2013 con l’esplosione delle banche locali venete, è crollata la spina dorsale e l’anima di questo sistema economico. Il Nordest negli anni Ottanta ha superato il concetto di Dio, del Dio cioè della Democrazia Cristiana, che già aveva sotterrato il Dio cristiano di misericordia, giungendo a un Dio altro, il Dio danaro, cioè lo sviluppo, la produzione, il Pil interno. Crollata l’economia è crollato il corpo di quel tipo di Dio veneto, e non è più stato sostituirlo con uno nuovo Padre. Da lì i suicidi di imprenditori, banchieri, le crisi umane di politici arrestati etc. Cavagli i soldi gli cavi il Dio bancomat, cavagli il Dio bancomat gli cavi l’anima.

Solitari, Padani, umani è uno spettacolo che ha portato nei teatri a lungo insieme al cantautore Pablo Perissinotto. Qual è stata la reazione degli spettatori e cosa vuol dire pronunciare la parola in teatro, una parola di denuncia?

Perissinotto è un ottimo cantautore, assieme abbiamo riempito teatri da centinaia di posti, proponendo uno spettacolo nato da Padania, in particolare da un reportage a piedi da me fatto tempo fa, camminando nelle nuove geografie veneto/friulane, tra aree industriali dismesse e palazzoni popolari che passavano di mano dai poveri italiani ai poveri stranieri. Una mutazione antropologica delle geografie territoriali e umane, che ho provato a raccontare vivendola prima a piedi. Hanno compreso in molti lo spettacolo, tanti lo hanno amato, diversi se ne sono andati invece inorriditi, lamentandosi al solito che la visione era troppo cruda e pessimista. Tutto nella norma. C’è sempre una parte di lettori e pubblico che pretende l’intrattenimento, la risata, la leggerezza. Ma non occupo tempo a pensare a quel genere di pubblico.

Quanto è importante che uno scrittore incontri le persone, anche fuori dai luoghi convenzionalmente deputati ai libri?

Non so bene cosa intenda con questa domanda, nel senso che per quanto mi riguarda, io non incontro nessuno. Sto in casa, sempre e solo a leggere e scrivere. E quando vado al bar sotto casa, i gestori e le persone sono molto gentili con me, non mi chiedono quasi mai del mio lavoro, a volte una firma su un libro, al massimo una battuta sulla foto nel giornale, ma per il novanta percento del tempo che passo al tavolo stiamo a una certa distanza. Questa certa distanza è importantissima per la mia osservazione, dall’ultimo tavolo osservo e ascolto il mondo: la politica, le loro vite, delusioni, amori infranti; non credo sia importante “incontrare” le persone, per uno scrittore, ma “ascoltarle”. Io non sono protagonista di nulla. Sto all’angolo. Le persone sono i protagonisti. Solo così posso scriverne.

L’approdo – La terra

Pane e Ferro uscirà tra pochi mesi, una strada nuova rivolta alla terra, al popolo. Ce ne racconti la genesi, perché questo spostamento? Padania, non doveva essere il suo ultimo romanzo?

Padania ha chiuso un ciclo, dai critici chiamato “della periferia dell’anima”, fatto di quindici anni di scrittura. Nel 2015 mi chiesi se avesse senso continuare, avendo scritto e pubblicato ciò che conoscevo a fondo. Davanti al rischio di ripetermi, decisi fosse entusiasmante smettere a 40 anni. Fu lunga la riflessione, profonda. Poi un giorno presi dei vecchi appunti, un abbozzo di “romanzo da scrivere chissà se e chissà come e chissà quando”, risalivano al 2010 e in venti pagine, punto per punto, avevo sintetizzato una storia famigliare dal 1895 all’eclissi dell’agosto del 1999, nonno, padre, nipote, mogli, donne, operai, preti, padroni, animali, terra… Un progetto di romanzo enorme per ampiezza tematica, enorme per me dico. Era l’unico modo che avevo per non abbandonare la scrittura: tentare la scalata alla montagna più alta. Poi c’è la questione delle rate da pagare, del mutuo. Sono mica tanto diverso da Céline, quando ammetteva che in qualche modo bisogna pur vivere. E la scrittura mi dà da vivere. Un discreto reddito.

Che legame ha lei con la sua terra, con le tradizioni, che significa essere friulano?

