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Satisfiction » Il mio cuore è un asino. Intervista a Elena Buia Rutt
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Il cielo sopra 28.07.2018

Il mio cuore è un asino. Intervista a Elena Buia Rutt

di

Il mio cuore è un asino

Per Francesca Monda

Il mio cuore è un asino

che si ostina a procedere

sobrio e lento

per strade pietrose

tra boschetti

e campi arati

dove la spiga è bassa

e cresce a fatica.

Il suo

è un orizzonte ravvicinato

fatto di fiato caldo

spine di ginepro

offuscato da un carico

grottesco

che non intende posare

– perché è la sua casa.

Ma se un giorno

questa sproporzione

gli piegasse le gambe,

non sarebbe vinto,

ma inginocchiato;

in bilico

in pendenza

sul prato

assicurerebbe il carico con i denti

raccogliendo le forze

per il salto sconosciuto

che con il suo andare

ha imparato ad accettare.

La zuppa inglese

Le persiane a libretto

e dentro casa

è dolce e fresco

l’undici maggio

quando torno da scuola

e il mio compleanno

si accende e si spegne

sulle candeline

della zuppa inglese

di nonna

panna

fragole

e pezzetti di cioccolato

conservato da Pasqua.

E oggi

quando apro

la porta

della vostra camera

straripante

di giocattoli

impolverati

mi chiedo

come donare

a voi

quella povertà

di allora

in cui

come lucciole

ballavano

intermittenti

le essenzialità

delle cose.

Elena Buia Rutt

da Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015)

#

Intervista a Elena Buia Rutt, scrittrice, poeta e traduttrice. Classe 1971, vive a Roma, ha scritto libri su Pier Vittorio Tondelli e Flannery O’ Connor e con il marito Andrew Rutt ha tradotto lettere e saggi inediti di Flannery O’ Connor, oltre a poesie scelte di Mary Oliver e Rowan Williams (ex Arcivescovo di Canterbury). Collabora alle pagine culturali di diversi quotidiani e riviste nazionali. La sua prima raccolta di versi Ti stringo la mano mentre dormi (fuorilinea, 2012) è entrata nella terzina dei finalisti del Premio Fogazzaro. È sposata e ha quattro figli, Miriam, Thomas, Angelica ed Emily.

Quando e come è iniziato il suo amore per le parole?

Sono sempre vissuta di parole: tutto è cominciato quando per i miei nove anni mi fu regalato da una compagna di classe un diario, con in copertina un’illustrazione di una bambina sognante e romantica con il cappello di paglia, frutto della disegnatrice Sarah Key. Il diario aveva un piccolo lucchetto e questo fatto rappresentò per me la possibilità inedita di avere qualcosa di “segreto” da confessare a pagine che potevo leggere solo io. Da quel momento in poi, la scrittura mi ha aiutato a esplorare quegli stati d’animo e punti di vista, quelle emozioni e problematicità, che sarebbero via via venuti a costituire la mia vita interiore. La scrittura in versi è invece nata con l’esperienza della maternità, con la percezione di un fenomeno naturale e nello stesso tempo di un’eccezionalità sconvolgente che avevo bisogno di investigare, ma non riuscivo ad articolare con altre parole se non quelle “balbettate” della poesia.

Come trova la sua ispirazione, dove è solita scrivere le sue poesie?

Le mie poesie nascono da uno stato di frustrazione, da un malessere che affronto scrivendone per guardarlo negli occhi e disinnescarlo: nascono da una gioia improvvisa, inaspettata, che trovo giusto celebrare. Nascono comunque tutte da un’immagine forte che inizia a “impossessarsi di me”: qualcosa che vedo, ma che si carica inaspettatamente di significati ulteriori, come se il mondo ordinario palesasse in modo imprevisto una discontinuità, rivelando qualcosa di “extra-ordinario” che poi i miei versi cercano di descrivere.

La raccolta Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015) contiene un componimento (dedicato a Francesca Monda) recante lo stesso titolo del libro, che richiama nell’immediato la caparbietà dei sentimenti. Vorrebbe commentare per noi questo titolo?

Il mio cuore è un asino è una poesia d’amore: di un amore inteso come fatica, come presenza costante, caparbia, indefessa nella vita di tutti i giorni. È una poesia che indica una “postura esistenziale”, un modo sommesso di stare al mondo con tenacia, umiltà, come un asino appunto, che non riceve, ma dà, che non viene ammirato, ma porta in silenzio pesi spesse volte sproporzionati alle sue forze. La poesia è rivolta a tutti coloro, donne e uomini, che tirano in silenzio la macina dei giorni e che, pur usurati dal carico, in questo sforzo trovano pienezza.

