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Satisfiction » I fumi del vino
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Recensioni Autore: Irène Némirovsky / Passigli / pp. 80 / € 8.50

I fumi del vino

Recensione di Leonardo Guzzo
I fumi del vino

I fumi del vino”, edito da Passigli, è un’opera minore eppure essenziale, capace da sola di confermare quanto fortunata e necessaria sia stata, all’alba del nuovo millennio, la riscoperta di Irene Nemirovsky. Della scrittrice francese, nata in Ucraina e morta prematuramente ad Auschwitz nel 1942, raccoglie due racconti limpidi e vibranti, scritti in un periodo – gli anni Trenta – che si può dire della sua piena maturità. Il primo racconto, quello che dà il titolo al libro, si svolge in un’intercapedine. Geografica, innanzitutto: la Finlandia a cavallo tra la penisola scandinava, la Russia e l’Europa continentale; e poi meteorologica: il tempo della luce minima quando “a mezzogiorno, filtrando attraverso le nubi, un solo raggio rosso accende la neve, scintilla e svanisce”, quando “il crepuscolo arriva subito” e “tutti tacciono, si rinchiudono nelle case e si addormentano presto”. Cade la neve incessantemente, i laghi sono gelati, il vento infuria e distese bianche, interrotte solo (a volte) da foreste scure o case solitarie, dominano il paesaggio. In questo ‘quasi nulla’, dove la vita ha un attimo per battere e poi mettersi al riparo, si innesta un’altra intercapedine: umana, storica.

È il 1917: in Russia la ‘rivoluzione di febbraio’ ha portato al potere i socialdemocratici di Kerenskji, lo zar è esautorato, l’esercito vaga allo sbando mentre sorge una nuova milizia ‘popolare’ e si scatena una caccia al nobile e al ricco, che si vuole punito (preferibilmente con la morte) per secoli di scialo e oppressione. Della Russia zarista la Finlandia è una provincia, e della Russia condivide i rivolgimenti, con un elemento ulteriore: una forte identità culturale che spinge il Paese verso l’indipendenza, nell’intrico della guerra civile e della confusione politica. Sotto l’indolenza e il candore stucchevole della neve, la morsa strangolante del vento e del gelo, la terra dei laghi è in fiamme. La nobiltà fugge – i palazzi abbandonati e saccheggiati dal popolo – gli ufficiali finlandesi dell’esercito ‘bianco’, fedele allo zar, sono tornati a casa alla chetichella e si nascondono come topi in insospettabili appartamenti borghesi, separati anche solo dal miraggio della luce e della vita, spolpati vivi dalla noia e dall’irrequietezza. Fuori le milizie di contadini e operai vegliano sul nuovo ordine. Piantonano le case borghesi, percorrono senza sosta le strade in cerca di dissidenti e ‘criminali’, superstiti del mondo antico caduti in disgrazia, ma ancora immuni dalla ‘giusta punizione’. E tuttavia il risentimento di classe sembra ancora mitigato dal rispetto del sangue: che sopravvivano i compatrioti, reclusi ed esclusi, ma sopravvivano. Il potere ruvido, grossolano ma in qualche modo affascinante del ‘nuovo corso’ è simboleggiato dagli uomini della milizia, i lupi dai cappelli con la stella rossa che si aggirano apparentemente a mantenere l’ordine appena costituito e in realtà alla ricerca rapinosa di un simbolo – un gesto o un trofeo concreto – di riscatto. In mezzo ci sono i borghesi: indifferenti, al riparo delle abitudini come dentro le case arredate alla tedesca, inguainati nei lenzuoli a dormire, sazi di ripetere al pianoforte, in eterno, gli stessi studi. C’è il professor Krohn, fiero del suo posto inattaccabile di funzionario, della scienza che sopravvive a ogni rivoluzione; ci sono le signorine Illmanen, che la salute cagionevole condanna e protegge dentro un’esistenza sulla soglia, una non-vita che la vita vera spia dalle finestre. C’è Aino, la giovane moglie del professore, schiava delle convenzioni di una condizione che non ha scelto, consorte anestetizzata con l’etere delle buone norme, pazza che (all’insaputa del marito) nasconde il fratello ufficiale ‘bianco’ dalla bava dei rivoluzionari, donna che insegue nel gelo un miraggio di calore, che torna a riscuotersi sul crinale dello sconquasso, svegliata dallo sguardo sparuto, dai denti bianchi e dal sorriso di Hjalmar, un miliziano incrociato per strada.