Un legame combattuto, contrastato. Per anni ho provato la fuga, per poi comprendere che senza il colore marrone di questa terra e blu di queste montagne e grigio di questo cielo, non avrei scritto più una sola riga. Indispensabile per la riappacificazione è stato anche un testo importantissimo per la mia regione, I Senzastoria di Tito Maniacco, un volume vecchio di quarant’anni da me curato in una nuova edizione, ecco, è stato l’ultimo passo di riavvicinamento al Friuli, quel testo. E poi interminabili camminate tra i campi attorno al paese dove vivo, da quelle giornate l’idea di dare vita a un luogo nuovo: Paesenovo. Il centro delle vite famigliari e della storia nel prossimo romanzo.

Dire Friuli, pensare a Pasolini. È d’obbligo chiederle quale influenza abbia avuto su di lei, ma vorrei sapere appunto anche di Tito Maniacco e degli autori amati, penso ai già citati Céline, Houellebecq, Camus… Dire Santarossa, pensare allo scandalo. Quali sono gli autori che detesta?

Nel 1990, a 16 anni, in fabbrica, dalle 12,03 alle 12,57, avevo l’abitudine di nascondermi come un topo dietro la schiena di ferro verde e ruggine della pressa, un enorme mostro che ogni 7 minuti vomitava un blocco di polistirolo alto tre metri, largo due e spesso mezzo, che dovevo trasportare a spalla dalla zona pressa alla zona taglio, dalle 8 alle 17, spesso 18 e oltre. Quei 54 minuti di pausa li passano mangiando dalla gamella di alluminio dei blocchi di pasta dura, tiepida, rossa, filamentosa di formaggio fuso, che mia madre preparava all’alba. Appena ingurgitato l’ultimo blocco di roba, prendevo Post Office di Bukowski e a seguire gli altri suoi romanzi e leggevo, leggevo, leggevo, finché non suonava la sirena. Poi la mia vita è cambiata, grazie ai libri, e così le letture sono diventate più mature, più ricercate, e poi sono diventate studio e infine scrittura. Grandi autori come Pasolini, Céline, il friulano Maniacco, Camus, i recenti Houellebecq, Updike, Roth, De Lillo, e moltissimi altri, in fondo mi hanno insegnato un atto di resistenza. Non avendo avuto un padre al quale chiedere consigli rispetto alla vita, ho trovato da adolescente in Bukowski un ottimo consigliere (ben più morale di quanto si pensi, e chi lo ha letto bene sa) e negli altri dei veri padri, letterari, come un figlio appunto chiede al padre i segreti d’un mestiere, io, in loro, ho cercato innanzitutto il segreto per resistere alla solitudine che pretende il mestiere dello scrittore. Li leggo, mi faccio coraggio. Poi il discorso sulla parola, la metrica, l’argot, il talento o meno viene a seguire. Con quegli scrittori intrattengo prima un rapporto da figlio che pone domande al padre.

Lei poi mi chiede quali detesto. In verità dopo tanti anni di mestiere ho imparato a non perdere più un attimo di tempo verso chi potrei detestare. Se osservo gli scrittori che vanno in televisione, che pubblicano romanzi seriali come produrre lavatrici, che usano i lettori a scopo di vendita, scrittori devoti alle tirature piuttosto che alla Parola, ecco basta indagare le classifiche dei più venduti in Italia e la risposta vien da sé. Ma su questo non vorrei perderci un secondo di più. Faccio proprio un mestiere differente, che è quello dello scrittore realista. Ognuno va per la propria strada.

Di qua e di là, ogni tanto, s’indaga sullo stato di salute del romanzo e dell’editoria. Che mi dice, siamo prossimi al decesso?