La domanda trae ispirazione dal componimento Esserci: che cosa significa per lei esserci?

Esserci significa essere pienamente nell’esperienza vissuta senza cedere alla tentazione, tipica del pensiero, di scavalcarla, di idealizzarla. Il discernimento riguardo al percorso e al senso della nostra vita avviene solo attraversando senza sconti la realtà, accettandola in pieno. Ciò non significa non reagire, non riscattarsi da situazioni negative, ma il rischio del seguire richiamo di un “poter essere”, del “come sarebbe bello se…” impedisce di godere della bellezza racchiusa nei piccoli momenti del presente. Bisogna avere occhi in grado di vedere una bellezza che è sempre davanti a noi, non dentro di noi (mercé delle nostre fantasie): solo così è possibile, come scrivo in questa poesia, gioire della semplicità di fare merenda in cortile insieme ai propri figli, le cui biciclette, diventano d’oro, trasformate dall’immediatezza della loro felicità.

Ho trovato particolarmente intensa la poesia intitolata Il cuore in scatola, dedicata al concetto di libertà. In che termini si può parlare di libertà?

La parola libertà è molto abusata e inflazionata: tutti vogliamo essere liberi, ma spesso non riusciamo a capire quali, quante e di che natura siano le nostre catene. La poesia Il cuore in scatola più che di liberà parla di liberazione: parla dell’uscita da uno stato di sottomissione in cui il cuore era “inscatolato” e le emozioni represse da un’autorità esterna che incuteva terrore, a uno in cui la conoscenza di se stessi può finalmente dispiegarsi, perché inizia a riferirsi a un’altra figura non più autoritaria, ma autorevole, capace di liberare il cuore con l’amore. Detto questo, ritengo che ogni volta che le singole libertà si dispiegano, sono destinate a confliggere e che il conflitto è comunque un elemento assolutamente necessario e “sano”, purché capace di ricomporsi nell’amore che dovrebbe esserne alla base.

Qual è la poesia del libro a cui si sente più affezionata e perché.

La poesia a cui mi sento più affezionata è Per Miriam e Thomas perché in questi versi esprimo un amore per i miei figli totale, viscerale, che mai avrei creduto di poter provare; ma nello stesso tempo mi chiedo cosa di questa passione rimarrà in loro e se questo amore selvaggio di madre li accompagnerà e li sosterrà per sempre, in ogni circostanza drammatica della loro vita anche quando io non ci sarò più. È come se in ogni gesto “di oggi” volessi lasciare in loro un segno “per domani”…per proteggerli ancora, per proteggerli sempre.

La zuppa inglese è una delle poesie del libro che più ho apprezzato poiché tratta delle essenzialità delle cose e della maternità. Un suo ricordo “essenziale”, di quando era bambina.

La zuppa inglese mette a confronto due infanzie: quella mia e quella dei miei figli. I versi si interrogano su una sobrietà e una semplicità di un tempo che oggi sembrano rischiare di perdersi perché sommersi dal superfluo. Per il mio compleanno, a maggio, mia nonna preparava ogni anno sempre la stessa torta: la zuppa inglese, fatta in modo semplicissimo, spalmando cioè la crema al centro di un pandispagna tagliato, ricoprendolo poi di panna e decorandolo con fragole e pezzetti delle uova di cioccolato conservati da Pasqua. Per anni l’amore di mia nonna, semplice, costante, essenziale ha scandito i miei compleanni. Oggi mi chiedo se i miei figli, sommersi da regali, torte decorate con i personaggi dei cartoni animati, feste costosissime, siano in grado di ricevere in dono, nel giorno che celebra la loro nascita e il loro progredire nel mondo, la consapevolezza di ciò che c’è di essenziale, al di là dell’inesorabile teatrino materialistico a cui sembra impossibile sottrarsi.

L’ultima domanda ha a che fare con il tema di questa rubrica di cieli, parole e immagini. Le chiedo: com’è il cielo oggi sopra Elena Buia Rutt?

Il cielo sopra di me è celeste, parafrasando il titolo dell’ultima raccolta di Claudio Damiani, poeta che amo molto. Il cielo è terso, con nuvole bianche all’orizzonte: è smisurato, ma non mi intimorisce, è alla mia portata. Posso attraversarlo con il sorriso sulle labbra…anzi, sento che è lui che mi chiama.


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