Tutto sembra definito e tutto è estremamente precario. I nuovi padroni ringhiano, fanno scintillare le zanne e aspettano di mordere; i vecchi signori marciscono nei loro nascondigli, consumati dal pensiero di un’estrema sortita, un’ultima boccata d’aria fosse pure nell’anticamera della morte. In chiesa il pastore predica per i buoni cristiani, ricorda Noè dopo il diluvio, quando piantò la “vigna del Signore”; ronde di contadini affiggono manifesti in cui si invita il popolo a spogliare con ordine le case dei ricchi e a tenersi lontano dalle cantine, dal vino: a “non affogare nel vino la rivoluzione”. Ma il vino è in fondo quello che tutti vogliono… I poveri per dar forma al sogno della ricchezza, i reclusi per bagnarsi le bocche ormai secche e ravvivare il ricordo, i borghesi perfino (certi borghesi asfissiati dalle buone maniere) per sfruttare il disordine e fare esperienza del proibito. Il divieto reiterato, l’aroma del vino come quello della libertà, nel ricordo o nel sogno di poveri e reietti, il sapore proibito già da quattro anni che di nuovo si allontana, scatena il furore della folla di operai e contadini. Assaltano un palazzo sontuoso, abbattono le inferriate con uno sforzo sovrumano e ne ignorano i tesori: si precipitano giù nelle cantine a spillare vino dalle botti; e poi, ebbri, si riversano in strada a fare festa. Ogni palazzo subisce la stessa sorte: razziato nelle cantine e ripulito del nettare divino, il segreto emblema del potere e della gioia. Gli ufficiali nascosti ascoltano il tumulto, fiutano l’ebbrezza e intravedono la possibilità di fuggire. Nessuna velleità di darsi alla macchia, nessuna riscossa da accarezzare: solo vogliono la loro parte di festa, nel campo degli zingari, tra vino, canti, balli e amplessi con giovani streghe dell’amore. Alla prima occasione ognuno esce dal suo serraglio e va.

Il professor Krohn, già a letto, incarica Aino di sprangare la porta. Le strade sono in sommossa, gli uomini bevono e rotolano nella neve, le donne scoprono i seni e si sbavano il trucco in una notte di delirio collettivo. Nella sospensione delle regole, l’intercapedine di caos tra vecchio e nuovo, la brava moglie scorge una via di scampo, una valvola di sfogo. Prova a resistere per un riflesso di ‘onestà’, poi cerca il berretto con la stella rossa, si lascia condurre nelle stanze violate di un antico palazzo e cede all’amore ignoto e senza prospettive del ‘suo’ miliziano ispido e sfrontato. Le sorelle Illmanen, pure loro, si lanciano finalmente nella mischia: come uccelli maldestri si muovono controcorrente, spinte non dal richiamo della trasgressione ma dall’intollerabile immagine dello sfrenamento, dell’infrazione impudente e impunita delle regole e, in fondo, del grigiore. Sfogano l’astio per la gioia di vivere dissepolta: prima schernite dalla folla, insinuano nei ‘proletari’ il dubbio che gli ufficiali, fuggiti sotto il loro naso a godere, nascondano altro vino. È il vino, il vino che scarseggia, l’unica preoccupazione della massa claudicante, offuscata dall’ubriachezza. Parte la marcia verso il campo degli zingari: la folla inferocita saccheggia, dà alle fiamme, insegue gli ufficiali che nascondono il vino, semmai, solo nelle pance. Quelli cercano riparo nelle foreste, fuggono con le slitte sul golfo ghiacciato, uno dopo l’altro cadono bersagliati, nella neve o dentro l’acqua gelida. La strage prima scongiurata dalla prudenza si consuma nel modo più assurdo: per una voce infondata, un istinto vano e selvaggio. Gli ideali contrapposti si annullano, affogano nell’assurdità; le convenzioni trionfano nel piano perfido – la magra consolazione – delle signorine Illmanen, nel velo di oblio che scende, il giorno dopo, sulla città. Dimenticare per sopravvivere, per salvare la facciata che è dopotutto la vita, quella ordinaria che si svolge nel tempo quotidiano. L’intercapedine è attraversata – il passaggio scandito da una scrittura chirurgica e martellante, da un crescendo di tempesta e tumulto che invade lo scenario, evocato dalla parola – lo sprazzo di luce è chiuso e tornano, uniformi, tenebre e neve. Un discorso del professore, tanto ipocrita quanto moralista, segna il ritorno alla normalità ‘borghese’. Il miliziano appassionato ha finito per unirsi alla folla lanciata contro gli zingari, un capriccio e la conseguente distrazione hanno aperto il varco all’irreparabile: nella scena finale Aino piange l’inutile trasgressione che le è costata la morte dell’amato fratello.