Il romanzo è cambiato molto in questi anni, nella forma, si è reso più complesso e non intendo unicamente in merito al postmodernismo, alla ricerca estrema sulla parola e la forma, dico che si è naturalmente arricchito dei conflitti e delle storture della società moderna. Quindi un romanzo canonico, inizio/sviluppo/chiusura/chiara voce narrante etc, non è più sufficiente, su questo probabilmente siamo in molti d’accordo. Lo aveva predetto Pasolini nel febbraio del 1975, pochi mesi prima di venir ammazzato, scrivendo una lettera a Moravia, dove spiegava che non gli bastava più un romanzo classico e pertanto gli spediva il primo abbozzo “del corpo di Petrolio”, un romanzo non romanzo, letterario, saggistico, d’appunti, bozzetti, vari stili e livelli, invitandolo a comprenderne la particolarità con occhi da lettore appunto di “non romanzi”, ma di qualcosa di differente. Nell’edizione postuma del 1992, viene pubblicata tale lettera, e penso stia lì un ragionamento centrale su “come” narrare la Realtà (non la verità, che non esiste, dico la Realtà che esiste eccome, della quale tutti facciamo parte, volenti o meno). Sull’editoria non mi esprimo, provo unicamente a fare al meglio il mio mestiere. I tre grandi gruppi editoriali italiani non sono di più che tre grandi fabbriche di carta a fini finanziari (non economici che è naturale per ogni azienda, parlo proprio di finanza, libri utili a incidere sugli sviluppi finanziari trimestrali), mica più editori. Non per nulla negli anni addietro ho rifiutato varie proposte e contratti con quei gruppi. Rimane pertanto la media e piccola editoria italiana a fare cultura letteraria, un’editoria coraggiosa e combattiva, abituata da anni a un pubblico di resistenti.

Partendo dal presupposto che esista una buona letteratura, quale deve esserne l’uso consapevole?

La buona letteratura italiana è ben presente e solida. Ci sono ottimi scrittori oggi in Italia, dovremmo iniziare a esserne maggiormente consapevoli, nonostante sia una scrittura poco conosciuta e tradotta all’estero. Non faccio parte di nessun gruppo, scuola o centro letterario, vivo ai margini di tutto, anche geograficamente, ma leggo con curiosità e spesso con scrupolo i miei colleghi: trovo che diversi siano per davvero capaci, nel guardare la società e nel trarne materia letteraria, alcuni anche destinati a restare nel tempo, mi riferisco a scrittori realisti, naturalmente. Invece quando entriamo nel territorio vasto e complesso dell’“uso consapevole” del romanzo, varchiamo il delicatissimo, perché spesso insufficiente, piano umano e sociale della preparazione dei lettori. I lettori italiani preparati e attenti sono come sappiamo una minoranza, esigua per di più, valutabile nell’ordine di qualche decina di migliaia di persone, restando ottimisti. La sola strada percorribile, pertanto, è la scuola, occorre uno scatto di coraggio all’apertura verso la letteratura contemporanea. E andrebbe pensato attraverso un vasto e grande percorso pubblico d’incontro tra scrittori e docenti, dalle scuole medie alle università, un percorso di conoscenza reciproca, unico metodo per portare agli studenti la nuova letteratura italiana. Alcuni professori e docenti già se ne occupano, ma a titolo personale, quindi sono una minoranza. La cultura che vive di minoranze è destinata nel tempo all’oblio.

Alcuni già rifiutano di presentare Pane e ferro e non è ancora stato dato alle stampe. Perché crede che la sua scrittura sia d’inciampo?

Più che la scrittura, d’inciampo è l’autore. In questi quindici anni ho accompagnato molto in giro i miei romanzi, tra festival e teatri, librerie e biblioteche, senza tacere mai le mie posizioni politiche, legittime certo, ma poco o per nulla condivise (direi accettate) a Nordest, e anche in Italia. Dopo così tanto tempo, è naturale che in certi ambienti, veda quelli “governati” dai fondi di Confindustria e delle banche locali, da certi politici di destra ma spesso anche della sinistra ultra-liberale (la quasi totalità dei politici quindi) il mio nome sia vissuto come conflittuale, perché così effettivamente è. Avrebbero preferito che tutto fosse rimasto nei romanzi.

Non avessi sempre detto la tua, un bel premio letterario non te lo negava nessuno”, è stata la battuta sarcastica e misera di un “giurato”, arrivatami via sms nemmeno troppo tempo fa. Tuttavia, questi che lei definisce motivi “d’inciampo” passano come tutto passa. Ma la letteratura rimane. Ogni scrittore si dà tempi lunghi, se non addirittura lunghissimi, ben oltre sé stesso.

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Alessia Bronico (Atri, 1981). Vive tra la Lombardia e l’Abruzzo, luogo delle sue origini. Ha pubblicato in poesia “L’abito della Felicità” (LietoColle, 2016), “Un dio Giallo” (LietoColle, 2018), è inserita in Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 5 (Raffaelli Editore, 2017). Diplomata in Canto e Laureata in Lettere, svolge attività d’insegnamento.


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