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Satisfiction » Il postale
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Recensioni Autore: Vincenzo Pardini / Fandango / pp. 205 / € 15

Il postale

Recensione di Maria Caterina Prezioso
Il postale

Di questi tempi può suonare strano dichiarare un libro di  Vincenzo Pardini un potenziale  soddisfatti o rimborsati. Pardini è risultato sempre uno scrittore ombroso, uno che si è ritirato dalle scene innanzi tempo, uno scrittore che ha fatto della riservatezza e dell’ascolto una disciplina di vita dando nel contempo alla sua scrittura una potenza memorabile. Risulta essere uno scrittore scomodo ed un uomo ruvido. Uno scrittore di quelli di una volta, che ha, come un mastro artigiano, il polso fermo nell’ottenere attraverso la scrittura un viatico salvifico alla scrittura stessa; un uomo di quelli di una volta, di parole calibrate, una vita fatti di sguardi e silenzi più che di ossessiva ricerca di vanagloria e dimensione mediatica. Eppure voglio rischiare perché proprio in questi tempi la “difficoltà” di Vincenzo Pardini diventa un veicolo espressivo potente nel  dichiarare la nostra “difficoltà, il nostro disagio di fronte a un qualcosa che non ha dimensione apparente, ma come un magma ci trascina dentro un vortice di nausea. Ho conosciuto Pardini nel 2005 con Lettera a Dio (peQuod, 2004) e ne sono rimasta affascinata, tanto per la scrittura, quanto per l’amore e il diniego che suscita. Il lettore non ha mezze misure con lui, o lo ama o lo odia, ma lo scrittore pare non accorgersene. Con “il postale” ultima fatica pubblicata da Fandango nello scorso ottobre 2012, lo scrittore ci offre un affresco della sua terra, la Toscana ed in particolare le strade della  Media e Alta Valle del Serchio e Lucca con le sue porte di accesso, con i suoi caffè, con le sue corti (minuscole piazze all’ombra di grandi piazze e monumenti), con la sua politica, la sua massoneria e  con i suoi santi, Santa Gemma Galgani).  Il postale,  vetturino delle Regie Poste Italiane, Liberio Fraterni insieme a Balio, un cavallo misterioso e veloce quasi da sparire in un nugolo di polvere, comprato in una fiera da strani personaggi che echeggiano i Magi, dicevo Liberio e Balio  narrano gli eventi di quella terra e dell’Italia da fine ottocento fino alla salita al potere di Benito Mussolini. Nei percorsi di tutti i giorni incontriamo Giovanni Pascoli, Giacomo Puccini, Gemma Galgani; durante le soste sentiremo parlare di Gabriele D’Annunzio, del generale Cadorna. Liberio avrà un figlio da sua moglie Altea, Amilcare che non ama il lavoro del padre, ma guarda con ossessivo desiderio alle macchine. Un ragazzetto moccioso che messo in castigo e chiuso per una settimana in camera sua, fuggirà per prendere un treno; un ragazzo che si arruolerà volontario nella Prima Guerra Mondiale per tornarne invalido nel corpo, ma soprattutto nell’animo; un uomo che non troverà di meglio e di più facile che aderire al partito fascista. E’ struggente come passo dopo passo Pardini ci conduce al quel complesso di emozioni che ci fanno riflettere e rileggere con altra angolatura i giorni nostri. Il  Liberio, vetturino delle Regie Poste Italiane, sarà scavalcato e mandato in pensione anzitempo dalle Ferrovie dello Stato; Liberio padre,  con Balio, si troverà ad andare a riprendere il figlio ferito sul fronte e sarà costretto per avere un lasciapassare  a farci conoscere altre realtà oscurate nei tempi: la Società di Mutuo Soccorso (un lasciapassare contrassegnato da un triangolo e un compasso), il re Vittorio Emanuele III, il generale Cadorna, ma anche il comandante Francesco Baracca (il barone rosso della nostra aviazione). Amilcare tornerà a casa sano e salvo a differenza di tanti altri figli. Liberio proverà ancora una volta a trascinare il figlio nel suo mondo,  ma il mondo di Amicare è alle porte ed ha un nome e un volto Benito Mussolini. “A Lucca  se ne incontrano diversi vestiti in quel modo. Sono i fascisti. Il nuovo partito di Benito Mussolini che si prefigge, a suon di botte, di rimettere a posto l’Italia. Ma con le botte si ottiene assai poco. Cavalli e muli, se li picchi, prima o poi te la fanno pagare, così gli uomini”. Sarà Amilcare a porgergli la busta che il federale gli fa recapitare a casa con la tessera di socio onorario. “S’accorse che Amilcare, mentre gli porgeva la busta si era irrigidito, come per mettersi sull’attenti. Liberio gli sorrise, ma senza intesa né complicità. E sentì che il figlio, da come aveva abbassato lo sguardo, aveva capito la sua avversione  al fascismo, un insieme di troppe parole e poco pensiero”. Lo struggimento e la tristezza lasciano  posto nel finale a quella dolcezza ruvida che solo un grande scrittore ci può regalare, per questo azzardo in piena coscienza  soddisfatti o rimborsati.


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