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Satisfiction » Il grido
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Recensioni Autore: Luciano Funetta / Chiarelettere editore / pp. 165 / € 16

Il grido

Recensione di Enzo Baranelli
Il grido

Quelli come noi non si ammazzano mai. Vanno avanti, nonostante tutto.”

Dopo un incipit ombroso e distopico, l’autore fa subito entrare in scena i suoi personaggi, frequentatori del Kraken, la cui birra ad alta gradazione è un balsamo per gli animi inquieti. La lingua, ancora più che nel precedente “Dalle rovine”, è fatta d’immagini potenti che aderiscono come una guaina tesa alla trama, e poi scorre languidamente sulla pagina, avvolgendo il lettore con una rete ben tessuta e da cui è quasi impossibile fuggire. “Lena sapeva che il suo terrore era privo di fondamento e tuttavia era reale o qualcosa che sfiorava l’universo come il pensiero di uno scheletro”. S’inizia quindi con l’infanzia di Lena presso un ricovero gestito “dalle Dame”; l’universo creato da Funetta si lascia poco a poco penetrare dal lettore. Un mondo abbandonato dalle auto e dal trasporto pubblico, solitari taxi lo percorrono; gli edifici dormitorio, passaggi di denaro occulto e di varie valute, i discorsi di Stepan che hanno una prosa troncata (cadono gli articoli, cadono i verbi), l’infinita profondità della notte: il mondo minaccioso de “Il grido” s’impone con forza.

Una collega di Lena dopo aver subito una violenza di gruppo si ripresenta al lavoro, pulizie di edifici che spesso non si sa a cosa servano: “Era dimagrita. Lena e le altre si erano sorprese di vederla arrivare. Nello spogliatoio era calato il silenzio. Quando si era tolta i vestiti, le ecchimosi e le ferite avevano illuminato la stanza come un abete addobbato dalle Erinni”.

Le anomalie di questo universo sono i Dormienti, persone che bivaccano di notte attorno a fuochi improvvisati, ma anche “Drogati, Froci, Artisti”, per cui uno dei personaggi propone la fucilazione, l’epurazione ultima. La notte prevale, e il buio, il terrore, la furia, la rabbia, il rancore stanno assiepati, stringendo in una morsa le figure vaganti del romanzo che presentano un’anatomia esplosa, bruciata dalle sostanze chimiche, mani ardenti di operai o addette alla pulizia.

Compare anche una sorta di circolo magico, scoperto per caso da Lena, “nell’Orto Botanico” dove avviene una comunione con l’acido (o con l’hashish o l’oppio) e si avverano visioni. La prosa dell’autore è sempre tagliente e di sbieco rispetto al suo oggetto.

Luciano Funetta dà vita a un romanzo apocalittico dove la notte rotola fuori dalla schiena del giorno, dove la protagonista incede in uno spazio ostile, e senza ritorno, attraversa ponti che uniscono, come filo da sutura, i due lembi della città, oppressa da una decadenza ogni minuto più evidente.

Un romanzo allucinato e allucinante, una prova di forza, stilistica, che non ha eguali. Funetta ha il dono magico d’infondere vita a un linguaggio al limite dell’inenarrabile.


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