Aino” è pure il nome del secondo racconto del libro, caratterizzato da un singolare rovesciamento di prospettiva. Solo due nomi, gli unici citati, restano uguali rispetto alla prima storia – Aino e Hjalmar – ma appartengono a personaggi del tutto diversi. La vicenda è narrata in prima persona dalla scrittrice, che ricorda il tempo dell’esilio forzato da Pietroburgo in Finlandia, quando quindicenne viveva in un albergo zeppo di transfughi dalla Russia, in una zona del Paese che i contadini bolscevichi ancora difendevano dall’implacabile avanzata dei ‘bianchi’ indipendentisti guidati dal generale Mannerheim. Una lingua lieve e attonita, com’è d’obbligo per una rivelazione, ricama l’intreccio. Per la giovane Irene la Finlandia è una cosa misteriosa: neve onnipresente durante il lungo inverno, buio perenne rischiarato da poche ore di luce e rare lampade a petrolio, scampate al bisogno di fare economia. Un mistero che si infittisce e diventa romantico e si colora di suggestioni e di presagi quando la ragazza scopre una dacia abbandonata, intatta nella neve come sotto una campana di vetro, dove libri ‘fiabeschi’ la rapiscono, dove una donna bellissima e un giovane ufficiale con l’uniforme dell’esercito zarista si sono amati. Fuggiti chissà dove, li immagina lei; e poi li scopre morti, da tracce sicure, e si scopre a credere nei fantasmi, a desiderare che quei fantasmi facciano visita alla sua solitudine di adolescente in un cuneo: non ancora ‘sbocciata’ per piacere, esclusa dai ‘romanzi’ dei ventenni, snobbata dagli adulti che pensano alla guerra, guardata con diffidenza e un vago odio dal personale contadino dell’albergo. Da una cameriera, Aino, riesce a sapere la storia della dacia in cambio di un nastro per i capelli. Gli amanti sono stati uccisi da un soldato, uno dei ‘rossi’, nella furia dell’epurazione. Non sono i fantasmi a popolare la casa, a tenerla misteriosamente rassettata e viva, come alla fine di una scena di amore o di morte ancora calda. Non sono i fantasmi a maneggiare il regalo che Irene lascia agli amanti perduti. La dacia è la scena degli incontri segreti tra Aino e un giovane soldato ‘rosso’: sotterfugio necessario al tempo di una guerra(di nuovo) assurda, dove il clangore meccanico delle ideologie, giuste o sbagliate, si sostituisce alla verità del sangue. Nemmeno fa in tempo a rapprendersi, il sangue, che altro se ne versa, da corpi giovani e nel modo più insensato. Aino la timida un giorno afferra Irene e la porta a forza nella casa ‘infestata’: sul pavimento giace il cadavere di Hjalmar, fresco di morte e punizione. I ‘bianchi’ del primo racconto, reclusi come topi e poi uccisi come bestiame al macello, si prendono la loro rivincita. Non hanno bisogno di armarsi la mano: un padre impazzito, deluso dalla rivoluzione, forse convinto di salvare la figlia dalla vendetta dei prossimi padroni, preme il grilletto. Alla fine tutti spariscono: morti o sfollati o costretti alla fuga; e la stessa Irene abbandona la terra delle nevi perenni per ridare sole alla sua giovinezza. Lontana ormai, si chiede se almeno la dacia resti, con i suoi arredi intatti, la sua compostezza romantica e spettrale, a raccontare la storia, fissare la labile traccia di chi è passato troppo in fretta.


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